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Studio di agopuntura

By   /  29 marzo 2016  /  No Comments

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Ti lasciavi andare sul lettino e per mezz’ora non pensavi a niente. Restavi lì, senza poterti grattare né soffiare il naso, irta di aghi come un puntaspilli, a lasciar fluire le sensazioni guardando il rosone a margherita del soffitto in compagnia di una sveglia che scandiva il tuo tempo. Ti copriva un lenzuolo da obitorio sotto il quale non avevi che le mutandine e una maglietta tirate un po’ giù. Di fianco al tuo cubicolo, al di là di una sottile parete di compensato più bassa del soffitto, respirava e soffriva immobile un altro paziente, trafitto anche lui, gli sbuffi e le imprecazioni del quale ti consolavano se non ti divertivano. “Studio di agopuntura” era l’insegna sulla porta. L’indirizzo, c’è sempre un vecchio conoscente anchilosato (che diventerà il tramite ignaro fra due silenzi), in grado di fornirtelo quando, stanca d’ingurgitare veleni per un accidente di ossa, nervi o altro, sei pronta a buttarti nelle braccia della medicina che se non ti guarisce almeno non ti uccide.

Venivano a controllare alternativamente, il dottore italiano e la moglie cinese, davano un’avvitatina agli aghi, ti chiedevano se avevi bisogno di qualcosa, se sentivi aumentare il calore sulla pelle. Erano prossimi ai sessanta, distinti, gentili, capelli lasciati ingrigire senza artifici. Ossequiosissima lei, desiderosa di comunicare nel suo simpatico cattivo italiano, quanto silenzioso lui, vibrante di un universo interiore misterioso che si appuntava alla vita reale con gli aghi disseminati sulla mappa cutanea dei pazienti. Gli aghi più fastidiosi erano quelli alla nuca; il più equivoco quello tra il pube e l’ombelico, sopra l’elastico delle mutandine abbassate. Un eventuale massaggio contro l’ansia completava la seduta. Un po’ di borotalco sullo sterno e le mani sapienti del dottore scivolavano in virtuosismi che procuravano un piacevolissimo solletico, una piccola onda di voluttà. Era allora che lo guardavi in faccia. Aveva gli occhi bruni febbrili dietro le lenti pesanti e, tra la sollecitudine e il distacco del medico, vedevi la curiosità e la malizia dell’uomo. Si creava un silenzio imbarazzante (che impediva di godere appieno il massaggio) durante il quale saresti scoppiata a ridere sentendoti ora una sfoglia sotto le mani del pastaio, ora una massa d’argilla plasmata da uno scultore. Sorridevi per dimostrargli di apprezzare e, per farlo smettere: è molto abile – ammettevi. Può bastare. Lui si ritirava con cortesia tutta orientale e un sorriso molto italiano. Fino al giorno in cui, alla conta degli aghi appena sfilati, la voce del dottore non ti annuncia inquieta: ne manca uno.

