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“Aiutaci tu, mamma chitarra!” Torino, gli anni ’80 e i suoi protagonisti

By   /  16 ottobre 2016  /  No Comments

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Cari amici e amiche de “Il Mondo di None” come state? Dopo alcuni mesi di latitanza eccomi nuovamente con voi per parlarvi di musica.

A partire da questo numero inizieremo un viaggio all’interno della scena musicale torinese degli anni ’80, attraverso la voce dei suoi protagonisti, quei musicisti che hanno reso grande la nostra città al di fuori dei suoi confini territoriali.

La prima intervista che voglio proporvi è quella fatta a Tommy De Chirico, cantante e chitarrista ancora attivo con una sua nuova band.

Ora mettetevi comodi e buona lettura.

Dimmi un po’ com’è nato il tutto, partendo dalle tue esperienze musicali…insomma, dagli inizi…”

TOMMY DE CHIRICO: Quindi si va un po’ indietro nel tempo, se vogliamo partire dagli inizi.

Si erano aperti in prima media dei corsi di chitarra gratuiti, i miei genitori, nonostante non fosse un periodo di vacche grasse (essendo nato da famiglia operaia), mi comprarono una chitarra Ferrarotti ed un plettro giallo.

Ero accompagnato da mia madre e ricordo che nel tragitto dal negozio a casa, non sapevo come portarla, ero emozionato, aveva la custodia a quadretti, la pagarono 14 mila lire; ci dormivo assieme, mi piaceva il suo odore ma non sapevo da che parte si prendesse.

A scuola non ero ben visto a causa della mia condotta e fui escluso dal corso.

Nel frattempo gli insegnanti mi facevano soffiare ad ogni lezione di musica, dentro un flauto dolce di plastica ”Fra Martino campanaro….” e io mi annoiavo a morte!

Fatto sta che la chitarra era stata comprata e perciò cercai, con il consenso dei miei genitori, un maestro di chitarra.

Mi venne l’idea di andare in un negozio di strumenti musicali vicino a casa. Parlai con Franco Scavino

il titolare e gli chiesi se conosceva qualcuno che desse lezioni di chitarra. Mi diede il numero di telefono di Marco Bonino, all’ora poco più che ventenne, chitarrista e cantante di talento torinese che mi insegnò la scala cromatica, i primi accordi e così via (le lezioni costavano 1.500 lire l’ora, ne facevo due a settimana).

Osservavo timidamente Marco muoversi con agilità sulla tastiera della chitarra e in più cantava benissimo, mi fece conoscere i Beatles e da allora non ho più smesso di amarli.

Cominciai i primi approcci sullo strumento approfondendo la cultura rock inglese e americana, da lì è partito tutto, era il 1975, avevo 11 anni.

All’età di 13 anni, tentavo di comporre le mie prime canzoni che per quanto ingenue, erano anche corredate di testo.

Ricordo che, in relazione alla prematura morte di una mia cuginetta di 3 anni scrissi una canzoncina che s’intitolava “Mrs. Black”.

A Marco piacque talmente che ne fece una cover tutta sua, mantenendo la struttura armonica e melodica pressoché identiche all’originale. Di alcune di queste canzoni possiedo ancora registrazioni incise con l’aiuto di Marco che si divertiva ad impreziosire con arpeggi, assoli, coretti e bonghetti, su un Grundig a bobine a 2 tracce che successivamente mi vendette e che continuai ad utilizzare con i Politburo, in una sala prove ricavata in un area non utilizzata all’interno di una fabbrica di spilli.

Questo registratore ha inciso quello che ora è diventato l’archivio di ore non quantificabili di prove e session in alcune delle quali riaffiorano ospiti come Monuments, Madaski (ancora con i Suicide dada) e Martin Mixo.

Come molti della mia generazione fui poi folgorato dall’avvento del punk, anche se un po’ in ritardo dalla sua reale esplosione. Era il 1979, ne fui totalmente coinvolto!

Era irrefrenabile la potenza che emanava questa musica e quello che rappresentava.

A Torino in quegli anni la scena musicale era costantemente in fermento.

Da lì mi sono predisposto mentalmente a fare musica.”.

C’è stato un episodio che ti ha fatto dire “Voglio mettere su un gruppo, suonare e fare sentire quello che sono” ?”

L’episodio è sicuramente presente in tutti i concerti a cui assistevo, quando sentivo una band di rock’n’roll sanguigna o cose più estreme; ero pervaso da tutto quello che arrivava, dal vedere, dall’ascoltare, dall’esserci e pensare, “ Voglio mettere su un gruppo!”.

Ormai sentivo che era così, probabilmente lo era ancora prima di cominciare a suonare…ero predisposto.

Per farmi le ossa, facevo concertini da solo, chitarra e voce, eseguendo cover dei Beatles, degli Stones, Carl Perkins, Gene Vincent; nonostante tutto, a volte, c’era anche pubblico!

Tra il 1981 e il 1982 viene fuori la prima formazione dei POLITBURO, con me alla chitarra e voce, Maurizio Rubinetti alla batteria e Massimo Aluffi al basso.( N.d.A. io e Tommy scoppiamo a ridere per il fatto che Maurizio Rubinetti faceva l’idraulico per campare!).

Maurizio e Massimo suonavano in una formazione dal nome IVAN SIBERIA, assolutamente genuina e post-punk, le sonorità erano quelle molto vicine ai Warsaw il primo nucleo dei Joy Division.

Nascono quindi i POLITBURO e facemmo il nostro primo concerto all’Off Limits, con i Not Moving.

Questo locale era un bar in Via San Tommaso, si scendeva una scaletta strettissima e ripida, si arrivava in questo locale sotterraneo dove c’era un bancone, il palco ed una sala lunga e stretta senza via d’uscita…una sorta di trappola per topi. Da lì a poco chiuse per ragioni di sicurezza inerente al rogo del cinema Statuto. Era il 5 febbraio del 1982.

