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Intervista a Don Giancarlo Gosmar.

By   /  4 gennaio 2017  /  No Comments

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Prima che il Vescovo lo mandasse a None, Don Giancarlo Gosmar ha prestato la propria opera a Torino, nella zona di Piazza Bengasi, che zona tranquilla certo non è, anzi. La parrocchia dell’Assunzione di Maria Vergine, al Lingotto, è da sempre punto di riferimento per i migranti che vi approdano da mondi lontani. Oggi il quartiere deve anche combattere con i disagi provocati dai grandi cantieri della metropolitana e del grattacielo della Regione Piemonte. Don Giancarlo non ama parlare del proprio lavoro, e dimostra inizialmente quel piccolo imbarazzo di chi preferisce i fatti. È una persona concreta, proviene dalla diocesi di Fossano, quella in cui si è formato il cardinale Pellegrino, l’Arcivescovo di Torino degli anni Sessanta-Settanta, anni difficili per tutti. E’ nato a Villafalletto, cittadina al centro tra Saluzzo, Savigliano, Fossano e Cuneo, che allora era zona agricola.

Oggi non ci sono più le grandi aziende agricole di quando ero piccolo, ci sono grandi manifatture, una realtà diversa, dai mobilifici alle aziende del saluzzese. Poi c’è Alba, la Ferrero e le Langhe. Le mie origini sono quelle della “Provincia Granda”, territorio di grandi lavoratori, la cui economia ha sorpassato quella del Nord Est. Ho lasciato il mio paese nel 1958 per entrare in seminario a Fossano, diocesi attualmente unita a Cuneo, poi sono andato ad Alba e in seguito a Cuneo; sono stato ordinato nel 1971, quindi quest’anno fanno 45 anni di sacerdozio. Se oggi sono qua è merito, o colpa, proprio del cardinale Pellegrino, è stato lui a farmi venire a Torino: prima Moncalieri, Borgo Mercato, per cinque anni, poi al Lingotto, perché il Vescovo riteneva che in quella zona ci fosse bisogno di un parroco con le mie caratteristiche. Ci sono rimasto per una ventina d’anni. E poi None, nel 1997, altri vent’anni. Ho vissuto quindi le varie tipologie di insediamenti: il piccolo paese, poi la cittadina, quindi Moncalieri e poi il Lingotto, la periferia, con tutte le problematiche legate alla grande città di quei difficili anni. Ero lì nel 1978, quando è stato ucciso Moro. Infine, il Vescovo mi ha chiesto di venire a dare una mano qua a None, dove ho vissuto le disavventure della chiusura dell’Indesit e la drammatica crisi lavorativa. Ho raccolto alcune istanze della popolazione parrocchiale, che nel frattempo era cambiata radicalmente. Le nuove generazioni sono diverse da quella della grande immigrazione, che oggi a None presenta due ceppi sostanziali, rumeni e marocchini. I primi sono legati al fenomeno delle badanti, che lavorano nelle famiglie locali. Con i marocchini abbiamo cercato di fare un lavoro di dialogo dal punto di vista culturale, con incontri qui in parrocchia e nella Sala Consiliare. Molti dei loro ragazzi vengono in oratorio, ma ci sono molte differenze di cultura, soprattutto nell’ambito della famiglia. La figura femminile è considerata diversamente e bisogna fare molta attenzione. D’altronde anche i musulmani accusano i cattolici di aver ceduto troppo sui precetti religiosi. La comunità rumena è divisa tra cattolici ed ortodossi, i quali, non essendoci qua una chiesa ortodossa, fanno riferimento a Torino”.

Vent’anni a None è quasi una generazione. Come sono cambiati i Nonesi?

