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Intervista Ali El Aarja

By   /  12 ottobre 2016  /  No Comments

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Ali El Aarja mi accoglie nella sua “moschea” gridando con entusiasmo un bel “Benvenuto!!”. È lo spirito del Centro Culturale Islamico “Rida”, che accoglie chiunque aprendo le porte al dialogo. Me lo ricorderà più volte, questo spirito. Ricavato da un vecchio capannone situato in via Matteotti, dietro a due condomini, il Centro si presenta dapprima con un grande cortile “per far giocare i ragazzi, come all’oratorio”, mi dice Ali. È un marocchino di origine berbera, alto e di carnagione scura. Non è un Imam, ma conosce molto bene la religione islamica, avendo frequentato da giovane una scuola coranica. Mi guida verso il luogo di preghiera per gli uomini, una cinquantina di metri quadri con il pavimento interamente coperto da tappeti, mostrandomi la direzione della Mecca e snocciolando, su mia richiesta, gli orari delle cinque preghiere quotidiane. Mi colpisce l’ora della prima, le 3,41. “Ma… di notte?”, chiedo, “Sì, di notte”. “Quindi un buon musulmano deve alzarsi di notte per pregare?”. “Lo fa chi non ha problemi per il giorno dopo, non deve lavorare, comunque non è un obbligo assoluto”, mi risponde. Sulla parete di fondo, due lavagne testimoniano l’uso del locale come scuola di arabo e di cultura islamica, con lettura del Corano. Torniamo verso la piccola cucina nella quale Ali attendeva il mio arrivo, che dà sul locale di preghiera per le donne, più piccolo dell’altro, anch’esso coperto di tappeti. Dopo aver calmato i morsi del gran caldo con dell’acqua fresca, si comincia.

Prima di tutto, un suo breve ritratto. Da quanto tempo vive a None e come è diventato il punto di riferimento della comunità islamica? Vivo a None da circa trent’anni, lavoro alla RIV SKF, mi sono integrato e vivo benissimo con i Nonesi, che mi hanno dato la possibilità di farlo, attraverso il calcio, le gite insieme e i tanti momenti di svago. Nel 1991 ho sposato una donna del mio Paese, il Marocco, che mi ha dato tre figli, due maschi e una femmina. I due maschi già lavorano, la femmina, nata nel 2001, va ancora a scuola. L’Associazione “Rida”, una parola araba che significa “accordo, insieme”, è nata nel 2003, con amici di origine marocchina, in gran parte di Torino, per integrare ma soprattutto per organizzare il futuro nella società italiana, molto importante per noi, dato che molti di noi sono già cittadini italiani. Nel 2008 siamo riusciti ad entrare nella Consulta delle numerose associazioni nonesi, riuscendo quindi a far sentire in Comune anche la nostra voce. Abbiamo collaborato con associazioni come l’AIDO, con cui siamo gemellati, il cui presidente era, allora, l’attuale sindaco Enzo Garrone. Ricordo una serata, che chiamammo “Un tè con noi”, una bella serata di dialogo: la nostra associazione è aperta a tutti, di qualsiasi religione e di qualsiasi Paese. Abbiamo partecipato a molti tornei di calcio, siamo anche un’associazione sportiva, organizziamo momenti di svago per i bambini, come per esempio una bella gita allo Zoo-safari di Pombia.

Come è composta la comunità? Da quali Paesi provengono i suoi membri e a quali ideologie islamiche si riferiscono: sunniti, sciiti, salafiti? Siamo dal 2012 in questo che abbiamo chiamato Centro Culturale Islamico per la preghiera e per il tempo libero, anche se parlando lo chiamiamo moschea. Abbiamo partecipato ad incontri con la parrocchia, con ebrei e buddhisti e anche con l’Unitre, per spiegare cosa facciamo: il Centro è aperto a tutti i fratelli, per le cinque preghiere fondamentali. La maggior parte di noi proviene dal Marocco, qualcuno dall’Egitto e dal Pakistan. Per noi l’Islam è quello che dice il Corano, quello che dice Mohammed, Maometto, il nostro Profeta, non c’è spazio per altre cose, soltanto per quello che dice la Sunna, siamo perciò Sunniti. Ma rispettiamo tutti, non abbiamo mai trovato difficoltà con gli altri, né con gli Sciiti né con altri, perché noi siamo così, vogliamo un Islam che rispetti tutti.