Il concerto dei Not Moving quella sera, fu per me uno shock, quello che ho visto e vissuto quella notte, dal palco e sotto ascoltando il loro live, fu veramente qualcosa di unico e fuori di testa, un’aggregazione di pubblico rabbioso e gioioso di esserci.

C’era un rapporto tra chi suonava e il pubblico davvero totale, gente che saliva sul palco e urlava nei microfoni, però tutto sembrava avesse un senso e un obiettivo comune, un sentire le cose reciproco, una sorta di amalgama tra pubblico e gruppo che suonava.”.

Non era di certo come adesso, se tu vai ad un concerto la gente sta a venti metri dal palco…”

In effetti non succedeva, non ricordo volte in cui abbia dovuto invitare le persone ad avvicinarsi al palco. Non lo faccio neppure adesso e non mi interessa, ognuno fa ciò che meglio crede.

C’era voglia di novità e soprattutto di esserci, la tv stava prendendo piede sempre di più, si sapeva già che sarebbe diventata padrona delle menti della gente ma si evitava di farsi inoculare il suo veleno restandone alla larga”.

Beh, in compenso c’era la radio…”

La radio era il megafono assoluto, attraverso la quale si acquisivano informazioni di carattere musicale e sociale, i movimenti politici dell’epoca erano strettamente legati alla musica e quindi alle radio libere….quando lo erano veramente. Tutto gravitava intorno a quello che si produceva nell’underground e non solo a Torino ma anche in altre città d’Italia.

C’era sperimentazione, voglia di aprire sempre una porta per oltrepassarla.

Non c’era mai un disco o un gruppo uguale all’altro, ma una continua ricerca…. come accadeva tra gli anni 60 e 70.”.

Il nome POLITBURO l’hai scelto tu?”

No, fu un giornalista della redazione di Radio Flash, Daniele Abattista a propormelo. Parlando con lui mi chiese se avessimo un nome io risposi di no e così mi suggerì “Politburo”.

Lo sentivo suonare bene, perché tutto quello che mi è sempre interessato era il suono delle cose.

Esisteva ancora il Politburo, l’Unione Sovietica, il muro di Berlino.

L’idea non era legata ad un discorso politico, non ho mai avuto uno schieramento, ero piuttosto un “cane sciolto”.

Lo scelsi per assonanza, lo idealizzai come “ufficio della politica creativa”.

Nacque infatti un pezzo dal titolo “Politburo”, che diceva “…in questo posto non ci sono re ma soltanto ali per volare lontano….”; rifletteva il concetto che invitava, piuttosto, all’oblio attraverso visioni oniriche e allo stesso tempo all’anarchismo.”

Come siete passati alla formazione a quattro?”

Dopo il concerto con i Not Moving, credo non sia successo nulla di particolare con gli altri musicisti della prima formazione, nessun tipo di diatriba.

Loro si spostarono a suonare cose più garage con i DOUBLE DECK FIVE (altra band di Torino N.d.A.).

Dopo questa prima formazione nacque l’idea del 45 giri come solista, prodotto da Mauro Tavella dei Monuments che suonò le tastiere nei due brani e il basso in “Close your eyes”, io suonai il basso in “Flower into the factory” e la chitarra in entrambi i brani.

Questo progetto fu messo su in maniera piuttosto rapida, ero convinto che dopo la prima esperienza con

i Politburo, sarebbe stato più facile muovermi da solo in una dimensione più minimale e realizzare più in fretta quello che avevo in testa.

Tutto sommato un disco in cui le intenzioni erano ok ma, a parte l’entusiasmo del periodo successivo all’uscita del disco, per me, ha semplicemente il significato di una vecchia fotografia di gioventù.

Piuttosto, restituisce fedelmente il suono della new wave dei primi anni 80.

Sotto quell’aspetto, interessante!

Quindi il 45 giri non l’avevi ancora mandato in stampa quando riformasti i Politburo?”

No, è successo in maniera parallela.

I due brani risalgono al 1981 “Close your eyes” e “Flower….” al 1983, anno in cui io e Mauro Tavella, iniziammo a registrare al “T.K.S studio” dei TEKNOSPRAY .

Il 45 giri usci poi, per la “Shirak Records” di Johnny Betti, nel 1984, la cui grafica fu curata da Pennarex

( Bruno Zanichelli N.d.a.), artista dell’underground torinese, scomparso prematuramente, qualche anno dopo.

L’idea di mettere su una nuova formazione, nacque in virtù del fatto che il disco doveva essere presentato dal vivo.

Il primo concerto con la formazione a 4 fu al “Big Club” nel 1983. Sui manifesti appariva il mio nome, ma dopo questo concerto abbiamo ripreso il nome POLITBURO per essere un gruppo.”.

Dove li hai trovati gli altri tre?”

La cosa è andata così…Roberto Novero, chitarrista del gruppo, lo conobbi ad uno stage di chitarra fingerpicking tenuto da Duck Baker, che insieme a Stefan Grossman, ne era il massimo esponente.

In quest’aula eravamo circa una ventina di allievi, io e Robi, forse per via dell’aspetto che in qualche maniera incarnavano già certi intenti e attitudini, ci adocchiammo subito.

Era estate e come di consuetudine, dopo la lezione, ci si fermava in Piazza Carlina a fumare canne, a parlare e ascoltare musica…..Capimmo che noi con il fingerpicking non c’entravamo nulla!

Sinceramente questo metodo di suonare la chitarra non ci aveva mai appassionato un granché, era solo un modo per acquisire un’eventuale tecnica come esercizio fisico per le dita.

Una sera all’uscita dalla lezione, convincemmo Duck Backer a sedersi con noi sul marciapiedi e a suonarci i pezzi degli Stones e di Hendrix….in versione fingerpicking.

Duck era riuscito ad attirare la nostra attenzione….era bravissimo! Lui era simpatico a noi e noi a lui.

Comunque…da lì nacque la mia amicizia con Roberto Novero, già amico di Roberto Rabellino, attuale batterista dei Fluxus. (band alternativa di metà anni ’90 con Luca Pastore, videomaker ed ex bassista dei Chromagain N.d.a.) e di Fabio Gaudiosi, che omaggio con un ricordo intenso e affettuoso perché, purtroppo, non c’è più.

