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“Parole di cinema e percorsi paralleli” – Intervista di Claudio Mangolini

By   /  31 dicembre 2015  /  No Comments

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Foto 1Amici e amiche de “Il mondo di None”, benvenuti al terzo appuntamento di questa rubrica dedicata al cinema e le sue varie sfaccettature.

Oggi vi propongo l’intervista fatta a Flaminia Bolzan, nota criminologa romana, presente spesso durante alcune trasmissioni televisive come voce autorevole in merito ai fatti di cronaca nera.

Con lei ho voluto approfondire alcuni aspetti del suo lavoro e non solo.

Ora mettetevi comodi e buona lettura.

“Prima di cominciare, volevo ringraziarla per aver accettato l’intervista. Racconti ai nostri amici lettori chi è Flaminia Bolzan”

Grazie a lei per aver pensato di intervistare proprio me, le dirò…sono lusingata, davvero! (sorride n.d.A.)

Flaminia Bolzan è una ragazza normale che fa un lavoro interessante, mettiamola così.

Sono nata a Roma, 28 anni fa, sotto il segno della vergine. Sono bionda e dico sempre che questo è il mio alibi di ferro.

Mi interesso, professionalmente parlando, del lato torbido della mente umana e ne sono irrimediabilmente attratta, nonostante di natura io sia incline a trovare sempre il lato positivo nelle cose. Non sopporto la superficialità e amo lo sport, i viaggi e perdermi nei miei pensieri.”

“Lei è un nome molto noto, spesso è presente come ospite in varie trasmissioni in quanto voce autorevole sui casi di cronaca nazionale e non. Come riesce a far conciliare con il suo lavoro anche questo tipo di impegno queste? Cosa l’ha spinta ad intraprendere un certo tipo di percorso lavorativo, è soddisfatta di quello che fa?”

Non poi così noto, suvvia! Sono molto soddisfatta di quello faccio e le do in anteprima una notizia che in questo momento vale almeno il 50% della mia felicità, ho vinto un concorso per un dottorato di ricerca, era una cosa che desideravo molto e finalmente, con tanto sacrificio e dedizione…è arrivata! Non è sempre semplice conciliare l’aspetto mediatico con quella che è la professione al di fuori della tv, l’apparire, talvolta, può indurre gli altri verso valutazioni e aspettative sul professionista che non tengono conto di molte variabili ma quello che spero di trasmettere a chi si interessa di cronaca, attualità, psicologia ecc. è che il contenuto va oltre la forma e io ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso maestri di grandissimo pregio, primo tra tutti il mio mentore, il Prof. Francesco Bruno, che della criminologia e della psichiatria forense è uno dei massimi esperti in Italia; da lui ho appreso e continuo ad apprendere tanto e quello che sono oggi e sarò domani è frutto di ciò che lui è stato in grado di trasmettermi, non solo sul piano professionale, ma soprattutto su quello umano.

Ho scelto di intraprendere questo percorso sin da bambina, non sapevo ancora si chiamasse “criminologa” ma ricordo molto bene che desideravo fare qualcosa che mi aiutasse a capire “perché i cattivi sono cattivi” e da grande la traduzione di questo mio pensiero si chiama studio della psicologia investigativa e della psicopatologia forense, esattamente la disciplina di cui mi occupo principalmente. Insomma, ho avuto una gran fortuna!

“Illustra a me e ai lettori, il suo lavoro.”

Il mio lavoro è piuttosto vario e spiegarlo in poche righe non è semplicissimo, so che spesso il mito della criminologa alla CSI è quello che ha più appeal sui lettori, comprendo anche che l’idea del “topo da biblioteca” non sia proprio il massimo ma la realtà è che la mia figura si occupa di questo e quello.

Io lavoro molto sugli aspetti della ricerca in ambito criminologico, soprattutto clinico, e sono spesso consulente tecnico di parte in vari procedimenti penali in cui dev’essere valutata l’imputabilità dei soggetti (la capacità di intendere e di volere per capirci), analizzo gli eventi in relazione alla loro genetica, ovvero “perché viene commesso quel delitto?” e alla loro dinamica “come viene commesso?”. Sono docente in diversi corsi e passo moltissimo tempo a scrivere.

In più, essendo psicologa, mi occupo del sostegno e del trattamento di alcuni pazienti che sono sottoposti a regimi detentivi alternativi al carcere.

“Dato che questa rubrica si occupa di cinema, volevo avere da lei un’opinione in merito ai miti che si creano attorno ad alcuni personaggi, cosiddetti “maledetti” dello star system.”

Questa domanda è molto interessante, essendo io una grande appassionata di Tarantino e Rodriguez potrei dire che lei mi invita a nozze

Il mito del “bello e maledetto” è un qualcosa che è sempre esistito, così come è sempre esistito l’interesse mediatico per chi è fuori degli schemi, sopra le righe, per utilizzare un altro termine.

