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Ettore Galvani…di Marco Gambella

By   /  30 aprile 2017  /  No Comments

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Non ci si pensa mai, ma in effetti cantare in coro è prima di tutto un atto di umiltà: è confondere la propria voce in mezzo alle altre, e fare in modo che essa si perda amalgamata fra tutte le voci… Non c’è gara per prevalere, ma l’offerta di ognuno affinché il buon risultato sia soltanto collettivo” Con queste parole Giulio Bedeschi, l’autore di “Centomila gavette di ghiaccio”, descrive il canto in un coro.

Ettore Galvani è il massimo rappresentante della coralità: direttore, in passato, di diversi gruppi corali, Presidente dell’Associazione Cori Piemontesi dal 2012 e, dal 18 marzo di quest’anno, Presidente nazionale della Feniarco, l’associazione che raccoglie tutte le realtà coristiche italiane. Vive la reltà di None con molta difficoltà, perché i suoi impegni lo portano in giro per l’Italia, e qui, in fondo, ci viene per riposare. Partendo dalle parole di Bedeschi, infatti, possiamo dire che il coro è una metafora della società, in cui tutti devono prestare umilmente la propria opera affinché la “melodia” collettiva sia gradevole.

Una piccola biografia. Etnomusicologo, autore di cinque libri sui canti popolari piemontesi.

Secondo Giovanni Berchet, bandiera della letteratura del Risorgimento, il canto passava di generazione in generazione e colui che aveva composto un canto “spariva nella folla”, cioè si perdeva, e conclude dicendo che noi, ultimi a raccogliere questo canto, non possiamo sapere quante forme avesse assunto prima di questa. Descrive il percorso di un canto popolare, quello che Costantino Nigra definisce “rielaborazione collettiva di un sentimento popolare”.

La nascita di un canto popolare è difficilissima da stabilire.

Ci sono canti che sicuramente rimangono nella storia e di cui conosciamo gli autori, in molti canti invece non rimangono, l’autore si perde sempre un po’ nei meandri della storia del brano.

Quando vado nelle scuole per qualche dimostrazione di canti popolari, chiedo se qualcuno sa chi cantava “Vola colomba” o “Vecchio scarpone”. Mi rispondono “mio nonno, mio papà, mia zia…”, non ricordano Nilla Pizzi, Luciano Tajoli o Beniamino Gigli, perché il canto popolare rimane legato al popolo per il contesto che rappresenta, più che melodie sono testi letterari che entrano nell’epoca.

Come ha incominciato ad occuparsi di musica?

Avevo creato un bel coro, circa novanta bambini nella parrocchia di Borgaretto, negli anni 1981/82. Contemporaneamente un coro da camera, il “Sebastiano Valfré”, facevamo musica profana e un po’ dissacrante, autori del Sei/Settecento che raccontavano, come si usava allora, episodi di feste in musica, piccole commedie, che facevano da contraltare alla musica sacra. durante il servizio militare ebbi la direzione del coro della Brigata Alpina Taurinense. Dopo alcuni mesi conobbi Angelo Agazzani, uno dei padri della musicologia piemontese, e intanto avevo conservato il mio coro polifonico. In occasione di un concerto della Taurinense nella loro città, il coro di Carignano mi chiese di dirigerli in sostituzione del loro maestro, che li aveva diretti per quattro anni. Tutto questo succedeva verso la metà degli anni Ottanta.

Nell’87 ho cominciato ad elaborare il primo canto per il coro, che fino ad allora si rifaceva al repertorio di storici cori popolari. Un coro è come un’azienda, deve avere un proprio repertorio, una propria identità. Nel 1999, dopo aver creato e interpretato un ricco repertorio di canti popolari, esce il mio primo libro, quattordici canti del Piemonte. Da lì è cominciata la collaborazione con la casa editrice Daniela Piazza, abbiamo stampato altri volumi, dai canti storici della tessitura e della filatura, a quelli del Carnevale. Nel 2011 abbiamo quindi stampato il volume “1821 – 1918”, con canti dal Risorgimento alla prima Guerra Mondiale.

Nel frattempo l’Associazione Cori Piemontesi mi interpella, in qualità di ricercatore etnomusicologo, per curare una raccolta di pubblicazioni edite dalla federazione nazionale, la Feniarco, che ha persino ricevuto i complimenti da parte della Commissione Artistica Nazionale dell’epoca, perché avevo fatto un bel lavoro. Importante la collaborazione con il prof. Alessandro Ruo Rui, per la parte musicale, io mi ero occupato del lato etnomusicale e glottologico, con i glossari piemontese, occitano e walser, i tre grossi ceppi etnici di canto popolare.

Intanto sono diventato Presidente dell’A.C.P. e quest’anno sono stato nominato direttore artistico dell’Adunata degli Alpini, il 13 e 14 maggio a Treviso.