Provenivamo dalla stessa estrazione sociale e questo, in qualche maniera, ci rendeva più complici nell’urgenza di voler fare musica nostra. Fu così che ci incontrammo e nacque questa collaborazione che durò fino al 1986.

Ascoltando i brani dei Politburo, da bassista, riconosco uno stile piuttosto originale nel modo di suonare di Fabio….”

Il suo stile era frutto di una certa cultura musicale, di ricerca e di prove che lo avevano portato ad approcciarsi allo strumento in un modo del tutto personale. Insieme a Roberto Rabellino formavano una sezione ritmica precisa e potente che non passava mai inosservata durante le esibizioni live.

L’ultima volta che vidi Fabio, fu a Londra nel 1989.

Volevamo andarcene via a qualunque costo, in qualunque posto, basta che non fosse Torino o comunque l’Italia!

Così gli raccontai di Londra, dove io tentavo di vivere già dal novembre del 1988 e che era mia intenzione ritornarci. Pochi giorni dopo decise di seguirmi.

Avevamo occupato una casa in Vicarage Grove nei pressi della periferia di Oval, il corrispettivo del quartiere Falchera da noi a Torino per intenderci.

Lì, abbiamo vissuto insieme per circa 6 mesi e del quale custodisco ricordi molto intensi.

Da quella volta le nostre strade si divisero e non l’ho mai più rivisto né sentito.

Sapevo che si era trasferito in Toscana, poi una sera del 1994, la notizia della sua scomparsa.

Fabio era di carattere schivo e istintivo.

Essenziale nella vita come sul basso, oltre che un amico, era il mio bassista ideale !”.

Come mai avete deciso di smettere?”

Posso dire che la situazione e l’atmosfera in quel periodo cominciava a farsi davvero pesante….!

Nel gruppo si era creata una rottura artistica ed emotiva. Avevamo dei problemi da risolvere e di diversa natura.”

Vi siete sciolti comunque senza astio…”

Sì, è avvenuto tutto senza grossi traumi.

Quando succede che la cosa principale che ti ha legato per anni svanisce, da lì non sai più come riacchiapparla; per cui, dopo l’ultimo concerto a Candelo nel Biellese, nell’inverno del 1986, i POLITBURO smisero di esistere.”.

A parte il discorso Politburo, com’erano gli anni ’80 a Torino?”

Per quel che mi riguarda la sensazione che percepivo era più fisica, tutto era più reale. Non esistevano ancora i telefonini, quindi meno reperibilità, meno controllo sociale. La gente partecipava spontaneamente alla scena, al laboratorio musicale e artistico in generale.

Spesso mi capitava di camminare in centro e venire fermato da qualcuno che non conoscevo ma che aveva ascoltato il mio disco e magari si stava a parlare un po’, sai, una cosa genuina…in fondo eravamo tutti molto giovani, spesso chi incontravi per strada lo rivedevi ai tuoi concerti.”.

Com’erano i locali?”

Beh…erano pochi, si suonava spesso negli stessi locali.

Mi ricordo il “ Metrò”, “Big Club”, “Tuxedo”, “Evergreen ex o11”, “Studio 2” e pochi altri che ora mi sfuggono, però questi che ti ho appena citato erano i principali.

C’erano poi delle birrerie, ma non facevano parte del nostro territorio dove poter comunicare il genere di roba che suonavamo.”.

Era molto più semplice suonare, vedi i concerti al “Big Club”, dove gruppi emergenti avevano la possibilità di partecipare…”

Perché la musica dal vivo non era considerata come oggi sovente accade e cioè un contorno o la ciliegina sulla torta. La musica era la torta! Il gruppo che suonava creava l’evento, il pubblico partecipava con attenzione e i locali ci stavano dentro…! Tutto a posto!

Al “Big Club” si suonava bene… perché era fornito di un ottimo impianto di amplificazione, luci e un palco alto e spazioso.

Lì ho visto alcuni tra i più bei concerti organizzati da Alberto Campo e Renato Striglia che trasmettevano su Radio Flash. Passavano musica che arrivava da Marte, per via della ricerca che veniva fatta.

La loro trasmissione “Puzzle”, veniva riproposta in chiave live al “Big Club” dove si esibivano, gruppi italiani e non…. Al Big ho visto tanti concerti memorabili….per esempio gli Psychic Tv, Alan Vega, Lydia Lunch con Foetus, Nick Cave and the Bad Seeds, The Cult, Christian Death, i Diaframma, i CCCP…., ricordo che il loro, fu un concerto folgorante…eravamo in pochi, allibiti e felici di essere lì.”.

Forse non venivano a crearsi situazioni come quelle odierne, legate al budget o alla gente che una band è in grado di portarsi dietro…”

La palla della contrattazione è sempre esistita, però ricordo che in diverse occasioni siamo stati pagati, a volte anche solo con un rimborso spese ma che per l’epoca era già un bel risultato.

Oggi in effetti rimango sempre perplesso di fronte alla domanda delle cento pistole che ormai è da copione: “ Possiamo darvi non più di 80 euro, quanta gente riuscite a portare?” e io dico “cazzo! Ho solo cinque posti in macchina!” ( Ride N.d.a.)

Sai, tra la strumentazione, la sala prove, la benzina per gli spostamenti, suonare costa parecchio.

Non ho mai inteso la musica come lavoro ma neanche come passatempo. sennò a quest’ora al posto della chitarra, avrei una canna da pesca.

Ovviamente se si tratta di suonare per una giusta causa, un contesto interessante o per gente realmente in difficoltà, suono volentieri anche senza compenso.”.

Il pubblico non era morto come quello d’oggi…”

Guarda…erano tutti molto presenti, la gente arrivava al concerto perché forse non c’era molto in giro, quindi convogliavano tutti a quel determinato appuntamento.

