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I primi passi del disegno di legge Cirinnà monco della stepchild adoption

By   /  29 marzo 2016  /  No Comments

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Il progetto di legge Cirinnà sulle “unioni civili” ha fatto un importante passo in avanti. Ha superato l’ostacolo più difficile al Senato, dove non pochi dei nostri rappresentanti hanno dato il peggio di se stessi. Citiamone qualcuno, tanto per avere idea della classe dirigente che decide, o meglio dovrebbe decidere, leggi che riguardano la vita dei cittadini. Cominciamo da un certo Lucio Malan, messosi in mostra al Family Day con moglie e prole: di lui vanno citati alcuni degli emendamenti più farlocchi. Ad esempio, come si legge nel sito dell’Huffinghton Post, Malan, fine filologo, ha chiesto di sostituire di articolo in articolo: la parola “italiano” con la parola “libico”; le parole “stesso sesso” con l’insulsa perifrasi “stradario cittadino ai fini del rispetto delle pari opportunità nell’assegnazione dei toponimi”; la parola “diverso” con “non ridicolo o vergognoso”. È intervenuto, chiedendo inoltre di sopprimere: la frase “facendone dichiarazione all’ufficiale di stato civile” con “inviando un sms”; “un’unione civile” con “un’unione renziana”. E tante altre amenità di simil fattura, come chiedere che si sostituiscano le parole: “è istituito il registro delle unioni civili tra persone dello stesso” con “si fa”, in modo che la frasi diventi: “Presso gli uffici dello stato civile di ogni comune italiano si fa sesso” e che la parola: “leggi” sia sostituita con “scommesse sportive”. Poi, dopo la combricola dei vari Giovanardi (col suo bel faccione alla Fernandel, ma senza la sua simpatia) ed altri bravi misericordiosi cristiani (che volentieri metterebbero al rogo tutti gli eretici e i “diversi” del terzo millennio), ecco i simpatici leghisti di Calderoli (quello che si fa vox dei e manda all’inferno tutti quelli che hanno sostenuto la legge Cirinnà, ma salva i ladri della sua compagnia) che chiedono in un emendamento che i gay debbano presentarsi dinnanzi all’ufficiale civile con “un documento in cui i genitori attestino di non avere nulla da opporre”. Insomma gli ex celoduristi volevano che gli sposi si presentassero con l’autorizzazione dei genitori. Come a dire: bella presa per i fondelli!

Ecco a cosa sarebbe servito il mitico “supercanguro”! A sveltire molto il dibattito sulla legge, eliminando la sterile lungaggine delle centinaia di emendamenti presentati dalle opposizioni con l’unico scopo, salvo qualche rara eccezione che intendeva entrare nel merito della legge, di fare ostruzionismo.

E adesso vale la pena parlare del movimento Cinque Stelle! Anche se … guai a toccarlo! Nel giro di un sospiro ti potrebbe cadere sulla testa la fatwa di qualche suo sostenitore. Sembrava arrivato l’hic et nunc. Quel momento topico, dove finalmente il parlamento avrebbe fatto brillare i lumi di quello che dovrebbe essere uno stato laico e moderno. Mancavano pochi minuti all’evento, ma ecco che dallo scranno si alzava il senatore moncalierese, Alberto Airola, che, dopo aver garantito in qualche modo, diciamo a stretto giro di sms, un patto con Monica Cirinnà sulla possibilità di votare il supercanguro, al momento del voto si è rimangiato la parola e ha fatto una dura reprimenda contro la volontà del Pd di rifiutare il confronto in aula, affabulando filosoficamente sui principi democratici, costituzionali e sulle norme parlamentari. Il senatore pentastellato ha poi chiarito che l’ sms, da lui inviato a Monica Cirinnà, in cui anticipava l’intenzione degli M5S di condividere il cosiddetto “canguro”, “non era la posizione ufficiale e definitiva del Movimento”. Tutto molto interessante! Fatto sta che la legge nella sua integrità, ossia comprensiva della cosiddetta “stepchild adoption” (adozione del figlio del partner), è saltata. Come il tappo di un bottiglia di champagne che ha perso tutta l’effervescenza delle sue bollicine.