In questa società globalizzata è difficile individuare i Nonesi. Accennavo alle origini, quelle del mondo agricolo, che mantiene i propri riferimenti; dal punto di vista sociale il mondo contadino è una presenza importante, le famiglie hanno una storia che si tramanda tra le varie generazioni. La difficoltà è trovare un rapporto sociale che superi gli antichi steccati tra gli autoctoni e gli immigrati, difficoltà più evidente tra gli anziani che tra i giovani, più aperti al nuovo. Il cambiamento in sostanza è questo, vedo le ultime generazioni integrarsi più facilmente tra loro. Ricordo che al mio paese il primo “immigrato” che vedemmo, era un mafioso al confino, negli anni Cinquanta, Sessanta. Era isolato, in un mondo omogeneo. Oggi il discorso è cambiato, lo si vede anche nella scuola, fino alle medie sul territorio, alle superiori i ragazzi vengono in contatto con realtà diverse: da Pinerolo a Nichelino, a Torino, fino al mondo universitario cittadino, nel quale studiano a lavorano”.

Quindi possiamo riassumere che None non è cambiata di molto, in questi vent’anni (qui don Giancarlo parla al plurale)

Sicuramente. Il grande cambiamento era avvenuto prima, negli anni Sessanta. Il fatto che oggi noi non andiamo più, come una volta, a benedire le case è importante, perché non abbiamo più la possibilità di conoscere la gente, se non nei momenti liturgici classici, come il battesimo, i matrimoni o i funerali. Manca il rapporto abituale, ed è quindi più faticoso stabilire una conoscenza profonda. Il Cristianesimo funziona quando c’è un rapporto aperto: la possibilità è offerta a tutti, ma sono pochi coloro che la percepiscono come occasione importante. In questi anni abbiamo cercato di cogliere le problematiche delle famiglie, del mondo giovanile e dei più piccoli, lavorando sui problemi educativi, sui valori alla base di una coscienza. A volte siamo sorpresi dalla mancanza di sensibilità e della collaborazione sperata: ciò che viene offerto non è un vago sentimento religioso, legato al catechismo o ai sacramenti, ma un concreto sostegno alla vita reale, a quei problemi dei ragazzi spesso taciuti, e si ha l’impressione che i genitori facciano molta fatica, qualcuno si lamenta anche della scuola, che non collabora adeguatamente all’educazione dei ragazzi. C’è inoltre la convinzione che il catechismo serva solo per la Prima Comunione, invece serve eccome, serve per la vita. “Ama il prossimo tuo come te stesso” non è banale, è un valore che andrebbe recuperato, c’è un gran bisogno di recuperare i valori forti della vita. La gente accetta passivamente tutti questi disastri che la televisione ci porta in casa quotidianamente: omicidi, “femminicidi”, genitori che ammazzano i figli. Gli effetti della mancanza di valori si vedono. Non è che non esistano: ci sono, ma non vengono ritenuti importanti. Se non affrontiamo questi temi, cosa ci raccontiamo? È inutile, dopo, stare a piangerci addosso”.

Nel cambiamento degli ultimi anni, un grande ruolo lo gioca la tecnologia.

Certo, assolutamente. Gran progresso, ma spesso la tecnologia da strumento diventa un fine. Mai come oggi ci sono tanti strumenti di comunicazione, ma mai come oggi c’è pochissima comunicazione. Ci sono tanti “social” ma pochissima società. Tanti strumenti che offrono vantaggi importanti, sia sul piano scolastico sia su quello lavorativo e professionale, e noi come li utilizziamo? Come li utilizzano i nostri ragazzi? Quando facciamo i campi in montagna, noi non vogliamo arrivare al punto di sequestrare i telefoni, ma diciamo loro “Se non ce la fai, chiedi aiuto”.

Una dipendenza.

