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Intervista a Kaba Mamoudou, mediatore culturale Il suono che mi ricorda la mia casa è quello di un griot : Demba Camara

By   /  19 novembre 2017  /  No Comments

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Abbiamo provato a scambiare quattro chiacchiere con Kaba Mamoudou, circa 35 anni,  mediatore culturale proveniente dalla Guinea, residente da circa sei anni nel nostro Paese e da poco meno di un anno a None. Qui non è ancora molto conosciuto, come dirà lui stesso; lo hanno raggiunto da poco sua moglie e sua figlia, che ogni tanto vanno a dare una mano alla Caritas. Nelle sue parole possiamo cogliere un forte risentimento contro il Paese colonizzatore, la Francia, che lo porta talvolta ad affermazioni poco credibili, un po’ esagerate. Ma vale la pena ascoltarlo, ha detto cose molto interessanti.

Partiamo da lontano. La Guinea ha fatto parte di diversi Regni, nel suo passato: Regno del Ghana, Regno Soussou, Impero del Mali, Impero Songhai. Oggi le etnie principali sono due, Malinké e Peul; lei di quale etnia è originario? Io sono di etnia Malinké. Prima dell’arrivo dei colonizzatori, l’Africa era molto ben organizzata, strutturata in Regni. Gli Europei si confrontarono con i Re di allora: durò ben 17 anni la guerra che li vide impegnati contro il più grande di tutti, Almamy Samory Touré, il nonno di Sékou Touré, primo Presidente della Guinea indipendente, che aveva conquistato tutta l’Africa occidentale, fino alla città di Yamoussoukro, oggi capitale amministrativa della Costa d’Avorio (Abidjan è quella politica ed economica). Prima di tutto, non esisteva il nome “guinea”. Il territorio faceva parte dell’Impero Mandingo (malinké), prima ancora c’era stato l’impero del Ghana, con l’imperatore Kaja Magan Cissé (che significa “re dell’oro”, la maggiore risorsa della zona), poi il regno Soussou, del re Sumanguru Kanté. L’Imperatore mandinga era Sundjata Keita, fondatore poi dell’Impero del Mali, tutti nomi che ritroviamo nelle denominazioni degli Stati coloniali. Arrivarono i missionari e i primi esploratori che, vedendo che il territorio africano era molto ricco e soprattutto senza testa, senza una struttura di governo centrale, diedero inizio alla propaganda che diffondeva l’idea di un continente privo di storia, di civiltà, di valori, che non faceva parte della Storia del mondo: una tabula rasa, insomma. Applicarono un sistema di divisioni per poter comandare: territori la cui popolazione aveva gli stessi usi, tradizioni e civiltà, si sono trovati divisi. È il caso di Guinea e Mali, divisi dal Paese colonizzatore per avere maggiore potere. Guinea e Mali sono lo stesso Paese, hanno la stessa storia, tu non puoi parlare di Guinea senza parlare di Mali e viceversa, perché era un impero unico, allora, l’Impero Mandinga, che comprendeva anche il Niger e il Burkina Faso, ma la regione in cui era concentrata la maggior parte delle attività era tra la Guinea e il Mali, dove si trovava il re Sundjata Keita. Quando arrivarono i primi colonizzatori, dicevamo, esplorando la costa e in particolare l’isola di Tombo, dove oggi è situata Conakry, trovarono delle donne che ovviamente non parlavano la loro lingua e che non avevano mai visto un bianco. Con la totale mancanza di comunicazione, quindi, gli uomini chiesero “Dove siamo?” e le donne, pensando che avessero loro chiesto “chi siete?”, risposero molto semplicemente “donne”, cioè “Guiné”, in lingua soussou (con una radice molto simile, tra l’altro, al greco “gunaikòs”, il che fa pensare ad antichi collegamenti con le radici indoeuropee, ndr.). Gli esploratori annotarono quindi “Guiné” come toponimo. Il nome del territorio era “Riviera del sud”, perché è una zona ricca di fiumi, la Guinea ha un numero di fiumi incredibile.

