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L’elezione di Trump: un voto di protesta?

By   /  8 febbraio 2017  /  No Comments

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Alla fine ce l’ha fatta: nessuno ci avrebbe scommesso un cent, nessuno credeva davvero che questo imprenditore più noto per il suo passato sentimentale e per i suoi azzardi in affari che per gli ideali politici, potesse arrivare a ricoprire la carica di uomo più potente del mondo. Eppure. Eppure è andata così, con Hilary che visibilmente amareggiata e delusa ammette la sconfitta – “non abbiamo ancora rotto il più alto e duro soffitto di cristallo ma un giorno succederà” dice, riferendosi alla possibilità per ora tramontata che una donna diventi il primo presidente degli Stati Uniti d’America – e Donald J. Trump, che appare sul palco fiero ed orgoglioso circondato dai familiari. Ne aveva promesse di cose questo miliardario americano durante la sua campagna elettorale ed ora sono in tanti, detrattori e non, a chiedersi quali e quante di queste verranno rispettate: liberalizzazione delle armi, abbattimento delle tasse, abolizione dell’Obamacare, costruzione di un muro per impedire agli immigrati di entrare illegalmente in territorio americano, lotta contro il terrorismo ma anche contro i diritti LGBT. Pare che già su molti di questi punti il tycoon stia facendo dietrofront; in effetti, analizzando più nello specifico alcuni punti cardine del suo pensiero politico, appare piuttosto chiaro come dietro si celi un manifesto demagogico piuttosto basic più che un programma vero e proprio e, dunque, realizzabile. Tanto per cominciare: erigere un muro ai confini con il Messico e magari farlo anche pagare al Messico stesso pare improponibile, tanto che lo stesso Trump ha ammesso che “non sarà una priorità del primo giorno di amministrazione ma potrà essere messo in cantiere per la fine del mandato” (un po’come il Ponte sullo Stretto “de noialtri” insomma, e senza contare che tra 4 anni, a scadenza del suo primo mandato, non è detto che ce ne sia un altro). Inoltre Trump pare non rendersi conto, come chi l’ha votato, di quanta forza lavoro rappresentino ad oggi i tantissimi immigrati che arrivano negli Stati Uniti, regolari e regolarizzati (tramite, ad esempio, lo ius soli che nelle sue intenzioni dovrebbe essere abolito); il danno per l’economia americana sarebbe enorme. Ancora: “significativa crescita del PIL, creazione di un enorme numero di posti di lavoro e aumento dei salari al netto delle imposte per i lavoratori”; messaggio che punta chiaramente alla middle class maggiormente colpita dalla crisi economica. (Anche Hilary prevedeva qualcosa di simile nel suo programma ma non è riuscita a convincere quell’elettorato bianco di estrazione medio-bassa al quale si rivolgeva, che forse in Trump vedeva il proprio riflesso oltre a quello del self made man che di affari se ne intende e “se è riuscito a triplicare i soldi di suo padre perché non dovrebbe riuscirci anche con i nostri?”). Il magnate newyorkese si è anche fatto portavoce di una politica economica estera di stampo protezionistico che ricorda molto quelle dei primi anni 20 del Novecento ma che, evidentemente, nel suo anacronismo ha saputo cogliere ciò di cui la gente ha bisogno in questo periodo storico complesso: a rischio vi sono al momento tutti gli accordi siglati dagli U.S.A., in primis il N.A.F.T.A. (area di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico) e la NATO oltre che le intese con la Cina accusata di “concorrenza sleale”, mentre appare evidente l’intento di avvicinarsi alla Russia. Molti hanno avuto l’impressione che la vittoria dell’imprenditore si inserisca sulla scia del voto di protesta che ha interessato anche l’Europa negli ultimi tempi, dall’Italia del MS5 alla Francia di Marine Le Pen. Una riflessione, dunque, viene spontanea: se la gente non si sente più rappresentata da un certo tipo di figura politica, quella dello statista piuttosto che dell’intellettuale impegnato o della donna in carriera che non prescinde da principi etici e morali all’insegna del politically correct, bisogna chiedersi innanzitutto il perché; forse in questo momento storico si avverte l’esigenza di maggiore praticità e Trump, come altri, ha saputo cogliere tale aspetto e tale vulnerabilità usandole a suo favore. Comunque sia, quel che è certo è che Donald J. Trump da ora e per 4 anni sarà il Presidente degli americani ed i suoi connazionali avranno il tempo sufficiente di valutare e – chi lo sa – di pentirsi della scelta fatta.

Lorenza Ippolito

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  • Published: 1 anno ago on 8 febbraio 2017
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  • Last Modified: febbraio 8, 2017 @ 9:58 pm
  • Filed Under: Politica

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