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Intervista a Giovanni Garabello di Marco Gambella

By   /  8 febbraio 2017  /  No Comments

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Con lui si parla anche di musica, di grande musica: Mozart, Beethoven. Giovanni Garabello, violoncellista (“tenta di suonare il violoncello”, dice lui) nell’OSAI, Orchestra Sinfonica Amatoriale Italiana, di Cuneo e fra i collaboratori della scuola “Musica Insieme” di None, ha accettato di fare quattro chiacchiere con noi su None e sui nonesi.

Iniziamo, come siamo soliti fare, con una piccola biografia.

Sono nato a None (quasi) 63 anni fa, da una famiglia di origine contadina, padre e madre operai. Ho frequentato le elementari a None, alla Don Albera, le Scuole Medie quando erano in via Beccaria, dove adesso si trova l’ambulatorio dell’ASL. Poi ho avuto una storia movimentata, perché quelli erano anni particolari. Oltre alla contestazione del ‘68 erano anche anni di forte immigrazione, fatti che hanno inciso fortemente sulla mia formazione. Ricordo che da ragazzino, quando frequentavo l’oratorio, andavo in giro con i più grandi, col carretto di don Luigi, per portare la legna agli immigrati che, venuti dal Sud, trovavano sistemazione nelle case più fatiscenti, spesso senza riscaldamento. È stata una delle prime forme di volontariato, di impegno sociale. La mia formazione morale è quindi cattolica. Sul piano professionale, ho frequentato le scuole grafiche e ho lavorato per circa 40 anni alla Ages Arti Grafiche di corso Traiano, a Torino. Adesso sono in pensione, da due anni.Facevo quindi il pendolare tra None e Torino, inizialmente con il treno, poi, visto che avevo dei colleghi nonesi, ci siamo organizzati condividendo le spese con le auto, un prototipo di “Car Pooling”, insomma. La mia formazione cattolica e politica è avvenuta nelle ACLI: vi entrai quasi ventenne, insieme a Domenico Bastino, con il quale ho sempre condiviso l’impegno politico. Formazione importantissima, perché con lui avevo maturato una convinzione politica, ma soprattutto entravo nelle Acli in un momento molto particolare, quello dei congressi di Vallombrosa (’70) e di Cagliari, che sancirono la fine del collateralismo con la Democrazia Cristiana e portarono alla scelta socialista delle Acli torinesi. Evento traumatico, perché noi provinciali ci trovammo proiettati in una realtà molto vivace e stimolante sotto tutti gli aspetti. Fui tra i fondatori del circolo delle Acli Nonese, che si collocò come sede fuori dall’ambito parrocchiale, in piena autonomia. Per un breve periodo sono stato anche membro del Consiglio Provinciale delle ACLI. L’obiettivo politico e sociale principale di allora, era promuovere l’integrazione tra i Nonesi e gli immigrati che venivano dal Sud, cercando di evitare che si creassero sacche di emarginazione. Buona parte di essi trovò come unico punto di riferimento la sezione del Partito Comunista. Credo che proprio da questi eventi, da questo dialogo, sia iniziato il percorso che ha portato la sinistra ad essere una forza di governo del nostro Paese. C’erano tutto il fermento sindacale e i problemi portati dall’insediamento dell’Indesit a None, il passaggio dal mondo agricolo a quello industrializzato, con il rischio di creare, come avvenne nella cintura di Torino, un paese-dormitorio per le grosse aziende. La DC locale contava sui giovani come noi sperando di poterci annoverare tra le loro fila ed invece ci schierammo apertamente contro, aprendo il circolo delle ACLI che, oltre all’attività politica, offriva un servizio di Patronato tuttora attivo. Avevamo anche attivato il SICET, Sindacato Inquilini Casa E Territorio, anch’esso ancora attivo e collegato alla CISL. Ricordo di aver partecipato alla sua prima conferenza organizzativa a Roma; ci occupavamo di dare supporto agli inquilini sul calcolo del canone di affitto e offrivamo vari consigli sui problemi abitativi. Collaboravamo con il Partito Comunista di allora, ma anche con la sezione nonese di Democrazia Proletaria, con Mario Dellacqua, con il quale ci conosciamo da sempre. Come già accennato, sono entrato alla Ages appena terminate le scuole e per 38 anni sono stato rappresentante sindacale per la CISL Grafici e componente del consiglio di fabbrica. La militanza sindacale è stata per me un momento formativo e di esperienza politica, culturale e intellettuale, indimenticabile. La mia presenza nell’Amministrazione Comunale di None va dal 1985 al 2009: Consigliere Comunale dal 1985 al 1990, come Assessore all’Ambiente e rapporti USSL, componente del Comitato di Gestione della USSL 33 di Nichelino dal 1989 al 1991, Assessore all’istruzione e competenze USSL dal 1990 al 1993, componente dell’Assemblea dell’Associazione dei Comuni ex USSL 33 fino a febbraio 1997, membro del Consiglio di Amministrazione del Consorzio CISA12 da febbraio 1997 fino al 2000. Continuando ad occuparmi di politiche sociali e rapporti ASL fino al 2009, ho partecipato alla formazione del Piano di Zona locale per il triennio 2006-2008 e alla fase di avvio del processo di costruzione del PePS (Profili e Piani di Salute) dell’ASL TO5; dal 2004 ho ricoperto anche la carica di Assessore al Bilancio, di rappresentante del Comune in seno al Consorzio Rifiuti ACEA Pinerolese (con annesso assessorato) e di Vicesindaco nel periodo di fine mandato. Oggi, oltre ad essere consigliere comunale del gruppo di minoranza Progetto Comune, mantengo ottimi rapporti con don Giancarlo, continuando ad impegnarmi in parrocchia, sia come membro del Consiglio Pastorale, sia nelle messe del fine settimana, come animatore liturgico.