In Guinea ci sono anche le sorgenti del grande fiume Niger, terzo per lunghezza dopo Nilo e Congo. Il fiume Niger è stato la madre di molti popoli, durante i secoli, ha permesso lo sviluppo di civiltà fiorenti.  Esatto. Il Niger forma un grande arco, attraversando molti Paesi. Ma il Niger è soltanto il più grande, ce ne sono molti altri, il Kolente, che scorre poi in Sierra Leone, abbiamo il Milo, il Makona, il Dion, il Cavally, poi abbiamo il Sankarani che scorre verso la Costa d’Avorio, il Bafing, il Senegal.

Con tutti questi fiumi la terra sarà fertile. Molto fertile, certo. Per questo circa l’80% dei Guineani lavora nel settore agricolo.

Quella è stata la regione che ha pagato il prezzo più alto all’epoca della tratta degli schiavi. Quale  sentimento si prova pensando agli antenati trattati senza nessuna pietà? Colui che divenne il primo Presidente del Senegal, lo scrittore Léopold Sédar Senghor, disse che la colonizzazione fu un “male necessario”. Si riferiva al fatto che i Francesi hanno cominciato ad interessarsi alla letteratura e ai valori africani, portandoli nelle proprie accademie. È stato quindi un male, ma “necessario”, come se un male potesse essere necessario! Lo scrittore Aimé Césaire, originario della Martinica, era solito dire che pur non essendo africano, poteva essere la loro voce e la loro bocca. Aveva scritto in un libro dal titolo Cahier du retour au Pays natal:  “La mia bocca è la bocca del malessere di chi non ha voce ma vuole la libertà di esprimere le proprie speranze”. Ecco, la colonizzazione è stata atroce per gli africani, perché non avevano voce, e anche se parlavano, nessuno li ascoltava. La lotta poteva avere senso se gli africani che soffrivano avessero manifestato la propria sofferenza. Personalmente, concepisco la colonizzazione come un reato, perché vedeva il popolo africano come “schiavo”. Ma schiavo di chi? Dio ha creato esseri umani in tutti gli angoli della Terra, ma noi siamo tutti fratelli, siamo su questa Terra, che appartiene solo a Dio, e non a qualcuno. Là dove ti trovi in pace e ti senti sicuro, quello è il tuo Paese. Il passaggio alla condizione di sfruttamento di un Paese verso un altro, per me è un atto degradante ed inumano, ed oggi sono ancora tanti, questi Paesi. Mitterrand diceva che la Francia per vivere ha bisogno dell’Africa, ma anche l’Africa, per vivere, ha bisogno dell’Africa.

Lo schiavismo non termina, quindi, con l’arrivo dei Francesi. Prima lo schiavismo era esercitato in forma diretta, con i Francesi si trasforma in sfruttamento legalizzato, con quello che gli Occidentali chiamano “democrazia”. La democrazia occidentale non è la benvenuta, in Africa, che ha le sue realtà, i suoi costumi, le sue tradizioni. Se dobbiamo fare una democrazia, dobbiamo farla “all’africana” e non sul modello occidentale, perché qui ci sono regole sociali non accettate in Africa, e viceversa. Dietro la maggior parte dei colpi di stato avvenuti in Africa, soprattutto in Africa Occidentale, ci sono, secondo me, la Francia e i suoi interessi: paga affinché chi non ha la stessa visione della Francia venga eliminato e sostituito con governi che continuino a fare gli interessi francesi. La Guinea è stato l’unico Paese a dire “no” alla colonizzazione. Il primo ad ottenere l’indipendenza è stato il Ghana, con Kwame Nkrumah primo presidente, nel 1957, dando il via a quello che è stato chiamato “panafricanismo”, al quale si rifaceva anche Seku Touré. Essendo un leader sindacale, riuscì ad imporre un referendum alla Francia, colpevole di aver fatto promesse che non ha poi mantenuto. De Gaulle aveva dichiarato che la Francia avrebbe concesso l’indipendenza alle sue colonie, in segno di riconoscenza per aver mandato i loro uomini a combattere per liberarla dall’occupazione tedesca. Venne la liberazione, ma la Francia cambiò le cose, trasformando la promessa indipendenza in un accordo di cooperazione franco-africana. Si sono riuniti i presidenti Seku Touré, Félix Houphouët-Boigny della Costa d’Avorio, Modibo Keita del Mali e Kwame Nkrumah del Ghana, e hanno deciso di dire “no” alla collaborazione con la Francia, hanno detto: “noi vogliamo la nostra indipendenza totale”.