Non che adesso il pubblico che partecipa ai concerti non lo sia; quando mi capita di suonare in giro, riconosco che c’è una certa voglia di capire cosa sta succedendo…ma in altre occasioni ho avuto modo di credere che non gliene fregasse nulla a nessuno!”.

Prima mi parlavi di videoclip, come nacque l’idea di realizzare il clip di “Flower into the factory” e “Glass’n’Steel” ?”

“Il video di “Flower into the factory” pare sia andato perso. Comunque l’idea era di rappresentare in maniera genuina, quello che si produceva in musica.

Flower…” fu girato nell’inverno del 1983 in un cantiere dove erano stati abbattuti dei vecchi edifici, in Corso Peschiera e dove ora ci sono dei palazzi con vetrate a specchio.

Andammo a girare lì perché cercavamo un’ambientazione post-industriale o qualcosa del genere, che in qualche modo rispecchiasse l’atmosfera che evocavano la musica e il contenuto del testo.

Trovammo questo cantiere, l’ambientazione era tetra e cruda, i vecchi edifici erano stati completamente abbattuti e solo una vecchia ciminiera era stata risparmiata. Poggiava solidamente a terra, eretta come un totem quasi a testimoniare l’avvento del moderno nella decadenza più totale.

Girai delle scene all’interno, sotto un telo di plastica, tra l’altro con grande sofferenza perché ai miei piedi c’erano dei piccioni morti…un tanfo micidiale (ride N.d.a.), per fortuna attraverso il video non si percepiva l’odore!

Le immagini testimoniavano fedelmente il reale clima di desolazione e depressione in cui Torino versava nei primi anni 80.

Regista del clip fu Gigi Zacco, videomaker che amava sperimentare e creare alchimie visive.

Per i POLITBURO nacque l’idea del clip perché, si faceva più presente il supporto video come “allegato” di un disco.

Glass’n’Steel” uscì sulla compilation “Tracce ‘85”, prodotta da Massimo Scabbia per la “Radio Records” appendice di Radio Torino Popolare dove, tra l’altro lavorava un caro amico, Alessandro Calovolo, autore di profonde e originali recensioni musicali su “Rockerilla”, anche lui vittima di quegli anni particolarmente votati all’autolesionismo.

Si diceva di “Glass and steel”, ci venne in mente di produrre un clip ma non c’erano abbastanza soldi per effettuare riprese reali, quindi Luca Pastore realizzò un montaggio con immagini sue di repertorio con altre che aveva girato ad un nostro live al “Big Club” dove, tra le altre cose, eseguimmo come bis una cover frenetica di “2 people in a room” dei Wire e con Mixo alla voce e Madaski alle tastiere,”Kashmire” dei Led Zeppelin.”.

Rimaniamo ancora sull’aspetto del clip. Il film “I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino”, cosa ti ricordi di questo esperimento cinematografico?”

“Conoscevo ed ero amico di Vincenzo Badolisani regista e attore del film e dei suoi fratelli ma, a dire il vero, il film lo vidi una volta soltanto in maniera frammentaria quando uscì nelle sale, credo fosse il 1983-84.

Il ricordo che ho, anche se un po’ annebbiato, è quello di un ibrido tra “realismo e demenziale” della gioventù appartenente alla classe operaia torinese nel contesto dei primi anni 80 e del vuoto che circondava il senso di appartenenza concentrato all’interno dello scenario del negozio per capelli “New Heads”, questo il nome che tra l’altro fui io a suggerirgli, quando Paolo Badolisani era ancora un classico coiffeur per uomo con fotografie di teste pettinate fine anni ‘60/’70 esposte in bella vista in vetrina.

Poco per volta cominciammo ad andare tutti quanti da Paolo a tagliarci i capelli, che in breve, cambiò l’immagine del negozio e si specializzò in creste, ciuffi ed esperimenti di tagli azzardati su crani di cavie consenzienti.

In fondo era anche una scusa per ritrovarci, a tal punto che “New Heads”, divenne un ritrovo, un reale punto di incontro; trovavi locandine di concerti, musicisti, pubblico.

Un via vai promiscuo, a volte si andava anche se non ci si doveva tagliare i capelli, era una sorta di ufficio di relazioni umane.

So che “I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino”, ora è considerato una sorta di cult movie come anche “Pirata” di Paolo Ricagno, dove, tra l’altro, sia io che Roberto Novero appariamo in alcune scene come comparse.

In una di queste, tanto per cambiare, prendiamo botte dalla “cyber-polizia” durante una esibizione in play back di Joe Squillo con i Candeggina Gang allo “Studio 2”.

Non ricordo esattamente l’anno, il 1981 o il 1982. Differentemente “Pirata” non l’ho mai visto finito.”.

Ti è mai capitato durante le varie date con i Politburo e non solo, qualcosa di astruso? Qualche episodio che ricordi ancora?”

“Ho bisogno di riflettere…beh, ci tengo a dire che nonostante tutto, eravamo piuttosto goliardici.

Ci piaceva ridere di tutto e di tutti a partire da noi stessi, in particolar modo quando facevamo branco con Mauro Tavella e Andrea Costa dei Monuments. Era praticamente impossibile restare seri!

Nel 1985, Luciano Casadei di “Radio Stuff Management”, ci propose di suonare da spalla a Siouxsie and the Banshees, all’interno dell’ancora attivo manicomio-lager di Collegno.

Mi sembra fosse un giorno del mese di maggio o forse giugno il giorno del concerto, non ricordo bene…quando entrammo nel cortile stipati tutti e quattro all’interno del “Renault 4” di Robi (Novero) e pressati tra gli strumenti.

Al nostro passaggio un gruppo di malati completamente nudi si avventò sull’auto emettendo gemiti e urlando frasi sconnesse e incomprensibili!

Non ricordo nessun commento da parte nostra.

Ci eravamo davvero incupiti nel vedere esseri umani privati totalmente della propria dignità e abbandonati ad un tale degrado.