Io stessa subisco cinematograficamente il fascino di Hannibal Lecter, piuttosto che di Joe Carrol (Serial Killer della serie TV “The following”).

Ma la realtà è un’altra cosa. E l’opinione che posso darle in merito è appunto quella che il cinema è narrazione, è finzione, si avvicina molto alla realtà, a volte, ma non può sostituirsi ad essa. E il mito quello vero nasce in un’epoca assai lontana, è quello della Grecia antica, quello di Roma, il cinema ripropone, ridisegna, adatta, ma è una copia. Ben fatta, ma pur sempre copia.

“Crede che certe pellicole del nostro cinema, possano essere utilizzate come strumento di studio nell’analisi di certe patologie psichiatriche? Cosa ne pensa della psicoterapia attraverso film, musica, letteratura e pittura?”

Sono uno strumento utile per la divulgazione delle conoscenze relative alla patologia, quello di sicuro. Strumento di studio direi di no, lo studio va fatto sui dati reali, casi reali e patologie reali, ma il cinema certamente può avvicinare alla sofferenza di chi quotidianamente deve fare i conti con la malattia mentale. Ecco, parlare di malattia psichiatrica in un film sdogana in un certo modo l’incomunicabilità di quella patologia, è un po’ come dire “Non nascondiamoci dietro un dito, la malattia c’è, esiste e il paziente non va ghettizzato ma curato”.

La musica, la pittura e tutte le attività narrative ed espressivo corporee sono utilissime nella psicoterapia con alcune tipologie di pazienti, ma ci sono teorizzazioni abbondanti a riguardo e il mio parere, tra tutti, è sicuramente quello meno autorevole. (ride n.d.A.).”

“Perché esiste, in molti casi, l’attrazione verso tematiche depressive, oscure? Forse per una sorta di morbosità che spinge ad approfondire gli aspetti negativi di un personaggio, piuttosto che quelli positivi?”

Perché abbiamo bisogno di vedere “nell’altro” in un “altro” irreale, quel male, quella pulsione distruttiva che è dentro di noi. Per allontanarla, a volte per negarla. Per relegarla in una sorta di limbo sospeso tra vero e falso, un purgatorio immaginativo in cui tutto può succedere e nulla succede, ma noi, siamo comunque sempre e soltanto spettatori e come tali, quando si chiude il sipario, possiamo scegliere la via migliore tra un applauso o un silenzio.”

“Da Charles Manson che vide in “Helter Skelter” dei Beatles la raffigurazione dell’Anticristo, al film “Gran Bollito” di Mauro Bolognini, che narrava le gesta dell’assassina seriale Leonarda Cianciulli; come possono sposarsi le efferatezze con delle arti sublimi, quali il cinema e la musica? Questi sono solo due esempi lampanti, potrei citarne altri ma occuperemmo tutte le pagine del giornale.”

Anche in quello che lei definisce sublime ognuno proietta qualcosa di sé, ha citato Manson, non credo ci sia bisogno di sottolineare quanto la mente di Manson fosse gravemente permeata dalla patologia e da una visione assai distorta del mondo.

Tornando al punto, il cinema non è e non può essere solo commedia, il cinema deve avvicinarsi il più possibile a quella copia del mito e della realtà di cui parlavamo prima e la realtà appunto, sa essere sublime ma a volte terribilmente macabra.

“Quali sono i casi di cronaca nera che l’hanno segnata in particolar modo?”

Certamente il caso del Massacro del Circeo e quello di Gianfranco Stevanin, che ho conosciuto personalmente in carcere a Bollate. Mi ha colpito molto il suo modo di interagire con gli altri detenuti e anche con me, sono sempre stata incuriosita da tutto ciò che ha a che fare con la serialità.

“Che tipo di cinema predilige?”

Come le dicevo, sono appassionata di Tarantino e mi piace il genere “splatter”, tra i grandi registi amo Kubrick, soprattutto per “Arancia Meccanica” e mi piace molto Caligari, quest’ultimo scomparso da poco.

Trovo che “Amore tossico” sia stato un vero capolavoro in grado di descrivere perfettamente la realtà degli eroinomani della periferia romana di quegli anni.”

“Ha mai pensato di scrivere un saggio sulla criminologia in relazione alla musica e al cinema?”

Pensato e ripensato, ma ahimè…non sarei mai in grado da sola. Le lancio una palla, proviamo a farlo insieme?

“Ringraziandola per la grandissima disponibilità, le lascio carta bianca per chiudere.”

Non sono brava a chiudere, nulla, che sia un libro, una porta o altro…sono io che ringrazio lei e soprattutto ringrazio chi avrà la pazienza di leggermi, tra le righe, s’intende! Un saluto e a prestissimo.”

Claudio Mangolini

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  • Published: 2 anni ago on 31 dicembre 2015
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  • Last Modified: dicembre 31, 2015 @ 10:06 am
  • Filed Under: Attualità

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