Come Roberto Bori.

Sì, certo, anche lui, non so se sia stato nel Consiglio Pastorale, comunque anche lui ha sempre avuto un impegno parrocchiale.

La parrocchia, prima che sorgessero le sezioni comuniste, era l’unico centro aggregante.

Sicuramente il punto di aggregazione principale per la maggior parte dei ragazzi nonesi era l’oratorio. Ci fu per un certo periodo anche il “CRAL”, come alternativa per chi non frequentava l’oratorio. Un locale situato dove adesso c’è il ristorante l’Osteria, in via Roma. Gestito da Piero Mulassano, un nonese impegnato in campo sociale, offriva momenti di incontro ricreativi ma anche sportivi, data la presenza di una palestra di judo.

Lei fa parte di un’antica famiglia contadina.

Sì, sono di estrazione contadina, anche se non siamo proprio nonesi, mia madre era di Vinovo. Mio nonno, che faceva il sellaio e che non ho mai conosciuto perché è morto prima che io nascessi, fu il primo sindaco di Vinovo dopo la liberazione. Mio padre invece era entrato alla RIV, non ancora SKF, prima in via Nizza a Torino, poi ad Airasca. Famiglia contadina, operaia, quindi, e secondo di cinque fratelli.

Progetto Comune: quando è nato, come si è formato e perché?

