Loading...
You are here:  Home  >  Attualità  >  Current Article

Caritas – Di Marco Gambella

By   /  16 maggio 2017  /  No Comments

    Print       Email

I primi giorni di gennaio del 2017 hanno visto il gelo farla da padrone. A Torino e nelle altre grandi città, i senza tetto hanno vissuto momenti difficili e in qualche caso hanno ceduto al freddo perdendo la vita. Ma hanno ricevuto l’aiuto di persone in gamba, gente che dona al prossimo un po’ di tempo per portare calore a chi soffre il freddo, sia quello meteorologico sia quello metaforico dell’indifferenza altrui. Alla mia domanda se None abbia questo tipo di problema, le tre teste si agitano senza esitazioni: “No, qui per fortuna niente del genere”. Le “tre teste” sono quelle di tre persone non comuni, Giovanni Capussotto, Renato Musso e Salvatore Uragano, che da anni si occupano di far andare avanti la Caritas di via Roma. Solitamente le interviste iniziano con una piccola storia personale, ma qui non se ne parla proprio. Il lavoro si svolge in squadra, insieme si prendono le decisioni ed insieme si parla dell’opera della Caritas. Non c’è spazio per “l’io” ma solo per il “noi”, sempre. Ricostruire la storia della Caritas nonese si rivela però difficoltoso. Da un lato per scelta prima di queste interviste decido di non documentarmi, prediligendo il racconto dell’interessato, d’altro canto però la memoria dei tre inciampa in date contraddittorie, finendo per confondere le idee a tutti. Basti dire che il loro impegno è nato nel 1999, dai corsi di formazione che la parrocchia di None ha predisposto per dare anche alla Caritas parrocchiale una struttura più organizzata. Una dozzina di anni fa, o meglio intorno al 2003, ultimato il corso triennale, è nata l’associazione vera e propria, con tanto di statuto sociale, che ha trasferito la propria sede dai locali della parrocchia agli attuali, che però, a parere unanime, ancora non sono sufficienti per tutte le attività. L’adesione al Banco Alimentare era precedente rispetto alla nascita dell’associazione: ogni anno a novembre, in collaborazione con altre associazioni, viene raccolto il cibo, suddiviso in modo da riuscire a dare qualcosa ogni settimana. C’è poi l’attività di raccolta dei vestiti usati, che devono essere selezionati e distribuiti, portando poi l’eccedenza al Sermig di Cumiana. C’è inoltre la consegna dei pasti di mezzogiorno, che arrivano dalla mensa dell’asilo e vengono portati a domicilio dai volontari divisi in gruppi: oggi sono soltanto tre o quattro pasti, ma in alcuni periodi ma si è arrivati anche ad una decina.

La domanda che sorge è: perché? Perché imbarcarsi in quest’impegno per gli altri?

Non ci sono “perché”. O ci sei portato o non lo fai. Possiamo dire che il corso è stata una buona occasione per cominciare a fare quello che sentivamo di fare. Poco alla volta si sono aggiunte altre persone, oggi siamo una ventina. In frazione Palmero c’è la Dimar, che negli ultimi tre, quattro anni, ci dà le eccedenze, i prodotti in scadenza o quelli che si stanno deteriorando: noi andiamo con il nostro Ducato (che usiamo anche per il Banco Alimentare) e carichiamo un paio di pedane più qualcos’altro in mezzo. E’ una cosa importante. Poi c’è il problema della scarsità di lavoro. Abbiamo il Centro d’Ascolto, in cui la gente viene a parlare dei problemi, per esempio il pagamento delle bollette o dell’affitto. Per alcuni di loro chiediamo l’opera degli assistenti sociali, per gli altri cerchiamo di provvedere noi stessi. Altro grosso problema è quello delle separazioni, il cui effetto è quello di dividere gli stipendi e moltiplicare affitti e spese. Vi è poi una categoria di persone che non sanno organizzarsi, che non sono in grado di badare a se stesse, non sanno gestirsi e che non hanno familiari che li assistano. Noi ci sentiamo di ringraziare la comunità nonese, per la raccolta alimentare, per quella del vestiario e anche per la raccolta fondi, che l’ultima domenica di ogni mese viene effettuata in Chiesa, in occasione della Messa. Da segnalare anche l’iniziativa “Mani & Cuore”: le donne di None producono lavori a maglia o ricami, che vengono poi venduti per finanziare le diverse attività dell’associazione. Un altro canale di finanziamento arriva dai Lions di None e di Airasca, che due o tre volte all’anno contribuiscono con un bel po’ di alimenti, oltre a fornire i regali di Natale per i bimbi. È bello poi che partecipino tutte le associazioni: il Banco Alimentare, per esempio, viene gestito con tutte le altre associazioni, dagli Alpini, ai Carabinieri, l’Avis, la Fidas, eccetera. Anche la Fondazione Orso è molto attiva nella collaborazione. Ad esempio, quest’anno ci ha offerto un alloggio, che noi abbiamo arredato e in cui abbiamo sistemato una famiglia di immigrati.

