Loading...
You are here:  Home  >  Mondo Sociale  >  Current Article

Leggendo di Walter Veltroni, del suo papà (e del mio)

By   /  31 dicembre 2015  /  No Comments

    Print       Email

Cedendo alle lusinghe di Fabio Fazio, ho subito il fascino dell’ultimo libro di Walter Veltroni. La lettura di “Ciao” riaccende il vorace desiderio di attivare il dialogo con il proprio padre che tanti della nostra generazione ribelle sanno incompiuto, derelitto o addirittura mancato. Tra inesausti sensi di colpa e nostalgia, si finisce prima o poi per idealizzarne la figura, sperando per questa via di medicare una ferita che tanto è inutile: te la trovi cucita sulla pelle e impari a tenertela.

Veltroni rimpiange il mancato dialogo e la mancata confidenza per averlo perduto troppo presto. Ma Veltroni è incolpevole. Può trovare un curativo risarcimento nella rievocazione di quel che avrebbe potuto essere l’attraversamento comune della vita negli anni in cui insieme, Veltroni padre e figlio, avrebbero potuto osservare da coprotagonisti l’Italia che combatteva e cresceva nell’illusione feconda dello sviluppo ininterrotto, della democrazia televisiva e dell’economia automobilistico- elettrodomestica.

Ancora più struggente è il rimorso quando il dialogo non è mai partito, non perchè è sopraggiunta una morte precoce e improvvisa, ma perchè, per incomprensione o per superbia, il più istruito lo ha disdegnato come a voler allontanare da sé una presenza silenziosa ma ingombrante e nemica della sua libertà. Quest’ultimo è il mio caso.

Quando ha perso il padre, Veltroni aveva un anno. “Dopo” ha potuto ricollocare al centro (o al principio) della propria esistenza la figura esemplare e affermata del padre Vittorio che visse da pioniere l’avventurosa irruzione della radio e della televisione nelle case degli italiani, contribuendo alla perigliosa missione educativa della loro malferma identità nazionale con l’invenzione del racconto radiofonico, con la fondazione del telegiornale, con l’allevamento fai-da-te di una nidiata di giornalisti amanti del gusto per l’inchiesta nell’ovatta della censura.

Walter Veltroni immagina il padre Vittorio come una specie di Ettore che sceglie di battersi per il proprio paese. Ettore sa di dover perdere per la sproporzione delle forze nel confronto con Achille, ma sa che il suo sacrificio indicherà al figlio la strada possibile della libertà senza la quale niente dignità, niente sapere, niente emancipazione, niente progresso meritevole. Ettore è un perdente, ma “combatte per dovere e non per la gloria”. E forse “il vero padre, il vero uomo, è colui che affronta la sconfitta se essa è un’eventualità di una battaglia che ritiene giusta”. Difficile non vedere nell’eroe troiano la proiezione del Walter Veltroni padre sconfitto dell’Ulivo e del Partito democratico a vocazione maggioritaria. Con l’imperatore Adriano della Yourcenar, può dire che in politica “aver ragione troppo presto equivale ad aver torto” subito.

Del dramma di Ettore, eroe ammirato come Tex, Veltroni stranamente coglie soltanto il tormento della possibile sconfitta, non dell’uomo crudelmente convocato dalla Grande Storia a scegliere fra la libertà del proprio popolo e il destino di Andromaca e di Astianatte che lo richiamano supplichevoli al suo dovere di padre e di marito. “Misero, il tuo coraggio t’ucciderà, tu non hai compassione del figlio così piccino, di me sciagurata, che vedova presto sarò...” Nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza questo dramma riaffiora con struggente prepotenza e si traduce spesso in richieste di perdono rivolte a figli, genitori, fratelli e fidanzate per aver procurato tanto dolore con una scelta di libertà che comportava una traumatica rottura con la famiglia.

A mio padre il dilemma non fu neppure prospettato. Fu “normale” per lui obbedire, andare a fare il soldato in Sicilia, essere portato prigioniero in America, tornare spaesato nel 1946 a rivedere un figlio che era nato nel 1942 senza mai capire bene che cosa diavolo volesse la patria da lui. Poi obbedì allo Stato, alla Fiat, alla parrocchia, ai medici che ne ordinavano il periodico ricovero e a tutte le autorità che gli dicevano che cosa fare e pensare o preferibilmente non pensare.

Ah, sì? Disobbedendo a lui e a tutti gli altri, io cercai una strada altrove. Quando lui se n’era già andato, capii che ogni viaggio ha un senso se ha il coraggio del ritorno. Ma ormai era troppo tardi per riprendere un dialogo mai veramente decollato. La via della riconciliazione fu un nuovo viaggio, questa volta dolorosamente autocritico. Poi gradualmente discolpante. Infine persino entusiasmante e tuttora in corso. Cammin facendo, mi ritrovo in eredità un altro sguardo sul mondo e sugli altri.

L’acquisita maggiore tolleranza non erode spazio all’ardimento delle mie esplorazioni intellettuali. “Non è vero – scrive Veltroni – che si attraversa l’esistenza restando uguali”. Può persino capitare di trovarsi un paese che si impoverisce mentre il suo duce è sempre più amato. O che ci sia un latente duello all’ultimo sangue fra chi spiega all’Italia che è ora di rinunciare a una quota di libertà purchè si trovi qualcuno disposto a decidere di governarla e chi non si è assuefatto all’idea che sia “naturale” negoziare la rinuncia. Tutta roba di ieri?

Mario Dellacqua

W. VELTRONI, Ciao, Rizzoli, settembre 2015, pag. 248, euro 18,50.

    Print       Email
  • Published: 2 anni ago on 31 dicembre 2015
  • By:
  • Last Modified: dicembre 31, 2015 @ 12:04 am
  • Filed Under: Mondo Sociale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You might also like...

Inchiesta sul degrado della stazione

Read More →