Oggi, com’è noto, la Francia conserva un sistema di tassazione che, di fatto, serve a mantenere le sue ex colonie dipendenti dall’economia francese. È così, ed è il motivo per cui l’Africa non progredisce. Seku Touré ha scritto che un’indipendenza politica, senza quella economica, non conta nulla. La Guinea ha detto chiaro e tondo che voleva l’indipendenza totale: “Noi preferiamo l’indipendenza nella povertà all’opulenza nella schiavitù”. De Gaulle non credeva che gli africani facessero sul serio, disse che se volevano l’indipendenza avrebbero dovuto sopportarne anche le conseguenze. Noi abbiamo il diritto di scegliere i Paesi con cui stabilire relazioni economiche, mentre gli altri sono limitati, perché hanno un’indipendenza parziale, e quando c’è un problema, la Francia manda i militari, che sia Mali, Costa d’Avorio, Senegal, Repubblica Centrafricana, tutti. L’unica eccezione è la Guinea, per questo la Francia ha fatto in modo di isolarla. Dopo l’indipendenza, abbiamo chiesto collaborazione, da Paese indipendente a Paese indipendente, ponendo una base comune per gli interessi di ciascun Paese, e hanno detto di no. Abbiamo chiesto di cambiare la moneta comune a tutte le colonie, il franco CFA, ma hanno detto ancora di no, hanno bloccato tutti i Paesi che non volevano collaborare con la Francia. Allora, visto che c’erano i due blocchi contrapposti, quello occidentale e quello sovietico, la Guinea ha svoltato nell’area di influenza russa. Tutte le armi presenti in Guinea provengono dalla Russia, che oggi è il principale partner della Guinea. Abbiamo un accordo per lo sfruttamento delle miniere di bauxite, molto importante per loro, e dell’uranio.

Quindi, strategicamente, la Guinea è alleata della Russia. Esatto. Ad ogni modo, la tassazione francese funziona così: la Francia utilizza in Africa il franco CFA, controllato del Ministro delle Finanze francese. Ogni anno, i 14 Stati africani che adottano tale valuta, pagano 500 miliardi di dollari alla Francia  in tasse.

Quindi la dipendenza dalla Francia è finanziaria, più che economica. Dopo l’indipendenza del 1958, i governi di Touré e Conté sono stati molto duri e segnati da politiche repressive. Nel 2008 il colpo di Stato di Camara portò un biennio di violenze, tra cui la strage del 28 settembre 2009 allo stadio di Conakry, quasi 160 vittime. Lei era lì? Come ha vissuto quella tragedia? Cosa ricorda?  Moussa Dadis Camara è arrivato in un periodo cruciale per la Guinea. Prima di parlare di lui, dobbiamo dire che Lansana Conté, secondo Presidente del Paese, non aveva preparato il suo futuro, lasciando il Paese, alla sua morte, preda di un conflitto tra le etnie. I Malinké volevano riconquistare il potere perso dopo Seku Touré, i Soussou, l’etnia di Conté, volevano continuare a governare, i Peul sostenevano che adesso sarebbe toccato a loro, senza passare attraverso le elezioni, così, direttamente: assurdo. La morte di Conté è stata tenuta segreta proprio perché i militari Peul stavano preparando un altro colpo di stato. Camara controllava, dal suo campo, la distribuzione del carburante per tutto l’esercito: ha notato che i rifornimenti per gli ufficiali avevano un andamento strano e, risalendo alla ricerca delle cause, ha capito che il Presidente era morto. È stato molto veloce, ha preso il controllo del CNDD, il Comitato Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo, con l’iniziale consenso popolare, perché veniva da una etnia minoritaria, i Forestiers; questo scongiurava una guerra civile tra quelle principali. Si pensava ad un periodo di transizione per arrivare ad elezioni libere e democratiche, ma Camara ha abusato del suo potere, ha rimandato, fino a quando un attentato lo ha costretto ad una lunga degenza. Nel frattempo il suo vice, Sekouba Konaté, ha preso il comando, ha organizzato le elezioni in cui è stato poi eletto Alpha Condé. Quando anche Camara espresse l’intenzione di presentarsi come candidato, il popolo si è ribellato, sarebbe stato un abuso di potere da parte di un militare. Gli oppositori hanno organizzato la protesta nel giorno sacro a tutti i guineani, il 28 settembre, giorno in cui si svolse il referendum del 1958 per l’indipendenza dalla Francia; avrebbero voluto far coincidere il “no” alla Francia con il “no” a Camara, il quale, appunto, pur non opponendosi alla manifestazione, ha vietato di svolgerla nel simbolico giorno. La protesta, organizzata da Sedu Dané Diallo, presidente di UFDG, Unione delle Forze Democratiche di Guinea, è arrivata alle porte dello stadio. Camara ha mandato Keburu Camara, l’allora ministro contro la corruzione e la droga, il quale ha esortato i manifestanti a non entrare. L’onda della folla, però, ha spinto verso le entrate e la pressione ha abbattuto i cancelli. Sono arrivati i “berretti rossi” (i soldati della Guardia Presidenziale), sono entrati e hanno cominciato a sparare. Non è stato davvero una bella cosa, la vita è sacra, e sparare sul proprio popolo per me non è un atto umano, è terribile. Di questo io accuso anche i dirigenti degli altri partiti: il Presidente Camara non era contrario alla manifestazione, aveva soltanto chiesto di non farla quel giorno. Hanno condannato la gente per una scelta simbolica.

