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Come la banalità del male ha infettato l’alfabeto del calcio

By   /  17 dicembre 2017  /  No Comments

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La mia professoressa di lettere del ginnasio si chiamava Giuliana Tedeschi Fiorentino. Denunciata dai fascisti agli occupanti tedeschi in quanto ebrea,  l’8 marzo 1944  fu arrestata con il marito Giorgio e la suocera, Eleonora Levi, portata via a forza da una clinica dov’era ricoverata dopo un grave intervento chirurgico (le due bambine di Giuliana furono invece messe in salvo grazie all’aiuto della fedele domestica). I tre furono prima condotti al campo di transito di Fossoli e di qui, il 5 aprile 1944, deportati ad Auschwitz con altre 600 persone. Eleonora Levi fu selezionata per la camera a gas. Giuliana fu immatricolata a Birkenau, dove restò fino all’autunno 1944, col n. 76847. Giorgio Tedeschi morì nella marcia di evacuazione da Auschwitz, mentre Giuliana, trasferita ad Auschwitz I, lascerà il campo con una delle marce di evacuazione verso Ravensbrück (18 gennaio 1945). Venne  poi trasportata  nel sottocampo di Malchow: sarà liberata ad aprile da russi e francesi durante la marcia di evacuazione da quest’ultimo Lager. Ha lasciato un libro di memorie, “ C’è un punto della terra …” (Edizione Giuntina 1998), legato a quella terribile esperienza, che Alessandro Galante Garrone ha definito “uno dei documenti più alti e più puri di questa epopea tutta femminile”.

Ricordo ancora quel numero inciso sul braccio. Il numero 76847. Nessuno della classe sapeva darsi una spiegazione rispetto a quella sequenza di cifre. Si pensava ad un numero di telefono e niente più. La professoressa non ne parlava. Venni a sapere più tardi dalle figlie che la madre, prima di parlare dell’orrore del Lager, farà trascorrere molti anni.

Tramite lei, io e i miei compagni incontrammo Primo Levi. Da queste relazioni è maturata in me una specie di ossessione per la storia della shoah, per tutto ciò che riguardava lo sterminio sistematico del popolo ebraico e di altre minoranze durante la seconda guerra mondiale. è come se Giuliana mi avesse consegnato idealmente il testimone, perché io fossi custode della memoria contro ogni tentativo pseudostorico di negare l’autenticità della Storia. E anche negli anni di insegnamento ho cercato in tutti i modi di praticare questo ruolo di sorveglianza, cercando di approfondire con i ragazzi questi argomenti. Attraverso la lettura, tra l’altro, del “Diario di Anna Frank”.

E adesso, in questi giorni di progressivo degrado morale, sapere che la figura di Anna Frank è stata in qualche modo sfregiata dagli ultras del calcio, spregevoli come tutti gli appartenenti al tifo più violento e radicale, della Lazio che hanno appiccicato sugli spalti dello stadio Olimpico di Roma adesivi con la sua immagine, ritratta con indosso la maglia della Roma, ebbene questo episodio così turpe mi indigna.

Mi rendo sempre più conto ormai che tira una brutta aria di destra, non solo nel nostro paese. è come se improvvisamente tutta la cultura antifascista, tutto quell’afflato ideale, di cui ci siamo impastati nella seconda metà del ‘900, fossero ormai elementi obsoleti. Rischiando così di essere quello “spiriro maligno del passato” che nel 1933 i nazisti cercarono di eliminare con le fiamme nei roghi dei libri contrari all’ideologia hitleriana.

Gregorio Codispoti

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