La sua Comunità è molto legata ai precetti dell’Islam? Nelle famiglie si seguono i momenti di preghiera e il Ramadan? Tutte le famiglie che conosco li seguono. Non posso giudicare gli altri, ma per quello che vedo è così. Anche se non vengono qua, pregano in casa. Ma non c’è nessun obbligo, per esempio per le persone malate o le donne incinte non c’è l’obbligo di rispettare il Ramadan, perché l’Islam considera un peccato rischiare la propria vita o la salute per farlo. È giustificato e perdonato chi non rispetta il Ramadan perché diabetico, gravemente malato, le donne incinte o che allattano. Sono in molti a chiedermi queste cose. Molta gente viene anche dai paesi vicini, da Airasca, Volvera, anche da Torino, per parlare, soprattutto di sabato, quando possiamo fare un po’ tardi. Durante il Ramadan, come sapete, le attività sono permesse soltanto dal tramonto all’alba: ci troviamo per mangiare e parlare, per poi concludere con le preghiere, anche fino a tardi. In quelle occasioni vengono anche le donne con i bambini, per farli giocare insieme, non possiamo chiuderle in casa. Qualche nonese ci ha rimproverati, su Facebook, perché i nostri bambini rimangono svegli anche fino all’una di notte, ma noi non vogliamo creare polemiche, ho sempre detto che quando qualcuno ha qualcosa da dire, venga pure a parlare, la nostra porta è sempre aperta. Noi vogliamo permettere ai bambini di trovarsi e divertirsi insieme e io, come responsabile, non voglio apparire autoritario e chiuderli in casa, voglio che stiano bene, qui con noi.

Avete avuto problemi di integrazione? Ma no, i Nonesi sono bravissimi! Io l’ho sempre detto, gli italiani non sono razzisti. Se uno viene per lavorare e rispetta le regole, viene sempre rispettato. Mai avuto problemi, ho sempre goduto del rispetto di tutti. Anche gli altri membri della comunità non hanno mai avuto grossi problemi. Può capitare il piccolo episodio, tutti possiamo sbagliare, ma in generale va tutto bene.

Vi è già una “seconda generazione”? Questi ragazzi che rapporto hanno con i loro Paesi d’origine, con la lingua, la religione? Il nostro Centro Culturale Islamico fa parte della Federazione Islamica della Regione Piemonte, di cui dall’anno scorso sono Vice Presidente, e che vanta già 54 moschee. Ieri sono stato a Torino per un incontro con i giovani: a loro dobbiamo dirle, le cose, è normale, perché sono italiani, sono nati qua, e frequentando le scuole italiane non conoscono la lingua e la cultura dei loro Paesi d’origine. Compito di questo e degli altri centri culturali islamici è quello di far conoscere ai ragazzi le proprie origini, almeno la lingua; quando tornano nei rispettivi Paesi devono essere in grado di dialogare con i parenti, altrimenti rimangono chiusi fuori, come succede a molti connazionali. Stiamo trattando con il Ministro dell’Istruzione del Marocco perché ci mandi insegnanti di lingua araba. Già ora, durante il Ramadan, arrivano molti Imam, per seguire i fedeli, e questa è una buona cosa, secondo me. È giusto che i ragazzi si sentano italiani, perché sono nati qua, non li obblighiamo a sentirsi musulmani e lasciamo che seguano la propria strada, ma è meglio che conoscano anche la cultura dei propri genitori. Qualcuno è più duro con i propri figli e pretende di più, ma poi capisce che è meglio lasciarli liberi.

Le vostre ragazze, le vostre donne, seguono le tradizioni d’origine, indossano il velo, o se ne sono allontanate? Noi insegniamo ai nostri figli che il Corano e la Sunna dicono certe cose. Le nostre donne sono arrivate qua senza velo, ma con il tempo capiscono che la donna musulmana deve farlo: nessuno la obbliga, ma sono tante a farlo. Mia figlia non usa il velo, lo indossa soltanto quando va in moschea o negli altri centri, è una forma di rispetto, è una cosa bella, ma non c’è obbligo. Perché se fossero obbligate non verrebbe capito, non verrebbe fatto con convinzione. Il rispetto della religione va bene, ma non dobbiamo obbligare gli altri a fare ciò che vogliamo noi. È come se uno rinchiudesse un animale, che quando esce si ribella. Non è bello porre degli obblighi.