Oggi la Guinea ha problemi. Soffre dei problemi del resto della regione, per esempio la situazione della Costa d’Avorio, in cui il principio di “ivoirité” ha creato forti discriminazioni, soprattutto verso i musulmani, e una conseguente ondata di profughi in Guinea e negli altri Paesi confinanti.  Il primo Presidente della Costa d’Avorio, Félix Houphouët-Boigny, quando il Paese cadde in una profonda crisi economica, ha chiamato ad assumere la carica di Primo Ministro Alassane Ouattara, consigliere del Fondo Monetario Internazionale, per cercare di risolverla. Come si può immaginare, uno che non ha la nazionalità (Ouattara è tuttavia indicato ovunque come ivoriano, ndr.) non può diventare Primo Ministro del Paese, lui è della comunità Dioula, che significa “commerciante”, e molti cittadini lamentano che questo signore non sia proprio ivoriano. È quindi stata approvata una legge che stabilisce che per essere eleggibili bisogna che siano ivoriani sia la madre, sia il padre. Fino al 2010 la Costa d’Avorio ha quindi conosciuto la tragedia della guerra. Come sempre, uno scontro tra etnie trasformato in guerra politica.

Passiamo ad argomenti più leggeri. La Guinea è terra di scrittori e di poeti, con un’antica tradizione letteraria, Conakry è addirittura la Capitale mondiale del libro per l’anno 2017. Soprattutto, ha una grande tradizione di canti popolari, cantata dai “griots”, i cantastorie. Lei che conoscenza ha della cultura e della letteratura guineane? È vero, la Guinea è un Paese molto ricco di cultura e di letteratura. Soprattutto una letteratura orale, talvolta diventata espressione scritta: significa che i nostri antenati educavano i figli attraverso canti, detti, proverbi. Contribuivano, i canti, a strutturare e istruire la popolazione. Ad esempio, ricordo che ai bambini si vietava di mangiare le uova, per evitare che diventassero dei ladri. Sembra strano, ma la spiegazione è che, essendo l’uovo un alimento completo e gustoso, se i bambini assaggiano un uovo e il padre non è un allevatore, i bambini potrebbero essere spinti a rubare le uova altrui.  Altra regola popolare è quella di non cantare di giorno: se lo fai, perdi la mamma. Qui la spiegazione è più semplice, arriva dalle abitudini alle attività agricole, che vengono svolte di giorno, e mentre lavori non puoi cantare: di giorno si lavora, non si canta! Pena volutamente crudele, la perdita della mamma, alla quale siamo tutti più legati che al padre. La notte, sì, magari intorno al fuoco, possiamo cantare e declamare proverbi.