Adesso che la legge, pur monca, ha superato il primo passaggio parlamentare, vanno fatte alcune considerazioni, meno di pancia e più di cervello. Essendo molto interessato alla questione delle “unioni civili”, dopo il fallimento della “Cirinnà” a causa del voltafaccia dei cinquestelle e dei pervicaci mugugni dei “cattodem”, mi sono riproposto di uscire dal partito democratico, perché avevo l’impressione che ancora una volta si inchinasse alla voce, spesso prepotente, di coloro che pretendono di avvolgere la laicità dello stato nel lindore delle proprie coscienze. In quel momento ho rischiato di rimpiangere il centralismo democratico del partito comunista, quando vigeva il principio che la minoranza dovesse soggiacere alla maggioranza. Poi, mi sono ripreso, almeno in parte, dopo che il ddl Cirinnà è passato in Senato con il voto di fiducia, perché, trascorsi vent’anni di fallimenti, ecco a noi una legge che, salvo improbabili ostacoli, dovrebbe arrivare a buon fine. Alcune cose sono un po’ ridicole, come l’aver tolto – per volontà del Nuovo Centrodestra e dei soliti cattodem – l’obbligo di fedeltà per le coppie omosessuali, quello previsto nel codice civile tra i diritti e i doveri derivanti dal matrimonio. La ragione: l’unione civile tra coppie omosessuali sarebbe potuta assomigliare un po’ troppo al matrimonio. Così adesso sappiamo che agli omosessuali è consentito il tradimento, agli etero no!

In ogni caso, pur capendo le ragioni e i sentimenti della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), forse un po’ delusa rispetto alle tante aspettative, occorre vedere il bicchiere mezzo pieno. Fermo restando naturalmente che la ministra Boschi rispetti la promessa, quando ha affermato in perfetta sintesi: “Bene la legge sulle unioni civili, ora le adozioni!”.

Il ministro angelicato Alfano da parte sua, ancora una volta, si è distinto per insipienza, quando, indossando i panni del supereroe, si è vantato di aver “bloccato ciò che non è permesso in natura”. E con questa affermazione ha ovviamente offeso la comunità omosessuale.

A margine di questo mio modesto editoriale, vorrei aggiungere due parole sui cosiddetti “cattolici adulti” di None. Questa espressione fu coniata da Romano Prodi che così si autodefinì nella polemica col cardinale Ruini in merito alla Legge 40 sulla fecondazione assistita. La definizione “cattolico adulto” è entrata di fatto nel linguaggio comunemente usato, per designare genericamente quei cattolici che si sentono pienamente tali, pur non obbedendo al Magistero. Loro, i cattolici adulti di None, sempre pronti – giustamente – a “mazziare” gli amministratori locali su qualsivoglia faccenda – dalla scuola materna che non si fa, al rifacimento del viale della Stazione – possibile che non siano capaci ogni tanto di volgere lo sguardo oltre le mura cittadine, verso la linea dell’orizzaonte, e dire una parola, anche soltanto una mezza parola, su questioni così dirimenti relativi ai diritti delle persone? E anche per quanto riguarda quei giovani intellettuali (trentenni e quarantenni) nostrani, sempre pronti a ricordare giustamente i valori morali e ideali dell’antifascismo e della Resistenza, perchè dalle loro bocche non è uscito neanche un balbettio su tale argomento?

Un plauso va invece a Mario Dellacqua, l’unico che in più di un’occasione, durante tutta questa estenuante polemica a proposito delle unioni civili, ha avuto la capacità di scrivere commenti e giudizi di merito assolutamente condivisibili, tenendo conto della spazzatura che, come un fiume carsico, dai fondali sotterranei di coscienze intorpidite, è emersa in tutta la sua maleodorante bruttura sulla superficie di facebook.

Gregorio Codispoti

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