Intanto, nell’attesa di poter montare la nostra strumentazione, arrivarono i Banshees, su un furgone grigio scuro. Alla guida c’era Severin e nel posto a sedere di fianco a lui, Siouxsie.

Arrivarono inscenando una sorta di rodeo, sgommando a tutta velocità nell’area davanti al palco, con lei che urlava con la testa fuori dal finestrino sventolando delle bandierine inglesi sulle quali, una volta scesi dal mezzo, cominciò a saltarci sopra con i piedi cristonando in inglese. Sembravano degli invasati fuori di testa!

La brutta sorpresa arrivò con il loro manager, che una volta appreso che esisteva una band di supporto, non diede il permesso di montare nulla sul palco, oltre alla strumentazione dei Banshees. In breve non volevano nessun ingombro tra le palle visto che oltretutto, nessuno dell’organizzazione italiana li aveva avvisati prima!

Per conto mio avevano tutto sommato ragione anche se la delusione fu davvero immensa.

Mi consolai passando tutto il pomeriggio con loro, mi offrirono da bere non so cosa ma ricordo che era fortissimo. Non se la tiravano per niente e dopo un po’ incominciai a tranquillizzarmi.

Nel frattempo persi di vista gli altri del mio gruppo che riapparvero, mi sembra, la sera durante il concerto.

A circa metà del live, in piena “Helter Skelter” dei Beatles, si scatenarono tafferugli provocati dall’eccessivo costo del biglietto, dando luogo ad una vera e propria guerriglia urbana con lanci di sassi da chi non era potuto o voluto entrare da una parte e lacrimogeni sparati con generosità dagli sbirri, dall’altra.

L’ingresso costava ben 15.ooo lire! A differenza di oggi, inaccettabile per quegli anni.

Nell’arco di pochi minuti ebbe inizio un fuggi fuggi collettivo ed isterico per via dei gas che irritavano violentemente le vie respiratorie e gli occhi, mentre loro, sul palco, sembravano nutrirsi di questo caos! Erano esaltati e continuavano senza cedere di un millimetro anzi, sembrava suonassero ancora meglio, sempre più rabbiosi e inca##ati, con gli occhi bombati e gonfi…delle furie! Grandissimi!

Il concerto venne poi interrotto per ovvie ragioni di sicurezza.

Ricordo un altro episodio, nel 1986 misi in piedi una formazione dal nome HARR HARR SKEBAT, formata da me, voce e chitarra, Maurizio Caneo, alle percussioni e Bruno”cerin” Bertino al sax “urlato”, entrambi collaborarono dal vivo e in studio con gli EAZYCON.

Era una band che andava dal free jazz più estremo, al rock’n’roll più suburbano e viscerale (avevamo incluso anche una cover di Lou Reed, “Leave me alone” dal disco “Street Hassle”).

Comunque per tornare a quanto mi hai chiesto, con questa band ci spedirono, attraverso un certo Sig. Salmoni dell’assessorato alla cultura e alla gioventù, a suonare nel contesto di una rassegna itinerante nei club cittadini, in un locale dove abitualmente si esibivano jazzisti anche di nome e il genere di frequentatori aveva l’aspetto di “ quelli che se ne intendevano”.

Così senza averci mai ascoltato prima, nonostante gli avessi allungato una casetta demo per un ascolto preventivo che evidentemente non fu considerata, ci assegnarono la data con un compenso pattuito per 250.000 lire, “La Contea”, questo il nome del posto.

Avvisai gli organizzatori che non era un luogo idoneo dove farci suonare. Oltre tutto il nome della band, HARR HARR SKEBAT, l’urlo che anticipava i riti sabbatici delle “cosiddette” streghe, includeva una specie di avvertimento, di monito.”.

Chi scelse il nome?

“Lo scelsi io, in quel periodo leggevo libri sull’inquisizione e ne rimasi coinvolto e impressionato.

Arrivati lì ci fu subito pochissima sintonia con i gestori del locale, capirono che eravamo tutto fuorché jazzisti.

Durante la cena alzammo un po’ il gomito e dopo un bel po’ iniziammo!

Il concerto si apriva con la registrazione di canti mantrici dei monaci buddisti tibetani, la base percussiva era ottenuta suonando ossa di morti. Durante questo preludio, entravamo a turno sul palco improvvisandoci sopra in maniera completamente free, dando così inizio a vere e proprie allucinazioni sonore.

Mauro Tavella fu il fonico di quella serata.

In effetti ci sentivamo un po’ degli eretici.

Dopo dieci minuti, tre quarti delle persone che riempivano il locale, si alzarono indignate e se ne andarono.

Non l’avevano presa molto bene!

Nel frattempo, ricordo “Cerin” sul palco, che distruggeva a calci il mio tamburello.

Rimasero pochi eletti devoti a questo genere di cose e qualche amico che oltre a non consumare, dava anche un po’ di fastidio a quel poco di pubblico rimasto che poco dopo desistette e se ne andò.

Circa 15 persone gli spettatori finali, forse meno.

Per i tipi del locale, fu un disastro a livello di immagine e soprattutto di incasso. Ovviamente fecero di tutto per non pagarci. Di nostro, rivendicammo il fatto che avevamo avvisato gli organizzatori degli eventuali “effetti collaterali” che puntualmente si manifestarono tutti.

Pretendevamo quindi il nostro compenso. Avevamo fatto la nostra parte, oltretutto avevamo bisogno di quei soldi! (ride N.d.a.). Si arrivò quasi alla rissa!

Arrivati ad un certo punto capirono che l’unico modo per liberasi di noi e non vederci mai più, era pagarci il cachet pattuito.

Questo fu il primo e ultimo concerto degli HARR HARR SKEBAT.

Comunque a pensarci bene in ogni concerto dei Politburo e altre formazioni succedeva qualcosa di astruso.

Come vedi in ogni passaggio di questa intervista, ci sono state storie ed episodi astrusi, potrei andare avanti a raccontarti per ore.”.

Altre formazioni o collaborazioni oltre gli Harr Harr Skebat?”