Progetto Comune nasce poco prima dell’inizio dell’attuale legislatura, e nasce con una serie di difficoltà al suo interno, non avendo alle spalle né un partito né un’organizzazione precedente. Le persone che ne fanno parte, hanno aderito anche con motivazioni personali diverse, ma con il chiaro obiettivo di porsi come forza di governo alternativa a quella esistente. Oggi ci troviamo di fronte ad un modo di far politica slegato dalle ideologie e finalizzato alla mera ricerca del consenso. È talvolta più facile affrontare argomenti di carattere nazionale, che discutere di problemi che riguardano la sfera locale. Occorre ripartire dai reali bisogni del paese cercando di affrontarli con la partecipazione della cittadinanza, allo scopo di adottare scelte il più condivise possibili. Questo comporta un grande lavoro sul piano della conoscenza e dell’analisi dei problemi, evitando di improvvisare e in particolare di ridurre tutto ad attacchi personali per sviare dalle realtà problematiche. L’aumento della povertà legata alla precarietà del posto di lavoro ed una minor tutela delle fasce deboli, comportano una politica amministrativa coerente nelle scelte, maturate da un lavoro di condivisione tra le varie forze, senza lasciarsi condizionare dalle pressioni dei più forti. Qui vorrei fare un cenno sul nostro welfare che, a mio parere, segna il passo rispetto al passato. A breve saranno decise politiche sociali contro la povertà in Italia. Dovrebbe concludersi la discussione parlamentare sulla legge delega per il reddito di inclusione e verrà definito il Piano nazionale contro la povertà. Ma come evidenzia la Caritas nel suo rapporto sulle povertà, in Italia esiste il rischio che tutto si concretizzi con un modestissimo sostegno al reddito solo per una parte dei poveri assoluti. Un sostegno largamente al di sotto del necessario (circa 400 euro mensili per una famiglia di 5 persone con reddito ISEE di tremila euro) che dovrebbe garantire un reddito di vita adeguato, ma invece lascia alle associazioni di volontariato e alla Caritas il compito di integrarlo. La gratuità del volontariato e la disponibilità alla carità non possono sostituire obblighi istituzionali, devono affiancarsi ad essi nell’accompagnamento al superamento dello stato di indigenza e di povertà.

Ma la carità cristiana è un concetto più ampio della carità temporanea… Anche la Chiesa ha lo scopo di aiutare gli indigenti per poterli tirare fuori dalla povertà, perché dopo la carità ci sia un futuro.

In questi giorni si è svolta un’assemblea promossa dalla Diocesi per favorire il dialogo tra politica e società civile torinese sul tema dei giovani e del lavoro. L’arcivescovo Nosiglia è stato molto chiaro nell’affermare “Stop assistenzialismo”: occorre un welfare che aiuti, in particolare i giovani, a realizzare la propria vita con il lavoro. Ci saranno sempre meno risorse a disposizione, occorre quindi creare nuovi strumenti perché queste siano impegnate in modo efficace, evitando di “ripiegarsi su scelte assistenziali”.

Com’è cambiata None, da quando era prettamente agricola ad adesso?

È cambiata parecchio, ovviamente. Il passaggio dal mondo contadino al mondo industrializzato ha portato un cambiamento notevole. Soltanto le grosse aziende agricole hanno resistito, le piccole sono gradualmente scomparse. Anche l’abbattimento di vecchie strutture come l’Ala e la cascina Rubiano, hanno contribuito al cambiamento, cancellando i ricordi del passato e creando spazi difficili da riempire, rischiando di far perdere la memoria storica del paese. Solo il vecchio Municipio, ora Biblioteca Comunale, rimane a ricordo del nostro passato. La possibilità di raggiungere facilmente Torino o altre realtà come Pinerolo, ha poi favorito lo spostamento della gente verso centri che offrono più svaghi e divertimenti, lasciando ai nonesi i pochi momenti ricreativi offerti delle feste locali.

Cosa significa None per i giovani, adesso, e cosa ha significato crescere dei giovani nella realtà di cui stiamo parlando? Che rapporto hanno con None i giovani nonesi?

