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Il gatto e la rosa

By   /  16 maggio 2017  /  No Comments

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Avevo a quel tempo un uomo giovane, che ogni volta che veniva a trovarmi mi portava una rosa rossa. Prendeva due treni e altrettanti autobus per raggiungermi a Torino dalla provincia di Parma dove l’avevo conosciuto. Non aveva l’auto. Guidava, ma non ne possedeva una sua e il padre gliela prestava poco volentieri, benché fosse prudente. Il parroco gli affidava il pullmino per spostare le suore quando due volte l’anno scendevano in visita dal monastero; e lo mandava a collocare le arnie sulla collina per avere poi il miele di castagno e di acacia. Lavorava negli alberghi, d’estate; d’inverno, quando trovava un lavoro che gli piacesse o, in caso contrario, che non avesse la prospettiva di durare troppo. Questa selettività era il fondamento del dissidio con i genitori e la ragione per cui il padre lo lasciava a piedi. Il giovane era schizzinoso in fatto di impieghi e maledettamente onesto, caratteristica che lo obbligava a girare sempre con pochi soldi in tasca. Ma era un sognatore romantico e, siccome non rinunciava a portarmi la rosa rossa col gambo lunghissimo, circondata da spighe, bacche e nastrini, accadeva a volte che, per aver comprato la rosa, io dovessi poi prestargli i soldi del treno per tornare indietro.

Ogni sabato la fioraia se lo vedeva comparire davanti col suo zainetto sulle spalle, alto, magro, timido e determinato, i ricci neri come gli occhi e i piedi lunghi con le punte che si guardavano.

“Da dove vieni?” gli domandò una volta con simpatia.

“Dall’Emilia…”

“E hai un’amica qui?”

“Sì”.

“Bravo. Non sono più tanti gli uomini che regalano fiori alle donne, lo sai?”

“E’ solo una…”.

“Non importa. E’ simbolica”.

La fioraia era anche lei un soggetto inconsueto. Mascolina, roca, gran fumatrice, grassoccia e bruttina, dotata di gusto squisito nel comporre i fiori e scegliere i garzoni, era sempre attorniata da bei giovanotti cui dava lavoro; cosa che non le impediva di incuriosirsi del mio quando arrivava in bottega a comprare la rosa. L’altra sua passione erano i gatti, che diventavano suoi per abitudine e comodità. Due o tre passavano la giornata acciambellati nei vasi degli oleandri all’esterno del negozio; altri girovagavano tra i piedi dei clienti e il retro, dove si componevano corone funebri e mazzi da sposa. Il numero dei felini si moltiplicava all’ora di pranzo: quando la fioraia usciva sul cortile con le ciotole e buttava un richiamo adulto che traversava corti e tetti lontani, bassi fabbricati e scantinati: “Pappaaaa!”. Allora li vedevi sbucare, correre sui tetti delle rimesse, raggiungere la mensa dagli angoli più distanti, tuffare il musetto nel cibo tenendo la coda dritta. Finito di mangiare, i gatti si distendevano al sole; poi se ne andavano. Come le persone che amiamo e lasciamo partire in libertà per provare la gioia di vederle tornare senza costrizione.

Valeria Amerano

 

 

 

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