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È stato tutto uno scherzo. – Muoio se te ne vai

By   /  12 novembre 2015  /  No Comments

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Mi chiamo Rada Andreevna Vyatchanina”. Si era presentata così, quando l’aveva conosciuta in un piccolo ristorante-caffetteria sulla Fontanka che si trovava vicino alla casa di Anna Achmatova. Si trovava in Russia per raccontare l’agonia dell’impero sovietico. Aveva ricevuto l’incarico, sia il corrispondente si era improvvisamente ammalato, sia il direttore aveva voluto affidarsi a lui, nonostante fosse un principiante, per la conoscenza che aveva della lingua e cultura russe. Quella era la sua stagione migliore e non aveva avuto alcun problema ad accettare di buon grado. All’età di trentasei anni era la sua grande occasione e non ci avrebbe rinunciato per nessun motivo. Si spostava tra Mosca e Leningrado. In questa città aveva scelto di alloggiare da una vecchia amica, Yelena Pakhalina, che già l’aveva ospitato dieci anni prima, quando frequentava i corsi di russo alla facoltà di lingue.

La Pakhalina era una donna di sessant’anni che viveva in un piccolo alloggio, che da qualche tempo al catasto non era più registrato come modello abitativo delle kommunalki. L’appartamento si trovava nella periferia a nord-est della città, al secondo piano di uno degli anonimi palazzi, abitati soprattutto dalla piccola borghesia impiegatizia e intellettuale, da ufficiali dell’armata rossa in pensione e dalla classe operaia oramai poco illuminata dal sole dell’avvenire. Gli edifici costituivano il frutto dell’inurbamento di massa del secondo dopoguerra e una delle tante esperienze di trasformazione urbana in direzione dell’egualitarismo. Yelena si recava ogni giorno nel vicino bosco di betulle, per raccogliere mirtilli, lamponi e altri frutti, con cui preparava le sue marmellate da offrire a colazione. Nostalgica dei giorni migliori di Kruscëv e Breznev, aveva in gran dispetto Gorbaçev e la Gorbaçeva, da lei disprezzati come pidocchi arrinisciuti (la sua ospite citava un’espressione gergale simile a quella siciliana) rispetto alle infime condizioni dei russi, anzi in confronto alla portentosa povertà della maggior parte della popolazione. Yelena odiava Michail Sergheevic. Terrasanta guardava le cose con i suoi occhi occidentali, ma mai avrebbe osato contestare le opinioni della Pakhalina, per la quale, dopo cinque anni, la perestrojka del presidente aveva prodotto soltanto miseria, caos, conflitti etnici, corruzione. Al segretario, inoltre, sempre pronto a fare passerella e ricevere onori negli Usa e in Europa, rimproverava di essersi troppo inginocchiato davanti all’occidente, mentre il suo popolo ogni giorno era costretto a stringere cinghia con i negozi desolatamente vuoti. L’agricoltura era sempre stata il punto debole dell’economia dell’impero. Si costringevano i cittadini ai sacrifici per reggere la concorrenza nell’industria militare dell’altra superpotenza. Terrasanta dava il suo contribuito al bilancio familiare della vedova – il marito kazako, soldato dell’Armata Rossa, era morto in Afghanistan combattendo suo malgrado contro i talebani – facendo la spesa nei berioşka dei turisti e nei supermercati della nomenclatura, avamposti dell’economia di mercato ben incastonati tra le frattaglie urbanistiche della città, anche se la donna provava ogni volta un senso di disagio. A lui, tuttavia, bastavano i boršč di Yelena Pakhalina per vedere restituiti i suoi crediti e onorati gli impegni. Glielo ricordava ogni volta scherzando. Aveva un figlio di vent’anni, al quale l’italiano aveva regalato un paio di scarpe Reebock, rendendolo felice. Glep lavorava in una tipografia statale e, sapendo delle sue passioni letterarie, gli aveva fatto omaggio di una rara edizione dell’opera completa di Turgenev.