Una dipendenza, esatto. Alcuni ce la fanno, altri chiedono aiuto, mi dicono liberamente “Tienila tu, questa roba!” Impedisce di socializzare: lo scopo dei campi, non è una vacanza, ma un’esperienza di crescita senza alcuna costrizione, come potrebbe essere se fosse con i genitori o con la scuola, un’esperienza in libertà, perché i ragazzi sono venuti spontaneamente, non sono stati costretti. Ecco, questo fenomeno, la tecnologia, incide molto, nella vita quotidiana, sia degli adulti che dei ragazzi, che sono più portati verso il digitale, ma spesso hanno genitori che non sono in grado di gestirli, generando insicurezze e paure. Su social e internet si possono trovare molte risposte, ma conta poco, se non si è in grado di farsi le giuste domande, se non si è in grado di guardare la realtà e porsi domande sui reali valori. Se non si vigila, se non si sta attenti, diventa una giungla. La rete infatti deforma la realtà, se non si possiede una coscienza, non ci si pone il problema del Male. Il mondo virtuale diventa un rifugio illusorio. Con la realtà virtuale ci si apre pensando di avere davanti un interlocutore, ma c’è soltanto una macchina. Certi appetiti vengono alimentati anche in modo sbagliato, diventa difficile correggere poi il tiro. I genitori che delegano l’educazione dei propri figli alla scuola, alla parrocchia, allo sport, non riescono a costruire un’educazione uniforme”.

I corsi che si tengono in parrocchia riguardano anche la genitorialità?

Sì, il percorso pre-matrimoniale offre ai giovani la possibilità di riflettere sul passo importante che si sta compiendo. La mia impressione è molte coppie arrivino impreparate al matrimonio. Oggi manca la preparazione sulla dimensione umana, molto carente nella costruzione del rapporto di coppia, che deve diventare poi famiglia e genitorialità. Passaggi importanti, che noi trattiamo da anni”.

La società è andata deteriorandosi da quando si è allontanata dalla Chiesa, con la revisione del Concordato del 1984. Anche a None si sente questo allontanamento?

Se si viene a Messa, soprattutto la domenica, si può notare che l’età media è leggermente alta. Significa che i giovani non la reputano importante, non viene vista come un momento di crescita globale della persona. Andare a Messa è un obbligo ormai superato, bisogna esserne consapevoli, e riguarda purtroppo anche molti cristiani di vecchia data. Certo, la domenica mattina si può anche avere voglia di fare altro, ad esempio andare in montagna a respirare aria buona, ma il problema non è la Messa, bensì il progressivo allontanamento da una realtà che, comunque, richiama certi valori. Per fortuna a None abbiamo un gruppo giovanile discreto, parlo degli adolescenti delle superiori; nel campo che abbiamo fatto ora ne avevamo una quarantina. All’oratorio, di sabato, questi giovani non stanno per conto loro, ma lavorano con i bambini: uno staff segue i piccoli, un altro i bambini delle elementari e un terzo staff si occupa dei ragazzini delle medie. Un bella cosa che abbiamo costruito nel corso degli anni. Quest’anno facciamo ben sette campi estivi in montagna, a Usseglio, dalla terza elementare alle superiori, con una squadra di animatori, educatori adulti, la squadra per la cucina, ecc. Un bell’impegno, impostato già da alcuni anni con gli adulti volontari, riferimento prezioso anche per la catechesi durante il resto dell’anno, che si fanno carico di portare avanti il lavoro con i piccoli. Abbiamo anche rinnovato completamente l’oratorio, per attirare i giovani dobbiamo offrire, diciamo così, un “prodotto appetibile”, dobbiamo avere delle strutture adeguate. Abbiamo anche organizzato una settimana comunitaria, abbiamo ospitato una quindicina di giovani universitari che abitavano presso di noi, lavoravano, andavano all’Università. Una bella esperienza”.

Quindi i giovani non sono così distanti dalla vita parrocchiale.