Qual è lo sport più popolare in Guinea? Il calcio? Conosciamo Diawara, che ha giocato in Italia. Altri sport? Lei pratica (o ha praticato) qualche sport?   Sì, è il calcio. Diawara, certo, ma anche Camara, Pogba, e altri. Io giocavo a calcio, poi mi sono fratturato l’anca e sono stato operato qui, in Italia.

Qual è la condizione delle donne in Guinea?  Le donne sono molto libere, hanno un ottimo spirito imprenditoriale, creano aziende, partecipano alle decisioni dello Stato, molte sono presenti nelle diverse amministrazioni statali. Possiamo parlare di Rougui Barry, che è stata sindaco della città di Matama, o di Saran Daraba Camara, tre volte ministro, oppure Aicha Bah, ministro dell’educazione al tempo in cui facevo il liceo e oggi funzionaria all’Unesco. Vi sono anche molte donne in magistratura.

None è stata una scelta o un’opportunità? Sappiamo che ha vissuto anche a Torino. Quali differenze ha trovato tra la vita in un  paese e nella grande città?

Sì, abitavo a Torino, sono un rifugiato politico, e ho lavorato con l’Ufficio Pastorale Migranti, con il direttore Sergio Durando, che ha fatto moltissimo per me e per agevolare la mia integrazione, gli devo moltissimo. Mi portava a tutte le riunioni, mi ha presentato a molta gente, mi ha fatto conoscere molte persone, Monica Cerutti, per esempio, che era qui l’altra sera; il prefetto di Torino, l’arcivescovo, che ho incontrato 14 volte; Papa Francesco, con il quale ho avuto un colloquio di ben otto minuti. Mi ha aperto molte opportunità. Tramite lui sono stato accolto da una famiglia, trovando lavoro presso la Commissione Sinodale della Diaconia Valdese. Avendo un lavoro, ho chiesto di poter far venire qui anche la mia famiglia e, visto che il mio lavoro è a Pinerolo, mi hanno trovato una sistemazione qui, circa a metà strada, quindici minuti da Torino, quindici da Pinerolo. È stato un momento toccante per me, ho lasciato tanti amici a Torino. A Torino c’è molto entusiasmo, c’è una rete di contatti, di persone. A None sono arrivato da circa un anno e non conosco ancora molta gente, anche perché è difficile, per tutta la giornata sono a Pinerolo. Qui ho conosciuto gente allegra, gioiosa, come Franco (Scaglia) e sua moglie, che sono stati per me un papà e una mamma, così come le persona della Caritas, così come l’umanità di Mario Dellacqua, che mi ha offerto la sua casa.

Ha avuto molte difficoltà nella vita in Italia, in genere? Ha dovuto subire episodi di razzismo su di sé?  Sì, certo, come tutti gli africani. Abitavo ancora nel Centro di accoglienza, in via Calabria, e non avevo lavoro, non “avevo la voce”, anche perché non parlavo ancora l’italiano. Con i problemi per l’intervento all’anca, avevo sempre bisogno di qualcuno che mi spiegasse cosa dicevano i dottori, e avevo paura: in Africa quando sei in ospedale, hai qualcuno accanto che ti assiste, qui non avevo nessuno. E allora mi sono detto che dopo l’intervento dovevo fare qualcosa per sentirmi utile ad altre persone, per dare un senso alla mia vita in Italia, per contribuire alla mia emancipazione ma anche allo sviluppo del Paese che mi ospita, potevo contribuire allo sviluppo del conflitto culturale che c’è in Italia. Ho notato che molti Italiani non conoscono le altre culture, cosa molto strana, perché io, nei miei studi, ho imparato che gli Italiani sono 140 milioni: 60 milioni vivono qua e 80 milioni sono in giro per il mondo. L’Italia è il Paese che ha il maggior numero di migranti al mondo, e allora perché questa avversione per gli immigrati? Mi sono chiesto perché abbiano questa visione degli stranieri. Come stranieri sono considerati i figli dei migranti nati in Italia, ma senza il diritto di voto. I migranti sono scappati dal proprio Paese d’origine a causa della guerra, oppure di un problema politico o economico, per trovare una vita migliore. Ma perché gli Italiani confondono tutti i migranti in un’unica massa?  Un giorno sono salito sul tram, il 3, verso corso Potenza. A causa di una frenata brusca, la signora di fianco a me stava per cadere ed io l’ho afferrata e trattenuta. Quando si è resa conto che ero un nero, ha cominciato a gridare, come se volessi ammazzarla: sono rimasto a bocca aperta, è una sensazione che non dimenticherò mai. Non avevo fatto nulla di male, anzi volevo salvarla, e vengo considerato così?

