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Quale None desideravamo veramente?

By   /  17 dicembre 2017  /  No Comments

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Quanta nostalgia e quanto rimpianto nel vedere le immagini in bianco e nero del nostro paese proposte ancora una volta da Lodovico Chiattone il 27 ottobre presso il Centro Anziani.

Ma riflettendoci bene: nostalgia per che cosa? Non certamente per le strade sterrate o in acciottolato polverose d’estate e fangose d’inverno; non certamente per le case buie, dai muri scrostati, fredde e umide, senza bagni e servizi;  neanche per gli insetti vari, scarafaggi, mosche e zanzare, che spadroneggiavano per buona parte dell’anno; forse neanche per le mucche che passando ostruivano e lordavano la strada; e forse neppure per le bettole, le osterie e i negozi stantii dove tutto veniva venduto sfuso e dove l’igiene era ben lungi da quella dei bar e degli splendenti supermercati di oggi.

Ma forse il rimpianto, oltre che per la nostra passata giovinezza, nasce proprio dal ricordo di un mondo e dei suoi personaggi ora scomparsi, che se visto con gli occhi e i parametri di allora era veramente bello proprio per la sua semplicità. Un mondo però che si è trasformato perché noi ci siamo trasformati e perché proprio noi, e non soltanto chi ci ha governato, abbiamo contribuito a cambiarlo con la nostra voglia di migliorare, di vivere meglio, di andare avanti, di cambiare tante cose piccole e grandi. Chissà se quel paese degli anni cinquanta sarebbe ancora proponibile oggi e chissà se il nostro paese di oggi è veramente ciò che speravamo diventasse.

Ricordo a tal proposito l’opinione espressami oltre trent’anni fa dal presidente della “Coltivatori Diretti”di None:”Guardi che la battaglia per l’impostazione urbanistica di None si è svolta all’inizio degli anni sessanta quando nel nostro comune il settore agricolo ha lasciato libero il campo alla grande industria. Ora il paese si avvia a diventare un’anonima e caotica  cittadina della cintura, e nulla se non una pesantissima crisi potrà cambiare questo indirizzo”.

Per comprendere del tutto questa affermazione bisogna premettere che l’impatto del boom economico degli anni sessanta sulla nostra piccola comunità, come su tutti i comuni della prima cintura torinese, fu veramente dirompente, e bisogna altresì considerare che l’urto con tale fenomeno per un agglomerato come None collocato all’intersezione tra la linea ferroviaria e due importanti arterie stradali era davvero difficile da evitare.

Ma con l’arrivo della grande industria che ha richiamato migliaia di emigranti dal sud, un  diverso sviluppo urbanistico che avesse  preservato maggiormente, almeno nel centro storico, le caratteristiche del vecchio  abitato sarebbe stato possibile? Un esponente di rilievo delle vecchie amministrazioni  si è così pronunciato: ”Bisogna notare che la vecchia ala che ora rimpiangiamo contribuiva a formare una strozzatura di fronte alla chiesa di San Rocco protraendosi in avanti rispetto ai portici di oltre mezzo  metro. Inconveniente che in quei decenni e prima dell’introduzione dei sensi unici-che in quegli anni sarebbe stata inconcepibile-avrebbe, in via Roma e in tutto il centro paese, ostacolato una circolazione che in quegli anni era in continua crescita. In secondo luogo occorre precisare che la strettoia formata dal palazzo Cerutti e dalla cascina Rubiano all’imboccatura di via Brignone era tale da aver condizionato lo sviluppo urbanistico di None che fino a metà e oltre degli anni settanta si è pertanto orientato verso nord-ovest anziché espandersi verso sud dove le condizioni idrogeologiche erano più favorevoli e lo sviluppo più auspicabile: credo che  tutti i vecchi nonesi ricordino ancora le difficoltà che si incontravano in quei tempi nel dirigersi in auto verso il campo sportivo soprattutto durante i tornei notturni estivi. Le importanti demolizioni di fabbricati storici vanno anche ricondotte allo spirito di rinnovamento di quell’epoca: basti pensare non solo alla vecchia ala ma alla stessa  chiesa parrocchiale barocca demolita nel 1951. La stessa persona conclude: “Io penso che il paese che abbiamo contribuito a comporre non sia così disprezzabile come molti pensano.  Certo alcuni scempi sarebbe stato meglio evitarli ma, premesso che la legge regionale che istituiva i Piani Regolatori è del 1977, bisogna ricordare che gli strumenti urbanistici degli anni sessanta erano  molto permissivi e quindi non avrebbero consentito molti margini di manovra per dei contenziosi con i costruttori.”

Dopo aver osservato bene via Roma con le sue piazze adiacenti, con i suoi bei portici vecchi su di un lato e con quelli nuovi e spaziosi sull’altro, e dopo aver visto in questi ultimi tempi tanti centri storici fatiscenti, asfittici e abbandonati a favore delle zone più periferiche, attraversati da vie strette e ridotti a ghetti abitati da fantasmi, anch’io oggi devo purtroppo  concordare con alcune di queste considerazioni anche se continuo a contestare decisamente a tutte le passate amministrazioni di aver lasciato costruire troppo.

Mi viene però anche spontaneo pensare come molti di noi che ora rimpiangiamo il cambiamento del nostro paese non ricordino quanto la voglia di progresso e la sete di comodità e di guadagno abbiano condizionato le scelte delle proprie famiglie mezzo secolo fa. Ricordiamo la vecchia bella ala ma non le richieste di parcheggi e di spazi aperti con cui si è sempre pressato le amministrazioni. Rimpiangiamo le belle bealere che scorrevano lungo le strade come ancora si vedono a Virle e Pancalieri ma non ricordiamo le proteste per avere strade più comode e larghe, meno topi, moscerini e rane sotto le proprie finestre e lungo i canali. Ricordiamo i simpatici negozietti del centro ma non le richieste di apertura del primo supermercato. Ricordiamo la coesione e la familiarità del vecchio tessuto sociale nonese ma non ricordiamo la ricchezza arrivata e accumulata in quei decenni di barbarie edilizia, quando sicuramente ristrutturare un vecchio fabbricato avrebbe reso meno che non l’erigere un condominio di alcuni piani e quando vendere un terreno agricolo per installare degli stabilimenti industriali equivaleva a portare nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza. Una ricchezza che spesso si concretizzava finanche nell’acquisto di  nuovi immobili in paese o anche più spesso in città, al mare o ai monti.

Di tutte queste cose dobbiamo ricordarci o rischiamo di confondere ciò che sogniamo ora con quello che desideravamo allora, ciò che ricordiamo con ciò che veramente era.

L’uomo deve guardare avanti! Indietro non si torna! Lo sintetizzava bene un collaboratore di questo giornale sulla testata del giugno 1988 descrivendo il dibattito sull’adozione del secondo” Piano Particolare di Attuazione” in seno al consiglio comunale: “La discussione si è svolta ieri sera tra i fautori di una None al passo con i tempi, quasi obbligata, per la sua posizione equidistante fra Torino e Pinerolo, a darsi una struttura urbanistica adeguata e fra i fautori, tra cui il consigliere Nicola, di una None bucolicamente disturbata solo dal gracchiare delle rane o dal cinguettio degli uccelli.”

Il messaggio è chiaro ora come allora: chi avesse preferito vivere nel paese che vediamo nelle vecchie cartoline aveva una sola possibilità: nascere sessanta anni prima.

 

                                                                                                                                                  Armando Nicola

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  • Published: 1 mese ago on 17 dicembre 2017
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  • Last Modified: dicembre 17, 2017 @ 12:10 am
  • Filed Under: Cultura

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