I recenti avvenimenti hanno portato alla ribalta un Islam integralista, che non si fa scrupoli ad utilizzare il terrorismo. Come comunità, cosa pensate di questo e cosa sentite di poter fare? Ho seguito questi problemi dall’inizio, cercherò di spiegarmi. Ai tempi di Bush sono stati chiamati “talebani”, poi è arrivato Clinton ed è stato chiamato Al Qaeda, oggi c’è quello di colore, come si chiama, Obama, ed è diventato l’ISIS. Domani uscirà un altro, e ogni volta ci sono problemi. La mia domanda è: ma non possiamo vivere insieme? La gente è stufa, la popolazione mondiale è stufa ed ogni volta che succedono queste cose si ricomincia con l’Islam. L’Islam non c’entra niente! Tutti questi collegamenti sono falsi per me, perché l’Islam non c’entra niente. L’Islam non ti dice che tu devi ammazzare la gente, il Corano parla chiaro, abbiamo protestato migliaia di volte, siamo scesi in piazza in tutto il mondo, siamo contro la violenza, noi! Siamo contro le persone che bruciano o ammazzano una persona. Per l’Islam uccidere una persona significa toccare il mondo intero. Questa è la realtà, l’Islam non ti permette di toccare nessuno, sia cristiano, ebreo o musulmano, questa è la realtà.

Però queste persone uccidono nel nome di Allah… Ma loro lo usano! Come se qualcuno domani uscisse facendo qualsiasi cosa usando il nome di Dio. Loro sono fabbricati da altre persone per raggiungere degli obiettivi. La gente, i musulmani, sono stufi di sentire queste cose, perché noi non c’entriamo niente, lo dico e lo ripeto. Quando fanno vedere un terrorista lui non prega, non fa niente, non c’entra niente con l’Islam, questi sono stati incitati da altre persone. Ma non possiamo mandare a queste persone il riso e la pasta, invece di mandar loro le armi? Come ho sempre spiegato, l’Occidente ha mandato fucili e navi da guerra, perché non mandiamo riso e pasta? Quello che abbiamo seminato, oggi raccogliamo. Questa è la realtà. Noi, in questo Centro, ogni giorno preghiamo perché questo Paese, l’Italia, rimanga in pace e non ci siano guerre né omicidi, speriamo che non succeda niente, vogliamo che questo rimanga il Paese migliore del mondo, perché viviamo qua, i nostri figli sono nati qua, e noi con la preghiera alziamo la mano verso Dio, affinché lasci questo Paese in pace e tranquillità.

Ma perché, secondo lei, la propaganda del cosiddetto “Stato Islamico” ha tanto favore nei giovani e negli squilibrati che uccidono, utilizzando a sproposito la scusa della religione? Secondo me questi squilibrati non fanno parte di uno stato islamico, ma sono dei criminali, terroristi che approfittano dei giovani in crisi a causa della mancanza di lavoro e di un sempre più elevato livello di povertà.

Da questi avvenimenti, avvertite cambiamenti dell’opinione pubblica nei vostri confronti? No, noi sappiamo chi siamo noi, quindi siamo tranquilli, noi protestiamo contro tutta questa violenza. I cittadini vengono da noi a dirci “Avete visto cosa combinano i musulmani?”, però sanno chi siamo, ci conoscono. Ciò che la televisione fa vedere non è la realtà, è altro. Per fortuna tanti italiani conoscono la verità, e sono molti di più di quelli che guardano la televisione e vedono cose che non sono la realtà, perché non è possibile che tu vada ad ammazzare le persone per niente. Come se uno andasse al supermercato con la famiglia e si facesse esplodere gridando “Allah u akbar!”, ma cosa c’entra!? È tutto falso, il Corano predica l’amore e la fratellanza, possiamo vivere insieme. Perché Allah è misericordioso. Adesso viene fuori qualcuno che dice “Abbiamo sbagliato ad andare in Iraq”, o cose del genere: avete sbagliato ad uccidere migliaia di persone, come in Siria, sono persone come noi. Tutti quelli che vanno in giro a bruciare persone, non va bene, perché sono persone come noi. Come in Nigeria, dove sono andati a bruciare i cristiani in chiesa, non va bene. Siamo nel terzo millennio, dovremmo vivere insieme. A questi popoli dovremmo portare libertà e cibo fin da piccoli, invece fin da piccoli mostriamo loro fucili più grossi di loro. E allora, quando crescono, cosa pensi che vengano a darti? Quello che gli hai dato tu, violenza. Noi siamo contro la violenza, l’abbiamo sempre detto.