Mi era stato detto da più voci che i nonesi sono generosi, ma la cooperazione tra le diverse associazioni è sempre molto difficile.

No, non è vero, dipende dal tipo di operazione, bisogna che le persone siano coinvolte. Evidentemente il Banco Alimentare mette tutti d’accordo. Noi abbiamo una grande risorsa nel coinvolgimento dei ragazzi del catechismo, e dietro a loro ci sono ovviamente anche i rispettivi genitori. La nostra opera di aiuto è rivolta a tutti, ma il fatto importante è che lo facciamo a nome di tutta la popolazione, non a nostro titolo. La Caritas significa essere “comunità”. Anche alla raccolta dei vestiti la gente partecipa molto volentieri, come per la raccolta dei giocattoli, che organizziamo per il Centro Aiuto alla Vita di Nichelino. Nella stessa raccolta alimentare c’è molto lavoro da fare, non puoi distribuire alimenti troppo deteriorati, occorre fare una cernita e scartare molta roba, e per fare questo ci vuole un bel po’ di persone. Abbiamo fissato due giorni alla settimana, il sabato pomeriggio e il mercoledì mattina, in cui si fanno le borse e si distribuiscono, quindi la gente sa che in quei giorni lavoro ce n’è. Inoltre c’è il martedì per il Centro d’Ascolto. A questo proposito, dobbiamo precisare che noi prendiamo nota di quello che ci dicono, poi però lo comunichiamo agli assistenti sociali del Comune, perché il nostro lavoro è quello di “tappabuchi”, non abbiamo le competenze necessarie. Ma anche dove diamo il nostro aiuto concreto, con i pasti, con il cibo del Banco Alimentare o con i vestiti e il pagamento delle bollette, ci accertiamo che venga fatto un controllo preciso, pretendiamo una documentazione, un ISEE, cerchiamo di capire che tipo di problemi ci siano e di essere sempre sicuri che il disagio economico sia reale. I profittatori ci sono dappertutto. Un tempo nella parrocchia c’era la San Vincenzo, poi poco a poco si è dissolta, sono rimasti Margherita e pochi altri, e poi ci sono le ACLI.

Giovanni Garabello mi ha raccontato che negli anni Sessanta andava in giro con il parroco per portare la legna agli immigrati che vivevano in abitazioni di fortuna. Oggi quali sono i problemi?

Quello del riscaldamento è sempre uno dei maggiori problemi. I problemi si sono ingigantiti con la mancanza di lavoro. Senza lavoro non si può fare niente. Una volta si stava meglio, c’erano meno esigenze. Oggi senza lavoro non paghi le bollette del gas, non paghi la luce, non paghi il telefono, non paghi l’acqua. E non paghi l’affitto. E arrivano gli sfratti. Allora noi ci accordiamo con il proprietario per un certo periodo, confidando che le cose si aggiustino. La luce è da pagare, altrimenti te la staccano. Il riscaldamento devi pagarlo: una volta, con la legna, ti arrangiavi, scaldandoti anche solo un paio d’ore al giorno, oggi nei condomini le caldaie sono accese e tu devi pagare per forza.

Non c’è gente che approfitta di questi aiuti?

Noi chiediamo tutta la documentazione, per esempio l’abbonamento dei bus per i figli che vanno a scuola a Torino o Pinerolo, che costa 70 euro al mese e per molti è insostenibile. Certo, c’è qualcuno che su questa assistenza si ferma senza cercare di uscire dall’emergenza, ma in linea generale si tratta di quelle singole persone di cui si parlava prima, quelle che non sono in grado di gestirsi. Nelle famiglie, in genere, sono almeno in due ad essere in grado di portare a casa dei soldi, quindi nella maggior parte dei casi si tratta proprio di superare l’emergenza. Non bisogna soltanto prendere, ma anche dare. Insomma, il patto è “noi ti diamo una mano, ti paghiamo la bolletta, ma tu devi darti da fare”. Abbiamo un accordo con il Comune, che fa lavorare queste persone in rapporto all’aiuto che diamo loro. Per contro, c’è anche gente che invece sembra quasi pretendere un aiuto, come se da parte nostra aiutare gli altri fosse un obbligo. Certo, la morale cattolica ce lo impone, ma non esageriamo con le pretese, insomma…

La storia di None. Cosa è cambiato da quando c’era l’Indesit?

È cambiato che una volta la gente veniva qui senza niente, ma soltanto di passaggio, perché poi trovava un lavoro e andava altrove. Oggi la gente arriva e si ferma, perché lavoro non ce n’è, e continua ad aver bisogno di sostegno. È cambiato che prima eravamo duemila e oggi siamo più di ottomila, e per di più prima None era essenzialmente un centro agricolo, non c’era altro. Tante fabbrichette hanno chiuso o si sono trasferite, e chi si trova a metà strada, intorno ai cinquant’anni, non riesce ad andare avanti. Oggi anche la scuola ha dei costi, e se non hai lavoro…

Avete rapporti con la Caritas in altre località?