Sono a contatto con la parte del mondo giovanile che frequenta la parrocchia, con la quale condivido una settimana di campi estivi all’anno. Nel mese di luglio, solitamente, sono ad Usseglio a dare una mano, a cucinare e collaborare con i ragazzi. Contrariamente a quanto si possa pensare, credo che i giovani di None vogliano bene al loro paese, lo dico perché ho come punto di riferimento una certa fascia di giovani, secondo me fortunata, che ha trovato nell’oratorio uno spazio per confrontarsi, crescere e formarsi. Esiste però una buona parte di giovani, quella che preoccupa ed è meno conosciuta, che fa un altro tipo di scelta, rifugiandosi nella grande città, ma non ha nient’altro che il bailamme offerto da questa grande città. Che potrebbe essere anche stimolo positivo: io le Acli le ho conosciute a Torino, nel momento in cui sono uscito dal paese e ho incontrato gente con cui ho condiviso le scelte e mi sono messo a lavorare. Io comunque sono fiducioso, perché con i miei ragazzi c’è dialogo; finché esiste dialogo tra la figura anziana e i giovani va bene, vuol dire che c’è humus, c’è fermento. Bisogna preoccuparsi quando si ergono degli steccati, delle barriere. Tutto sommato, per la parte di gioventù nonese che frequento, la situazione è positiva. Fondamentale è quindi il lavoro educativo e formativo, per esempio dell’oratorio e delle parecchie associazioni presenti a None, che offrono opportunità sia in campo sportivo, sia culturale. Sta a loro lasciare la porta aperta in modo da favorire l’integrazione e l’approccio tra i giovani.

Qual è la qualità dei nonesi che, in generale, apprezza di più? O, se preferisce, qual è il difetto peggiore? Avendo frequentato molto la città, avrà un’opinione.

Non saprei dire…. È nella natura della gente piemontese essere un po’ riservati. Mi pare che i Nonesi siano generosi nella solidarietà richiesta nei casi di grossa rilevanza nazionale, mentre per le cose che non riusciamo a toccare con mano, siamo portati ad essere un po’ più diffidenti e meno disponibili al contributo. Non siamo ancora stati capaci di ospitare chi è arrivato su un barcone, dentro il baule di una macchina o agganciato sotto il rimorchio di un camion. Questo rivela la necessità di superare ancora paure e pregiudizi. Credo che soprattutto chi, a suo tempo, si è trovato nella condizione di immigrato, dovrebbe aver chiaro che cosa significhi lasciare il proprio Paese. Un conto è lasciarlo per fame, altro discorso è farlo perché ci sono la guerra e la paura di essere uccisi. Tutto questo fa pensare. A volte ci sentiamo con il cuore molto aperto e invece, in fondo, ci ritroviamo ancora diffidenti. C’è ancora molto da fare, insomma. Viviamo in una quotidianità legata a problemi come la disoccupazione, che ci fa temere che chi viene da fuori ci tolga il lavoro. Invece di creare condizioni di integrazione, si alimentano fobie e contrapposizioni che avremmo dovuto abbandonare da un po’. Abbiamo visto che se siamo in grado di dialogare riusciamo ad essere concreti, ma purtroppo il dialogo non è più considerato uno strumento di confronto democratico. Ho visto il dibattito alla Leopolda: mi è sembrato un po’ triste sentire gridare “fuori, fuori!”: anche chi non è d’accordo va ascoltato, anzi, più degli altri. È chiaro che questo deve essere reciproco, se si parte già prevenuti diventa difficile. La difficoltà più grossa è proprio abbattere steccati e barriere e, lo dico molto serenamente, anch’io a volte ho l’impressione di essere troppo radicale su alcuni giudizi. Tornando alla domanda, la globalizzazione sta “sciogliendo” l’identità tipica di paese, il senso di appartenenza si sta confondendo con tutta una miriade di altri aspetti, di altri pseudo valori.

Ultima domanda: immaginiamo che lei non abbia limiti né di denaro, né di tempo: che cosa farebbe per None?

Farei in modo che il paese in cui viviamo possa offrire a tutti la possibilità di “essere famiglia”, di essere un lavoratore, di essere un padre o una madre, un nonno o una nonna, di potersi godere la pensione e di poter condividere le gioie e i dolori della gente, l’opportunità per tutti di avere una casa dignitosa. Non abbiamo bisogno di grandi stravolgimenti, se non di una condizione umana dignitosa, della possibilità di mettere a disposizione i propri talenti e ricevere i talenti degli altri, di poter dare qualcosa sapendo che si può ricevere.

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