No, diciamo che sono molto portati all’azione concreta. Parliamo e discutiamo tanto di certi valori. Molti fanno fatica, perché “imbevuti” di questa mentalità, la cultura della competizione, vorrebbero farsi i valori “su misura”, gestire la propria libertà, essere responsabili, senza ancora capire bene cosa significhi esserlo ed essere capaci di fare scelte. La società attuale considera molto il fare e pochissimo l’essere. I risultati devono essere visibili subito, ecco, vogliono tutto subito. La società ha fretta. Ma nella vita, si sa, non è bene bruciare le tappe. Io dico ai giovani che, come quando si va in montagna, si sale col passo lungo e costante dell’alpino, le scorciatoie non servono. Solo che facile è dirlo, ma difficile che ascoltino. Oggi i giovani non salgono sul Rocciamelone, la metafora del cammino è efficace per spiegare che deve avere i suoi tempi. Bisogna che si armonizzino le diverse qualità di ognuno, compito del bravo educatore, che sa di dover lavorare con costanza nel tempo. I genitori delegano la parrocchia, ma cosa sono un’ora e mezza alla settimana, nei confronti di tutte le altre ore, in cui i ragazzi ricevono messaggi contradditori? Difficile per i ragazzi armonizzare tutto questo. Chi ha ragione? Quando si fanno queste riflessioni, i ragazzi si rendono conto che la posta in gioco è grande, che vale la pena coltivare un po’ di più l’essere. Ma a volte sbattono il naso prima di aver fatto un percorso significativo, nella gestione della vita, e di avere gli anticorpi. Dobbiamo misurarci con questa realtà, da una parte gli adulti che non hanno più bisogno di incontrarsi, dall’altra i giovani, che si incontrano ma hanno il fiato corto, difficile fare un investimento a lungo raggio sulla vita. L’altro fenomeno, grande problema per il mondo giovanile, è la difficoltà di trovare lavoro, che incide sull’allungamento del tempo della scuola, dell’università: molti abbandonano perché non ce la fanno. Se penso che io a ventiquattro anni ero già prete… I tempi si sono allungati, questo sta incidendo a livello sociale, sulle famiglie, sulle prospettive. Forse manca anche la capacità di muoversi, di sapere cosa fare. Quando io ero in seminario, negli anni Sessanta, eravamo molto legati all’attualità, comunque molto interessati al mondo esterno, al Vietnam, per esempio, oppure il Sessantotto, avevamo anche fondato un giornalino, avevamo voglia di dibattere certi temi, di essere protagonisti. Adesso, su questo terreno, vedo scarso impegno, a parte quei pochi che operano nell’ambito di qualche partito. Certe esperienze vanno fatte sul campo, non ti arrivano per posta”. (ride).

Erano altri tempi, il ricordo della guerra era ancora fresco, c’era la ricostruzione, poi il boom economico, c’era la fiducia nel futuro.

Grave è stato anche il crollo delle ideologie. Prima il comunismo, la Guerra Fredda, poi il crollo del Muro, che ha lasciato tutti senza punti di riferimento ideologici. Oggi ne subiamo le conseguenze, con i populismi. Questo per dire che razza di realtà stiamo vivendo: difficile da capire, soprattutto difficile da proporre”.

C’è qualcosa che in questi vent’anni avrebbe voluto fare e che non è riuscito a concretizzare?

Mah, quando sono arrivato mi sono guardato un po’ intorno, ho visto la realtà di None, ho voluto soprattutto ascoltare. Mi è sembrato necessario spingere sul rinnovo della dimensione ecclesiale, per poter dialogare meglio con i Nonesi. La figura del parroco tradizionale, com’era don Luigi, non esiste più; vedendo la cittadinanza divisa, anche per i problemi relativi all’immigrazione, ho cercato di coinvolgerla, di metterla di fronte alla realtà sociale, costruendo una festa, la festa della Comunità, la prima quindicina di giugno. L’intenzione era proprio quella di smuovere, di dare un’occasione di relazione, di riflettere insieme su alcuni punti della vita. L’abbiamo fatto, quindi posso dire che non ci sono rimpianti, da questo punto di vista. Dando uno sguardo alla situazione attuale, sono state fatte tante cose. Abbiamo persino recuperato il cinema e l’oratorio, dove c’era pochissima attività. Anche la Casa Vigo, in via Roma, che era un vecchio ospedale, oggi ospita la Caritas e le Acli, oltre agli alloggi per gli anziani, diciamo la parte “sociale” della parrocchia. Un lavoro con gli assistenti sociali, molto vicino alla gente: si portano pasti e assistenza alle persone bisognose, con un accordo con il Comune per il pagamento dei servizi alle famiglie povere. C’è la colletta alimentare che coinvolge anche i paesi vicini, e altre attività di sostegno. La carità è la spina dorsale del cristianesimo, quindi va tutto bene, sono contento di quello che stiamo facendo. La realtà parrocchiale è forse meno visibile di un tempo, ma più concreta nei rapporti con le persone. Non ci sono più steccati, anche noi preti non vestiamo più come una volta, così c’è più facilità ad interagire, non c’è quel distacco che si avvertiva. Nella diocesi di Torino è forte la tradizione di sacerdoti molto vicini alla gente, che han sempre lavorato in silenzio, perfino con scelte di povertà, sull’esempio delle grandi figure di don Bosco o del Cottolengo”.