Beh, sì, siamo legati alla Caritas diocesana, di Torino, poi i paesi della Comunità Pastorale, La Loggia, Vinovo, Candiolo e Castagnole. Capita che ci arrivino quantitativi enormi di cibo che verrebbe sciupato se non avessimo l’opportunità di dividerlo con loro.

Dicevamo dei clochard.

Sì, qui di clochard non ce ne sono. Una volta, per dire, partecipavamo ad incontri a Torino, ma poi abbiamo smesso di andarci, i problemi della grande città non sono gli stessi che abbiamo qui a None. Noi abbiamo altri tipi di problemi. Per esempio, la gente che ha bisogno di aiuto non viene a chiederlo. C’è gente a cui portiamo la borsa a casa, perché qui non viene, perché si vergogna, e sono quelli che alla fine hanno più bisogno. E dobbiamo essere cauti, perché se andassimo da loro dicendo “Hai bisogno?”, risponderebbero “Chi te l’ha detto? Chi ti ha chiamato?”. Sono i piemontesi di una volta, hanno questo pudore dettato dalla dignità. C’è anche il fatto che non sappiamo bene cosa facciano le altre associazioni per poter aiutare la gente, manca un vero e proprio coordinamento: siamo in tanti ed è difficile conoscere i calendari di tutti. C’è la Consulta, ma ormai ci incontriamo due volte all’anno, per discutere dei finanziamenti e la cosa finisce lì. Ci sono persone che sono volontarie in più di un’associazione. Chi ha voglia di fare volontariato può farlo in tanti posti; quelli che proprio non hanno voglia di far niente e stanno in piazza tutto il giorno, continuano a stare lì.

Com’è la situazione degli stranieri, in generale?

Ci sono stranieri che vengono qui da noi, ovviamente. Anche loro soffrono molto questa mancanza di lavoro.

Don Giancarlo mi ha parlato dei giovani nonesi, che trascorrono troppo tempo sul proprio telefonino. Com’è il loro rapporto con il volontariato?

Don Giancarlo sta puntando molto sui giovani, sul loro inserimento in altre attività che non siano quelle dell’oratorio. Qui alla Caritas non li abbiamo mai visti, se non talvolta con il Banco Alimentare. Il problema è che durante la settimana studiano e in più hanno un sacco di attività in oratorio, però si stanno formando e, magari fra due o tre anni, quando saranno un po’ più informati sui problemi, allora forse li vedremo arrivare. Le catechiste ci hanno chiesto di far venire qui i ragazzi, per esempio, per sostituire l’ora di catechismo con qualcosa di pratico, per renderli consapevoli, e questo è molto importante. Non è facile creare il gruppo, oggi ci sono venti, venticinque animatori adulti, e poi ci sono altri venti, venticinque animatori più giovani, ed è una cosa molto buona. La parte giovanile della parrocchia è quindi in movimento e noi ci contiamo. Se ci fossero dei giovani saremmo contenti, anche solo nell’uso del computer, sarebbe un progresso per noi. Teniamo sempre conto che il nostro punto di vista sui Nonesi si limita alla popola zione che frequenta la parrocchia: None, con la trasformazione da paese agricolo, è diventato quasi un paese-dormitorio, la gente va a lavorare fuori. Ci sono persone che non vedi mai, qui, non ci vivono, quasi non ti accorgi che ci siano.

Ultima domanda: se non aveste liniti di tempo e di denaro, cosa desiderereste realizzare, in concreto?

Alloggi, un po’ di alloggi, ma piccoli, bilocali, lo abbiamo anche già chiesto al Comune. Devono essere il minimo indispensabile, perché devono servire per le emergenze, e la gente deve fermarsi il minimo indispensabile per migliorare la propria vita e lasciare poi il posto ad altri; se invece sono belli e spaziosi, chi vi arriva si ferma e non se ne va più. Se una famiglia arriva e nel frattempo trova lavoro, sono loro stessi ad andare a cercare un alloggio più comodo. Però un tetto ci vuole, tanta gente non ha neanche quello. Se arriva uno sfratto e non hai neanche una busta paga da presentare, chi ti prende in casa? Dove vai?

Quindi, in definitiva, non c’è una categoria precisa di gente a rischio povertà, il disagio è generalizzato, dovuto alla mancanza di lavoro, alle separazioni, agli sfratti…

No, non in particolare. L’unica tipologia, di cui abbiamo già parlato, è data da quelle persone che non sanno badare a se stesse.

 

 

Ci salutiamo parlando del futuro. Sembra che la gioventù nonese sia sana e faccia ben sperare per il progresso della comunità. Se si riuscirà a coltivare tra i giovani l’interesse nell’aiutare gli altri e nel sostenere gli elementi più deboli della società, il futuro di None sarà senz’altro positivo.

Marco Gambella

 

    Print       Email
  • Published: 5 mesi ago on 16 maggio 2017
  • By:
  • Last Modified: maggio 16, 2017 @ 11:01 am
  • Filed Under: Attualità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You might also like...

Pro Loco None – 10 anni di successi

Read More →