Leningrado, come la capitale, in quel periodo era ancora la città del mercato nero e del doppio cambio, delle vecchie Zastava, Lada e Zigulì in panne ai margini delle strade larghe e spaziose, delle misure per l’eliminazione dell’ubriachezza e dell’alcolismo rivelatesi tanto inutili da favorire la circolazione di vodka adulterata con lucido da scarpe, prodotti di scarto del petrolio e altri percolati. Ma era anche la città delle imprevedibili ondate di hari krishna con le loro surreali sarabande tra la folla della prospettiva Nevskji, dei primi restauri delle chiese e dei palazzi settecenteschi sui canali con i soldi delle imprese finlandesi, dei cadaveri dei vecchi, che i criminali avevano espropriato delle loro case nel centro storico, restituiti dalla Neva quando le acque si scioglievano agli incipienti tepori primaverili.

Fu proprio Glep a parlargli di Rada, consigliandogli prudenza, la donna era sorvegliata dagli informatori della polizia segreta. Anche Erasmo aveva il sospetto di avere sempre qualcuno alle calcagna. Nel giro della stampa si diceva che la medesima sorte toccasse a tutti i giornalisti stranieri. L’intento era di controllare che non prendessero contatti col gruppo di dissidenti che volevano riforme più radicali. Tutti sapevano che, nonostante la perestrojca e la glasnost, la vecchia nomenclatura aveva ancora il controllo totale degli apparati. Che avesse il suo buon angelo custode, Terrasanta se ne accorse quando, tornando una sera verso casa a tarda ora, sorprese l’ombra di un uomo dietro un cespuglio. Lo chiamò prima con l’appellativo di “gradžanìn”, poi con quello di “tovàriŝ”. Lo sconosciuto uscì allo scoperto, come un ubriaco barcollante. Si vedeva, però, che stava simulando. Si avvicinò allo straniero e gli propose di scambiarsi le scarpe. Lui non si scompose e, sorridendo, gli disse che calzava un numero di misura inferiore e, pertanto, le sue calzature non erano proprio adatte al grosso piede dell’uomo, dato che lo sopravanzava in altezza di un bella spanna. Questi, esagerando la gestualità, provò ad insistere. Poi, piano piano, decise di condurre a buon fine il suo gioco. Terrasanta, un po’ per entrare nelle sue grazie, un po’ per ripagarlo della sua estemporanea interpretazione, gli fece omaggio di un pacchetto di sigarette americane, che portava sempre con sé per procurarsi soprattutto i favori di qualche custode nei palazzi del potere. L’uomo lo ringraziò mille volte e si dileguò nella notte.

Dopo qualche giorno, Erasmo Terrasanta ebbe la sensazione di potersi muovere con maggiore libertà senza avere il fiato sul collo di solerti e misteriosi funzionari dei servizi di sicurezza. Ad ogni modo, quando Glep gli comunicò il giorno e il luogo dell’appuntamento, prese le sue precauzioni. Uscì di casa molto presto, anche se l’appuntamento era fissato per la sera, e scelse di comportarsi come se davvero qualcuno, opportunamente camuffato, lo stesse pedinando. A quell’ora Igor Burulia, l’inquilino del terzo piano, era ancora disteso sulla panchina, dove la moglie l’aveva lasciato a dormire all’addiaccio, finché non avesse riacquistato la necessaria sobrietà, e il sottoufficiale di marina Antòn Stepaniants, vissuto per vent’anni dentro la pancia di un sommergibile nucleare alla fonda nel Mar Baltico, era già seduto sulla sua seggiola, nel giardinetto davanti al palazzo, per non perdere di vista lo spettacolo quotidiano offerto dagli abitanti del quartiere. “Ŝtul” era il suo appellativo, quando il tempo lo consentiva, stava tutto il giorno con il suo culo piatto incollato alla sedia, salvo distaccarsene quando doveva occuparsi delle inevitabili incombenze quotidiane. Ogni tanto leggeva il giornale, o un libro.