Qual è il suo lavoro? Come vive la sua attività? Le piace?  La figura del mediatore culturale è nata per facilitare i rapporti tra l’ospite e l’operatore del servizio, sia esso pubblico o privato. Noi cerchiamo soluzioni ai malintesi, come quello che ho citato prima, tentiamo di spiegare cosa intende dire l’altro e cosa significa una parola nella cultura dell’altro. Dobbiamo cercare di essere neutrali e di mediare i contrasti tra le persone. Ora dobbiamo spiegare ai ragazzi appena arrivati perché sono qui da noi, cosa significa la richiesta di protezione internazionale, cosa succederà, qual è la procedura che dovranno seguire. Noi dobbiamo prepararli all’uscita, al momento in cui lasceranno questo posto e questo significa prepararli all’autonomia, perché oggi lo Stato li assiste in tutto, hanno una casa e non fanno niente, e viene loro chiesta una sola cosa: andare a scuola e studiare, perché chi vuole rimanere in Italia deve saper parlare la lingua italiana, l’autonomia di linguaggio è primaria. Spieghiamo loro queste cose, spieghiamo la Convenzione Internazionale di Ginevra, li accompagniamo ovunque, presso gli uffici pubblici, negli ospedali, presso gli sportelli per richiedere documenti e presso tutti i servizi che lo Stato ha messo a disposizione dei migranti. Tutto questo è per me molto, molto importante, perché partecipare all’emancipazione delle persone dà senso alla mia esistenza.

Come le sembrano i ragazzi che sono venuti a vivere a None? Pensa che si ambienteranno? Molto contenti, ovvio, quando arrivi in un Paese di cui non conosci niente, non sai dove andare, non hai nessun legame, sei contento di trovare una sistemazione abitativa.

Come le sembra il clima di None? Che differenza c’è con quello della Guinea? Sono arrivato qui che faceva molto freddo, ora vivo la mia prima esperienza estiva, fa caldo, così come a Torino, ma in Guinea non fa così caldo: la temperatura massima che si raggiunge sono 32/34°, non supera mai quel livello. Essendoci le foreste, il clima è umido. Conakry, la capitale, è su un’isola, e la sera il vento dal mare, il muossoun, il monsone, porta l’umidità. Ci sono alcune regioni che hanno lo stesso clima che ha l’Europa in primavera. La zona calda è quella vicina al Mali, Paese desertico, dove si arriva anche fino a 45/49°.

Qual è il profumo che ricorda più volentieri, del paese in cui viveva? E il suono che le ritorna in mente, pensando alla sua vita laggiù?  (Sorride) Tanti. Per esempio, da noi le strade non sono asfaltate; quando piove, piove molto, e si sente salire l’odore della terra. Oppure, come dicevo prima, da noi la capitale è su un’isola, e quale che sia la temperatura, quale che sia il tempo, la sera comunque soffia il monsone, il  vento dal mare, umido e fresco, che porta molti profumi. Il suono che mi ricorda la mia casa è quello di un griot che si chiama Demba Camara, che ha partecipato attivamente alla vita politica ai tempi di Seku Touré. Quando sentiamo le sue canzoni significa che il Paese è in allerta, sono canzoni che parlano di combattenti e di conflitti, canzoni politiche.

Come si può chiaramente comprendere  da questa chiacchierata, quelli che i media chiamano genericamente “migranti” posseggono un patrimonio di storia, tradizioni, speranze e paure, con tutti i problemi delle persone comuni, con l’orgoglio delle proprie radici e le paure del futuro che appartengono anche a noi. Ricordiamocelo, quando parliamo di ius soli o di emergenza sbarchi: non stiamo parlando di numeri. Stiamo parlando di persone.

Marco Gambella

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  • Published: 2 mesi ago on 19 novembre 2017
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  • Last Modified: novembre 19, 2017 @ 11:19 pm
  • Filed Under: Cultura

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