Quali sono le finalità e quali gli obiettivi dell’ACP?

Difendere e diffondere la coralità, che va vissuta dai cantori, dal maestro, dal pubblico. A Verbania abbiamo l’annuale Concorso Nazionale del Lago Maggiore, arrivato alla settima edizione, quindi un concorso regionale, riservato ai cori piemontesi e itinerante nelle cittadine piemontesi. Abbiamo poi la rassegna “Piemonte In…Canto”, e l’evento “Paesaggi corali”, gestito dai singoli Comuni.

Ultimamente la coralità ha visto un’evoluzione, negli anni passati si andava a cantare per un pezzo di pane, poi abbiamo iniziato a far capire che un coro costa: l’affitto della sede, le divise, le partiture, i maestri che oggi sono professionisti, non esistono più il volontariato e la passione pura. Tutto questo ha un costo.

Il suo rapporto con None. Immagino che lei sia sempre in giro.

Sono cresciuto a Borgaretto, poi a Rivoli quando mi sono sposato. Dopo la separazione, mi si è presentato il problema di mio padre, che aveva una stenosi alla colonna vertebrale, perciò abbiamo cercato una casa a livello del terreno e l’abbiamo trovata a None, in Via delle Lame, quando le stavano costruendo, e ci troviamo bene. Ho lavorato quindici anni in FIAT a Torino, prima giravo per l’azienda, quindi sono passato a viaggiare per l’attività corale.

La qualità dei Nonesi?

Sono cordiali, cortesi, gente perbene. Io vado ancora a comprare nelle botteghe, nei negozi, mi piace parlare con la gente anche se sono un po’ schivo. Sono cordiali in quanto piemontesi, anche quando non lo sono, anche se sono arrivati da fuori. L’osmosi tra le diverse anime, smussa gli spigoli tra le varie etnie.

Qual è il rapporto dei giovani nonesi con la musica?

C’è la scuola, Musica Insieme, quelli che ci vanno sono entusiasti e convinti.

La coralità, come un’orchestra o una squadra, o come la Filarmonica di None, dicevamo con Bedeschi che sono un’ottima metafora della società: occorre che tutti lavorino insieme per arrivare ad un obiettivo.

Banda e coro hanno però due tipi di attività fondamentalmente diverse: la passione per la musica, nella banda, si trasmette di padre in figlio, nel coro molto meno. Nella banda trovi il papà, lo zio, il fratello, il nipote che suonano; entri, impari lo strumento, e così via, rappresenta una vita più popolare, negli anni è sempre vicina alle tradizioni cittadine: il 25 aprile, il primo maggio, la festa cittadina… Il coro è visto più spesso come un’élite: canta in chiesa, ha una figura più signorile. Nelle cittadine più vicine al mondo agricolo forse la banda è più radicata. I cori che pensano di essere molto bravi, infatti, si allontanano un po’ dal pubblico, e devono invece sempre stare attenti a non perdere il contatto con il pubblico.

L’ACP ha collaborazioni con altre realtà europee?

L’Associazione ha legami con altre realtà regionali, più che europee. Stiamo collaborando ad un progetto europeo insieme a Carlo Pavese e ai Piccoli Cantori di Torino, che coinvolge due cori francesi, uno portoghese e uno belga.

Per l’ultima domanda propongo una specie di gioco: se non avesse limiti di tempo e di denaro, cosa realizzerebbe?

Prima di tutto ristrutturerei tutte le case abbandonate che ci sono in giro, per dare dignità agli Italiani. Quelle case sono state volute, tirate su e create da persone, oggi anziane, che hanno sputato sangue per farlo, per esempio le case in montagna, quelle belle baite abbandonate. Quando vedo grosse strutture abbandonate, sicuramente ne farei una “casa della musica”, per creare momenti di aggregazione non solo corali. La voce è lo strumento più difficile da usare, è uno strumento nascosto dentro di me, è qualcosa di molto intimo. Cantare in coro è una cosa che sviluppa l’intelligenza, il pensiero. Anni fa in Inghilterra hanno messo a punto uno studio che ha selezionato un centinaio di anziani ricoverati in strutture: un terzo di questi dediti ad attività normali, ad un terzo attività di giardinaggio, i rimanenti sono stati assegnati a scuole di canto. A distanza di dieci anni, i risultati migliori li hanno ottenuti con quelli che cantavano, erano molto più attivi, più avanti con i rapporti interpersonali, la qualità media della vita era migliore per loro.

 

Bello il messaggio di Ettore Galvani: attraverso l’attività corale ci si sente parte di un tutto, sicuramente si migliora la propria vita e forse si acquisisce persino longevità. Meglio della dieta mediterranea…

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  • Published: 10 mesi ago on 30 aprile 2017
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  • Last Modified: aprile 30, 2017 @ 9:58 am
  • Filed Under: Cultura

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