Cosa le piace dei Nonesi?

Mi piace che sappiano tirarsi su le maniche, che vi siano così tante associazioni, c’è tanta sensibilità, ad esempio nel settore del volontariato, l’Avis, la Fidas, la Croce Verde, l’Auser, la Protezione Civile, i Carabinieri in congedo, gli Alpini. Un piccolo rilievo può essere che non si è abituati a lavorare insieme, ogni gruppo lavora per sé, e a volte c’è addirittura un po’ di concorrenza. Non sarebbe male che si facesse qualcosa in comune, pur mantenendo ognuno la propria identità, confrontandosi su certi aspetti e motivazioni, talvolta “purificando” certe motivazioni (ride) e superando inevitabili fatiche e contrasti.”.

Approfittando del “Mondo di None”, qual è il messaggio che vorrebbe mandare ai Nonesi?

Vorrei dire chel’unità si costruisce anche togliendosi certe maschere, superando certe contrapposizioni ideologiche: per dirla con un linguaggio cristiano, volersi un po’ più bene. Non è un discorso pietistico: dietro quel “volersi bene” del Vangelo, c’è tutta una ricchezza di cui la società avrebbe un gran bisogno. Quindi l’augurio potrebbe essere proprio questo, partendo dalle proprie situazioni, accettare il dialogo e creare le condizioni per portare avanti insieme il bene comune”.

Noto una piccola contraddizione: lei è contento perché i Nonesi sanno darsi da fare, ma allo stesso tempo “bisogna volersi più bene” e collaborare.

Non è contradditorio: per fare del bene bisogna volere più bene. Bisogna fare del bene senza aspettarsi un ritorno, non per un esercizio di individualismo, collaborare per valorizzare le persone, le relazioni, cercare di costruire rapporti che favoriscano il bene. La sfida è vedere la persona non come individuo, ma in relazione alle persone che la circondano. Se c’è qualcosa che in Italia manca, è il come e il perché del fare, la qualità del rapporto, il rispetto totale della persona per la valorizzazione del bene. In ogni persona esistono il bene ed il male, se ci si aiuta su questo terreno si fa un gran passo in avanti, perché si sente ancora di più il bisogno di qualificare il bene che si fa: non c’è bisogno di tanto Telethon, anche se serve, c’è bisogno di qualificare il bene, sapendo verso chi è rivolto: sembra rivolto verso gli altri, ma poi ritorna a chi lo fa. Questo è lo spirito cristiano che, se portato dentro le dinamiche interpersonali, fa crescere le persone e dà risposte significative alle carenze strutturali esistenti. E non si può costruire con il denaro. L’amore vero si costruisce nella gratuità, senza aspettarsi un ritorno, e dietro questa gratuità c’è tutta la realtà dello spendersi e del lavorare per gli altri. La qualità del bene è fondamentale nella vita sociale”.

Direi che parlare di qualità del bene è un’ottima chiusura per questa interessante chiacchierata. Si è parlato soprattutto di giovani: è evidente che a Don Giancarlo sta molto a cuore la qualità della vita dei giovani, cioè il nostro futuro.

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  • Published: 1 anno ago on 4 gennaio 2017
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  • Last Modified: gennaio 4, 2017 @ 10:52 pm
  • Filed Under: Attualità

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