Terrasanta la prese con calma, dilatando i tempi, come se dovesse fiaccare la pazienza di eventuali segugi. Entrò nella bulocnaja vicino alla fermata dell’autobus, per acquistare ciornji kleb, del pane nero di segale, e mangiarlo lungo la strada. Con la commessa dai fianchi larghi, che era sempre di buon umore, scambiò una fitta e banale conversazione sulle condizioni del tempo e su un cantante italiano, di cui la donna aveva il manifesto sulla porta del gabinetto di casa. Poi, s’imbarcò sull’autobus affollato di massaie che cominciavano il loro mattiniero percorso obbligato, col sacchetto di plastica al braccio da un mercato colcosiano all’altro, da un magazzino all’altro, alla ricerca di un po’ di patate, cavolo o barbabietola per la zuppa, mentre gli uomini ai tempi della regolazione della vodka si ubriacavano di pivo nella bancarelle improvvisate, finché la milizia la sera non li caricava sulle camionette, accompagnandoli a smaltire la sbronza in guardina.

Discese nelle viscere della metropolitana alla stazione “Ozerki” e, dopo un ozioso giro da treno all’altro, uscì alla stazione Nevskij Prospekt. Mangiò tre blinì caldi e fumanti al chiosco, prima di recarsi in ufficio non lontano dal monastero di Aleksandr Nevskij. Il predecessore aveva allestito un piccolo ufficio funzionale alla bisogna per le corrispondenze, che Terrasanta divideva con un collega, un giornalista freelance che collaborava con un canale televisivo francese. C’era una segretaria poliglotta a gestire l’ufficio per gli appuntamenti e le chiamate. Capace anche di preparare un ottimo tè alle ore opportune, col samovar che c’era in ufficio. Il direttore del suo giornale aveva telefonato per fargli i complimenti sull’ultimo pezzo relativo alla vita notturna nella città baltica. Lo considerava una buona metafora su quello che stava per accadere: l’utopia socialista paragonata a un dongiovanni che oramai metteva in atto tecniche di seduzione fuori moda. I russi, alla formazione dell’uomo nuovo, preferivano le suggestioni delle soap opera sulle grandi dinastie americane. Sognavano la ricchezza, il consumismo e l’economia di mercato e, se parlavano con uno straniero, la prima cosa che pretendevano di sapere era quanto fosse grande e potente la sua automobile. Così capivano quanto denaro aveva. Quando entrò, la segretaria gli consegnò l’ultima agenzia battuta dalle telescriventi: uno scienziato, direttore dell’Istituto dei metalli superelastici a Ufà, era stato condannato a sei anni di reclusione con la condizionale “per avere contrabbandato tecnologia alla Corea del Sud”. Il professore sosteneva di avere ceduto ai coreani solo documenti per la fabbricazione di dischi per le ruote delle auto; i servizi segreti russi sostenevano, invece, che i documenti riguardassero la costruzione di missili. Restò fino a sera a scrivere il pezzo per l’inserto culturale della domenica: la sintesi di una lunga conversazione con il sindaco riformista della città, Anatolij Sobcjak, che sarebbe caduto in disgrazia nel futuro prossimo per un’inchiesta sulla corruzione.

Erasmo arrivò all’appuntamento in anticipo. Il locale esibiva un’aria di ancien régime in salsa soviet kitsch: sulle pareti drappeggiate di rosso scarlatto erano affissi i ritratti sbiaditi dei vecchi segretari di partito, di operai stacanovisti medagliati per la loro produttività. C’erano anche bandiere con la falce e martello, ma anche le fotografie di Visotskij e di Marina Vlady, l’attrice di Godard, dolce compagna del cantautore russo. Ogni tavolo era segnato da un piccolo busto in bronzo, tra cui si riconoscevano quelli di Lenin, Stalin e Dzeržinskij. Non c’era quello di Gorbaçev. Il ristorante era già abbastanza pieno di avventori, di cui molti erano stranieri. Si potevano gustare alcune specialità della cucina ucraina: il pollo alla Kiev in particolare e la vodka aromatizzata al miele e pepe. C’era ancora qualche tavolo libero.

Mi chiamo Rada Andreevna Vyatchanina – così si presentò al giornalista italiano – Rada … ma non sono così contenta come dice il mio nome”.