E i versi del Corano che invitano alla guerra contro gli infedeli? Allora, qui dobbiamo spiegare che al tempo del Profeta ci sono stati scontri e discussioni, anche all’interno della sua famiglia. Oggi abbiamo il Corano e la Sunna. Il Corano dice delle cose, ma vanno lette con il sostegno della Sunna, che spiega. Noi abbiamo l’Ulema, (letteralmente “saggio, sapiente”, oggi chiamato anche “Mullah”, potrebbe essere equiparato ai nostri Vescovi, ndr.) che sarebbe “colui che presenta il Profeta”, esperto nel Corano. Oggi non c’è nessun Ulema che inviti ad andare a fare il Jihad o ad andare a bruciare le persone. Ma quando capitano queste cose, ognuno sostiene le proprie ragioni, ci sono interessi economici; dispiace, ma questa è la realtà.

Cosa pensa di Erdogan e come vede il ruolo della Turchia di oggi nei rapporti tra l’Islam e l’Occidente? La Turchia era classificata al 111° posto nell’economia mondiale, il presidente Erdogan l’ha portata oggi al 16°, significa che è entrata nel G-20. Durante il governo di Erdogan sono state costruite 125 università, 189 scuole e 510 ospedali. La mia opinione è che il presidente sia stato eletto dal popolo democraticamente e i militari dell’esercito volevano prendergli il posto. E io sono contrario a questo. Secondo me la Turchia è molto importante per il mondo islamico, perché ha un ruolo importante sia con tutti i Paesi islamici del mondo sia con l’Occidente.

Il futuro del RIDA, per concludere? Cerchiamo di far crescere i nostri giovani in questa società per vivere insieme, questo è il nostro obiettivo. Vorremmo essere un esempio per la gente che viene da altre città perché, ripeto, la nostra associazione è aperta verso tutti, non abbiamo intolleranze. Parliamo con tutti, apriamo un dialogo con tutte le altre confessioni. Abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto con tutti i Sindaci, da Bastino a Simeone, fino all’attuale Primo Cittadino Enzo Garrone.

Qui a None si vive bene, ma forse in città è più difficile. Conosco diversi centri e moschee a Torino, che sono ben integrati con gli altri cittadini e con l’amministrazione comunale; anche quelli che si sono convertiti all’Islam sono brave persone.

Ci sono fra voi cittadini italiani che si sono convertiti? Ogni tanto vengono da Asti o da Alba alcuni italiani, per pregare e parlare, ma a None, no, sono tutti cattolici. Però vengono a trovarmi spesso, io stesso sono andato diverse volte nella scuola media Gobetti, per spiegare cosa significa l’Islam, come preghiamo, cosa facciamo durante tutto l’anno. Mi sono divertito con i giovani, perché sono furbi, ti fanno tante domande. Ricordo un ragazzo che mi ha detto che suo padre carabiniere fa un lavoro rischioso. Sono molti, i militari che mi dicono che sono a rischio. Ho spiegato che non bisogna avere questa paura: se suo padre è a rischio, lo sono anch’io, perché straniero, perché frequento la moschea. Non deve avere paura, siamo tutti a rischio. Magari uno che arriva da fuori, che non ci piace, dobbiamo segnalarlo alla Questura, teniamo sempre tutto sotto controllo.

Il dialogo con Ali termina parlando del suo Paese, il Marocco, e delle aree di territorio che gli vengono contese, Ceuta, oggi spagnola, e il Sahara occidentale, abitato dal popolo Saharawi e considerato territorio marocchino da sempre. Ma questi sono altri discorsi, oggi si è parlato di violenza e di pace, di integrazione e di futuro. Ecco, noi vogliamo sentire parlare di questo: del futuro. Un futuro di pace.

Marco Gambella

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  • Published: 1 anno ago on 12 ottobre 2016
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  • Last Modified: ottobre 14, 2016 @ 9:31 pm
  • Filed Under: Attualità

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