“Post POLITBURO formai i TUGHS, formati da me, voce e chitarra, Pietro Palladino degli AQUA (altra band new wave torinese, non gli scandinavi! N.d.a.) al basso e Francesco Di Lecce che aveva militato per un breve periodo nei Nerorgasmo, alla batteria.

Era una band di rock’n’roll sanguigno che però non uscì mai dalla cantina ma di cui conservo ancora registrazioni di alcune prove al T.K.S studio.

Suonai per un breve periodo la chitarra anche nei PROSTITUTES.

Comunque sì, c’erano queste collaborazioni, anche il nostro batterista Roberto Rabellino suonò con loro per un po’ di tempo.

Nel 1986 nacquero i QUIET, formati da me alle chitarre, Mauro Tavella e Andrea Costa dei MONUMENTS, rispettivamente alle tastiere e al basso e cori, Marino Paire degli AVANTGARDE alla voce.

Collaboravano con noi, Stefano Bonomi dei DEAFEAR alle percussioni, Franky Partipilo degli EAZYCON al sax tenore e Toti Canzoneri al sax contralto e soprano.

Ricordo un intervista dei Quiet condotta da Gianni Basso per Rai Stereo Notte negli studi di via Verdi dove, prima di andare in onda, ci perdemmo nel tentativo di trovare un posto appartato per darci una calmata.

Era notte e ridevamo come degli idioti aggirandoci tra i corridoi semibui della Rai.

Alla fine ricordo che fu una bella chiacchierata in diretta e fu una buona occasione per far ascoltare la nostra musica fuori dai confini cittadini.

Esistono diversi brani, tra l’altro particolarmente interessanti dal punto di vista creativo, dei suoni e delle atmosfere, registrati al “Transeuropa studio” di Carlo Rossi e al “Big club” nel maggio del 1988 durante l’unica esibizione live dei Quiet alla “Night for Heroes” di Mixo.

Vanificammo due anni di fatiche, sciogliendoci credo il giorno dopo il concerto che, tra l’altro, ricordo aveva riscontrato consensi piuttosto positivi e unanimi.”.

Come sai, il titolo del libro, “I was dreaming”, è preso da una canzone di Gigi Restagno. Hai voglia di parlarmi un po’ di lui, per chi come me non ha avuto modo di conoscerlo?”

“I BLIND ALLEY sembravano i Jam, anzi erano i Jam.

Suonavano bene, avevano carisma, avevano un bel seguito e facevano colpo soprattutto sul pubblico femminile. Trasmettevano una certa carica vitale, rabbiosa e a tratti anche malinconica.

Ero un loro fan.

Tornando a Gigi, quello che posso dire è che era un buon musicista e un grande compositore di canzoni pop. Era una persona con una sensibilità che lo portava a comporre brani armonicamente e melodicamente perfetti e che non fu riconosciuto, al tempo, da chi adesso ne elogia pregi e virtù.

Ricordo che lo incontrai casualmente uscendo dalla metropolitana a Londra nel 1988, dove io vivevo da circa un anno. Mi raccontò che era lì in cerca di contatti per suonare ma probabilmente non andò secondo le sue aspettative perchè quando tornai, lo ritrovai a Torino.

Credo che subì pesantemente la frustrazione di non essere riuscito a portare ad un pubblico più vasto e fuori dai confini cittadini, la sua musica.

Cadde in una sorta di depressione cronica da cui non ne è più venuto fuori.

Mi capitava di incontrarlo ai Murazzi e una sera mi parlò, senza eccessivo entusiasmo, di una canzone nuova che avrebbe cantato in italiano, credo si trattasse di “Coriandoli a Natale”.

Forse una delle ultime volte che lo vidi, fu quando andammo insieme a vedere i Mr.Bungle al “Barrumba”.

Ci incontrammo prima di entrare per berci una birra in un bar di Via Po, c’era un juke box, Gigi mise una moneta e partì “In my life” dei Beatles. Commentò questo pezzo come uno tra i suoi preferiti.

Probabilmente il contesto poetico di quella canzone, includeva l’amarezza che Gigi provava in quel periodo della sua vita.

Dopo quella sera ci siamo sentiti ancora qualche volta fino al giorno in cui mi trovavo in macchina, con la radio sintonizzata su “Radio Flash” che si aprì con la notizia del suo addio, mi fermai.”.

Mi hai raccontato cos’hai fatto dopo i Politburo. Ora cosa stai facendo?”

“Forse sarebbe il caso che ti raccontassi anche del percorso che ho dovuto intraprendere per arrivare ad oggi.

Dopo i QUIET ho attraversando un periodo molto buio; tra Londra e il mio ritorno a Torino furono anni decisamente duri.

Era il 1991, avevo urgenza di tagliare i ponti con certi ambienti, così andai in giro a cercare lavoro.

Trovai contratti stagionali che mi impegnarono per circa due anni tra l’Italia e la Francia fino arrivare in Kenya, a Watamu, un villaggio che si affaccia sull’Oceano Indiano, bellissimo.

Durante i sei mesi di permanenza in Africa, seppi solo che purtroppo era morto Frank Zappa e che “Silvio” era stato eletto Presidente del Consiglio.

Pensai seriamente di non tornare più in Italia, ma purtroppo non fu così, rientrai nel giugno del 1994.

Ripresi gradualmente contatto con la città, anche se però ero alla ricerca di situazioni e facce nuove.

L’occasione si presentò quando conobbi Marco Donda un “istrionico” bassista che mi presentò a Stefano Pitton, chitarrista “siderale” e Gabriele Petullà batterista della scena punk dei primi anni 90, (fratello del batterista dei Contrazione, Massimo).

Mettemmo su i NOXDEA nel 1996, una sorta di “psycho-metal band”.

Marco aveva ricavato una sala prove in una piccola cantina dentro una cascina tra i boschi a Vicoforte nel monregalese, dove abitava con la madre.

I Noxdea furono un esperienza musicale e umana molto intensa che ha segnato positivamente il mio rientro nella musica, con tutte le difficoltà del caso, ma a conti fatti ci siamo divertiti davvero tanto.