Tu, appena scesa dal lettino, seminuda, ti frughi istintivamente la testa, sciogli i capelli legati da un elastico come in cerca del parassita che non c’è, scivoli lungo il tuo corpo senza vedere l’ago perduto fino a sospettare che sia rimasto nell’unico posto nascosto dall’indumento del pudore. Capisci che potrebbe essere lì, che il medico si aspetta che sia lì, perciò abbassi le mutandine e butti l’occhio. Non c’è. Poi lo guardi, guardi l’uomo con un sorriso dimostrativo. Era questo che voleva, no? Lui alza le spalle: sarà caduto a terra, dice. La terapia è rilassante, e dopo dieci sedute decidi di diradare ma di proseguire. Impieghi meno ad addormentarti, la sera, e sei complessivamente più serena: la colite spastica si è attenuata e le articolazioni sono più morbide. Ti sei abituata a quel rituale di gesti uguali che ripetendosi ogni volta ti rassicura: saluti i coniugi, lasci il cappotto nel vestibolo, entri in uno degli scomparti in cui la grande camera è stata suddivisa, appendi i tuoi abiti alla sedia, liberi il polso dall’orologio, con l’elastico ti raccogli i capelli corti in una specie di pennello da biacca e aspetti scalza, svestita, seduta lateralmente sul lettino, con le gambe giù, che uno dei due spalanchi la porta a soffietto per venire a pungerti. Speri sia lei, ma pare che la cinesina segua più volentieri le ottuagenarie. Due considerazioni oziose sul freddo, il tempo perso alla fermata dei bus, la nuova influenza tanto per riempire di banalità il silenzio, per rendere meno tesa la coscienza di essere tra le mani di un uomo che ti palpa, ti sente, ti respira sul collo prima di farti sdraiare. E’ quando hai il suo sguardo alle spalle, che ti ricordi delle verruche seborroiche sul dorso: le avevi quasi dimenticate, sono brutte, te ne vergogni, ne avevi bruciata una costellazione dieci anni fa, ne sono venute altre, non ci pensavi più. Ti disturbano le verruche e ti disturba pensarci. Lui non dice niente e tu hai paura che ti legga i pensieri attraverso le mani. Ci sono uomini con i quali è più facile comunicare con la pelle che con la voce, e questo è uno di quelli. Sei abbastanza adulta e vissuta per saperlo. Il dialogo serve a tenersi a distanza nel silenzio calamitato. Carica la sveglia per la tua mezz’ora e, prima di sparire, quasi in punta di piedi, ti assetta ancora il risvolto del lenzuolo come una madre amorosa. Ma un giorno, al riparo del ticchettio della sveglia, chinandosi sul tuo viso, prima di premere l’indice sulle sue labbra per invitarti al silenzio, ti posa un piccolo bacio all’angolo della bocca. Che altro potresti fare se non rimanere ferma, gli occhi sgranati, senza parole? Di alzarti dal lettino e andartene non se ne parla. Bisogna che uno dei due venga a toglierti gli aghi, prima. Ma poi, è proprio andartene che vuoi? Hai voglia di ridere e quindi di vedere come finirà. Una situazione così surreale non ti era ancora capitata. E’ la perfetta fusione di Dalì e Bunuel. E’ il gioco del cinema muto in un posto dove tutti ci sentono benissimo. In alto aleggiano e si ritrovano le parole sparse negli scomparti illusoriamente separati in basso; le voci si riuniscono nell’unico coro delle miserie umane. Le porte a soffietto non hanno serrature. Si aprono e si chiudono come parentesi su discorsi interrotti e ripresi. Chiunque (la moglie o un paziente) può aprire in ogni momento il cubicolo sbagliato sulla scena sbagliata. Hai tutto il tempo di pensare a quella che ormai ti appare come l’ennesima metafora della vita e delle sue finzioni. Che cosa è vero e che cosa è falso in quell’allestimento? L’attimo, il presente (la tua immobilità trapunta di aghi) e l’immediato futuro inimmaginabile (il prossimo gesto del dottore) sono veri. Ti sembra così paradossale titillare o sedurre una donna in quelle condizioni che non sei in grado di escludere la complicità dei coniugi. (Non è il Buddha a prescrivere di aprirsi con amore superando ogni possesso?). Ma potrebbe essere proprio la situazione esclusiva e rischiosa ad eccitare l’estro di un erotismo raffinato. Sono una strana congrega, i medici. Dall’ortopedico che nello studio teneva appeso il ritratto del duce e ti esaltava la vita in Germania, continuando a esercitare benissimo a Torino senza rilasciare mai una ricevuta fiscale; alla buonanima del professore ginecologo che, dopo aver estratto lo speculo viscido dal tuo sacrario, rimproverava al tuo amante assente lo spreco insensato della tua femminilità e a te di non aver avuto figli. Avrebbe voluto vederti incinta, partorire e allattare. Ti baciava ogni volta la mano lasciandoti sulla pelle il solletico della sua barba grigia e la traccia di labbra grandi e generose. Compiangeva su di te il peccato della vita evitata: “Se io fossi più giovane e se fossi libero, la corteggerei…”

Mi dispiace per prima. Mi scusi…?” ti mormora vicino all’orecchio l’agopuntore, e a stabilire la distanza della sua bocca è l’ago appuntato al padiglione. Molto sta in quel punto interrogativo che non sei sicura di avere udito. Se c’era, ti ha dato del tu; se no ti ha pregata con il lei. Scuoti un poco la testa e con un cenno della mano sorvoli le inezie. Un tempo ti saresti risentita. Adesso speri solo che la terapia ti giovi. Hai raggiunto l’età della fratellanza. Non ci sono specchi per vedere la tua faccia. Anche se la immagini, ti piacerebbe incontrarla visitata da quell’ultima sorpresa. Paghi di là, alla presenza della moglie tutta sorrisi, mentre lui, fervido come un uomo che si auguri fortemente qualcosa, ti fissa un nuovo appuntamento. Lungo la via di casa rifletti che il dramma è cominciato per te quando l’amore, da una cosa che faceva piangere, è diventato una cosa che faceva ridere. Ti avvolgi la sciarpina intorno al collo e sai che non ritornerai.

Valeria Amerano

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