Si mangiava, si dormiva insieme e si suonava tantissimo, eravamo molto fuori.

Oltre ai live, tra i quali mi ricordo del “Nuvolari” di Cuneo, “Ultrasuoni” di Borgaro, il “Molino” a Mendrisio vicino a Lugano e il “Super Market” di Torino, che fu poi il nostro ultimo concerto; registrammo anche due cd, uno prodotto da Mauro Tavella, uno dagli stessi Noxdea finiti poi nel classico cassetto.

Una volta era più facile contare su piccole etichette indipendenti che non aspettavano altro che questo genere di roba ma i tempi sono radicalmente cambiati e sotto molti aspetti, in peggio.

Dopo i NOXDEA, scioltisi nel 1999, sul finire del 2000 ho messo su una banda, i LACRIMINAL, insieme a Piotre Franke, eccentrico chitarrista polacco, Giorgio Fiorini, musicista dell’area jazz torinese, al contrabbasso e Gabriele Petullà alla batteria. con il quale, dai Noxdea fino ad oggi (circa 12 anni), ho consolidato un rapporto di amicizia e di intesa creativa.

Anche se posso sentirmi legittimato a ripercorrere i suoni degli anni ’80, con i LACRIMINAL, ho realizzato un cd dalle sonorità diverse, dove trovi oltre al contrabbasso, batteria, due chitarre tra acustica ed elettrica, anche un violino, una fisarmonica, fiati e percussioni.

Amo l’elettronica, l’ho sposata in passato e dalla quale non ho mai divorziato.

Per me rimane sempre un fascino, ma in questa occasione volevo sentire sonorità vere, senza tempo.

ROBERTO “Freak” ANTONI (leader degli storici SKIANTOS inventori del punk rock demenziale italiano N.D.A) ha partecipato attivamente alla stesura del testo di “Sogno rettile”, brano di apertura del cd “Lacriminal” per il momento purtroppo, ibernato.

L’idea di questa collaborazione è nata il 20 novembre del 2004 a Torino, in occasione di un concerto degli “IRONIKONTEMPORANEO”, progetto di poesia e musica contemporanea di cui Freak è la voce narrante e Alessandra Mostacci la pianista classica che lo sostiene magistralmente.

Mi trovavo in veste di fonico e fui catturato dallo scenario sonoro che oscillava tra John Cage e le atmosfere sospese di Erik Satie.

La poetica demenziale e maledetta di Freak, mi risuonò nel cervello per diversi giorni ancora, fu così che mi sentii pervaso dall’urgenza di conoscerlo e di parlargli.

Con Freak, nel tempo, si è instaurato un ottimo rapporto d’amicizia e di stima reciproca, è davvero un genio!

Abbiamo fatto anche diversi live “Ironkontemporaneo + Lacriminal” di cui uno è stato registrato il 10 maggio del 2006 al “Cafè Liber”.

Allo stato attuale i Lacriminal sono formati da me e Gabri a causa di scissioni avvenute all’interno del gruppo. Hanno collaborato con noi in studio e dal vivo, amici musicisti di grande talento della scena torinese, che ci hanno aiutato a superare momenti di depressione e smarrimento, mantenendo in vita il progetto Lacriminal, che ha rischiato seriamente la morte per eutanasia.

Il minimo che posso fare è di ringraziarli citandoli: Rudi Di Monte al basso (Wah Companion), Mayumi Suzuki al violino, Andrea Gattico al piano e Guido Catalano, voce recitata (Sbronzi all’alba senza sigarette-Teatro della Caduta), Annina Zambelli alla fisarmonica, cori e percussioni, Ivan Bert alla tromba, Toti Canzoneri al sax contralto (Republic Square), Frankie Partipilo al sax tenore (Eazycon), Paolo Parpagliole ( Africa Unite-Blue Beaters) al sax tenore, Gabriele Colucci e Slep alle chitarre, Madaski e Mauro Tavella per averci permesso di mixare il cd al “Dub the Demon studio” ospitandoci in nome della vecchia amicizia e stima reciproca.

Ecco, mi sembra di non avere dimenticato nessuno.

Ora la situazione si sta evolvendo, viceversa, con una occhiata al passato per ripercorrere l’entusiasmo delle origini che, musicalmente, erano decisamente più essenziali, più ruvide, più punk…per dirla in breve senza troppi fronzoli e sostanzialmente più sanguigna.

Da qui la decisione di reinserire nel repertorio brani come “Close your eyes” che risale a circa 27 anni fa e che, devo ammettere con una certa sorpresa, trovo incredibilmente ancora attuale e piena di energia.

Per questo motivo Gabri ed io abbiamo visto la soluzione definitiva nel “power-trio” che comprende l’inserimento al basso di un certo “CabiriaSeXxGang” ( ride N.D.A).

Questa decisione ci ha restituito quel vigore che sembrava andato definitivamente perso.

Ora suoniamo davvero quello che sentiamo sotto la pelle, siamo presi bene, chi vivrà vedrà.”.

Nei testi dei Lacriminal si nota una certa ricerca poetica”

“Sì, in effetti ci dedico molto tempo. Cantare in italiano comporta un impegno non indifferente rispetto alla lingua inglese, soprattutto per quel che riguarda il suono e la musicalità che riesci a dare alle parole senza cadere nel banale o rischiare di dire stronzate. Prima di definire un testo concluso, cerco sempre un confronto e l’approvazione principalmente della mia fidanzata Annina, e di Gabri. Se loro mi dicono “ok”, tutti i miei eventuali dubbi scompaiono.

Nella sintesi cerco di evocare più immagini e significati possibili, dando una chiave di lettura che possa essere interpretata da ognuno in maniera soggettiva. Una sorta di quadro senza la cornice.

Non rinuncio però a sottolineare in alcuni brani, il mio dissenso nei confronti della costante arroganza dei maiali del potere e di come stiamo disintegrando noi stessi.”.

Cosa pensi riguardo a come stanno andando le cose nel mondo?”

“Considero questo periodo storico il peggiore dal dopo guerra!

Mi fa rimpiangere la fine dei “70 e l”inizio degli ’80, nonostante furono anche quelli anni davvero di m#rda.

Stiamo andando tutti verso un suicidio collettivo, non vedo un gran futuro e non sono ottimista.

Siamo prossimi al cannibalismo.”.

Quindi pensi che bisognerà ammainare la bandiera?”

“Non credo che sia giunto il momento di ammainare la bandiera, anzi, tutt’altro, credo che la pace e la divisione della ricchezza che il pianeta ci offre sia la vera e unica soluzione possibile.

Non giustifico nel modo più assoluto la violenza cieca e gratuita ma allo stesso tempo non mi sento di condannare chi la violenza la usa in risposta, come arma di difesa, se in gioco c’è la propria libertà e la propria dignità.

Viviamo senza esserci, non ci impressiona più niente, ci hanno assuefatti al tutto e al di più, il mondo ormai è diviso tra poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi.

Il monopolio dell’economia mondiale è davvero in mano, rispetto alla popolazione globale, ad un pugno di enormi bastardi; il controllo che si esercita su ognuno di noi é evidente.”.

Il mezzo di propaganda è sempre lo stesso, forse sono cambiate le modalità d’utilizzo…”

“La televisione continua ad essere il vero mezzo di propaganda per eccellenza!

Il potere se ne serve per compiere atti di terrorismo psicologico, annientando la facoltà di reazione delle persone rincoglionendole, mantenendole nell’ignoranza e nello stato di costante emergenza, affinché sia lo stesso popolo a chiedere più controllo, di conseguenza più polizia e quindi più repressione.

Anche la qualità e il rapporto con le sostanze è cambiato, sempre più potenti e chimiche, hashish ed erba comprese, ottimi impasti di laboratorio per ridurti in polpette il cervello e farti schizzare il cuore fuori dal torace!

Negli anni ’80, girava l’eroina per annientare la rabbia e gli ultimi colpi di coda rivoluzionari.

Ora i giovani si piantano in macchina contro un platano lungo la strada alle 5 del mattino, imbottiti di pasticche, bamba, alcool e una cassa in 4 quarti a 200 watt!

In più hanno eliminato fisicamente tutti gli uomini di pensiero impegnati nella controinformazione e che potevano veicolare le proprie idee attraverso la loro l’arte, ai danni del potere!”.

Quelli che potevano essere considerati come degli ostacoli. No?”

“Già, molto pericoloso! Negli anni 60 e 70 la musica era davvero politicizzata, scuoteva le masse e quindi era considerata sovversiva.

John Lennon in “Working class hero”, fa un quadro completo e dettagliato della società di quell’epoca, in un contesto che oggi si rivela attualissimo e che calza perfettamente sul modello di società di questo nostro 21° secolo; è un pezzo scritto nel 1970, inserito in un disco, “John Lennon Plastic Ono Band”, album traghettatore del suono punk già nei primi anni 70!

Un disco ruvido, scuro, crudo e essenziale, così come nei contenuti!

Assolutamente innovativo per quel periodo!

Lo stesso per Pier Paolo Pasolini, lui ha visto dietro l’angolo ancora prima di svoltarlo, capendo cosa sarebbe accaduto 30-40 anni dopo, come un veggente o uno sciamano.

Il ritorno del “ lupo travestito da pecora!”.

Anche nella musica… la novità è morta tanto tempo fa!”.

Ti può sembrare stupido…hai qualche rimpianto ripensando al passato?”

“Di fronte al mio passato ci sono cose che rifarei totalmente, identiche, anche ciò che si è poi rivelato essere autodistruttivo ma che in quel determinato momento della mia vita, hanno contribuito a creare delle situazioni uniche. Ci sono cose a cui non rinuncerei mai.

Sicuramente se non fossero accaduti certi fatti…beh, non fossero accaduti, ne avrei sicuramente tratto benefici e giovato sotto molti aspetti.

Ciò che è stato è stato, per tutto quello che ho fatto di buono e non, ora posso solo dire…. “mi sta bene!”.

Attraverso i Lacriminal, cerco di veicolare il passato nel presente.

A volte mi capita di leggere nelle canzoni scritte anni fa, immagini e situazioni che riemergono attraverso una sorta di “dèjà vu”.

Si può parlare in questo senso di futuro; in realtà il presente è figlio del proprio passato e il futuro è un’incognita che, per certi versi, non mi va neanche di prendere in considerazione.

In una certa misura, sono abbastanza fatalista, quando ho un po’ di fortuna, riesco a vedere da qui ad una settimana!”.

Carta bianca per chiudere questa chiacchierata.”

“Che dire, ti sono sinceramente grato per questa seduta di psicoanalisi sotto forma di intervista (ride N.D.A).

Mi hai riportato alla memoria esperienze di vita legate a luoghi e persone in un momento storico preciso e irrimediabilmente unico.

Credo che tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, Torino sia stata all’avanguardia oltre che fonte creativa nell’ambito musicale e non solo, tutto veniva creato nella penombra di un laboratorio “carbonaro” ma senza trovare mai la soluzione pragmatica per uscire fuori dai confini cittadini, forte di una propria identità.

La cosa più importante è che con questa operazione, hai riesumato la memoria storica di un decennio davvero scuro in una Torino cruda che non ha mai offerto molto oltre la fabbrica e i turni di lavoro e che sembrava essere inghiottita da un buco nero.

Ogni fottuto centimetro di vita fuori dalla gabbia della routine e dall’ordinario, era frutto di lotta e follia, sarà per questo che odio profondamente questa città ma, allo stesso tempo, ne subisco il fascino e una certa attrazione!”.

Alla prossima.

Claudio “Clay” Mangolini

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  • Published: 1 anno ago on 16 ottobre 2016
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  • Last Modified: ottobre 16, 2016 @ 10:07 pm
  • Filed Under: Musica

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