Era entrata nel locale, accompagnata da quattro giovanotti taciturni che erano andati a prendere posto a tavoli diversi. Un quinto era restato davanti all’ingresso a sorvegliare la strada. Rada l’aveva riconosciuto. Terrasanta, come d’accordo, aveva il giornale aperto sul tavolo.

Sono amici, i migliori che si possano avere. Per fedeltà e generosità. Veniamo tutti dallo stesso quartiere, dove siamo cresciuti insieme. Mi fanno da scorta durante gli spostamenti in città. In caso di pericolo, mi aiutano a scappare, creando una via di fuga. Qui siamo abbastanza tranquilli. Se notano qualche movimento sospetto, abbiamo due alternative: fuggire in direzione del fiume oppure dileguarci sulla prospettiva, tra la folla ancora numerosa che si riversa nelle stazioni della metropolitana”, disse spiegando la scelta strategica del locale.

Era una bella ragazza, come lo erano tante giovani donne di Leningrado prima di cominciare ad ingrassare e sfiorire nel ruolo di mogli sconsolate. Molte delle quali casalinghe depresse con problemi di alcolismo. Si tolse la giacchetta di flanella, sistemandola alla spalliera della sedia. Con una camicetta di raso di un colore giallo sbiadito, un po’ démodé, pantaloni di tela – capi acquistati ai magazzini Gostinyi Dvor – e il belletto approssimativo sulla faccia pallida, sembrava l’interprete canterina di una pellicola sovietica di propaganda, anni Cinquanta, sui piani quinquennali staliniani. Erasmo la immaginò in una scena di vita rurale, con alle spalle un coro di contadine in costume, tra macchine agricole, silos e sterminati campi di grano. I suoi capelli, pettinati con cura, erano acconciati come quelli di una giovane sposa. Con un cercine di finto corallo sulla sommità della testa. Negli occhi oblunghi, venati di melanconia, scintillava il celeste biancheggiante dell’alba. Gli orecchini e una collana d’ambra rendevano ancora più prezioso il volto di Rada. Quando sorrideva, le sue labbra si schiudevano appena e il suo sorriso sembrava restare impigliato nella fessura tra gli incisivi superiori, lievemente scomposti.

Glep mi ha detto che sei un giornalista italiano e che posso fidarmi di te”.

Mi ha accennato a qualcosa, ma mi è difficile capire in che modo posso aiutarti”.

Sono sorvegliata e devo muovermi con molta prudenza. Ho cercato di mettermi in contatto con altri giornalisti occidentali, ma finora non ci sono riuscita. Vorrei far conoscere la mia storia al mondo, ma pare che nessuno voglia ascoltarmi. Fanno di tutto per evitarmi, temendo forse di essere espulsi dal paese o che non venga rinnovato il visto alla prossima occasione. Aiutami, ti prego!”. Cominciò a si singhiozzare, prendendo le mani dell’interlocutore tra le sue. Erasmo si lasciò commuovere dalle lacrime e dal tremore dei suoi palmi freddi. Ordinò da mangiare per sé e gli amici di Rada, la ragazza affermò di non avere appetito.

Comincia il racconto, poi mi farò venire qualche idea”.

Amo mio marito. Pëtr è un maratoneta”.

Da quanto tempo non hai più sue notizie?”.

Da aprile. È partito con la squadra nazionale di atletica per partecipare ad una gara internazionale in Europa. Prima di partire, mi ha salutato con affetto, promettendomi un bel regalo dalla città, dove andava a gareggiare”.

Tuo marito è un dissidente?”.

Con me non ha mai parlato di politica. Ce l’aveva con il nuovo gruppo dirigente. Parlava di corruzione, ma come tutti … La politica è sporca, era il suo solito commento”.

In che senso?”.

Soffriva per le difficili condizioni di vita del nostro popolo”.

Mangia qualcosa!”, fu il suo invito premuroso.

Ti ringrazio, ma davvero non ho fame”.

Aveva dei nemici?”.

Pëtr era buono come il pane. Non poteva avere nemici”.

Rada, non pensi che tuo marito abbia deciso di andarsene di sua volontà?”.

Non ci credo, non ci posso credere. Non l’avrebbe mai fatto senza portarmi con sé”, esclamò alzando il tono della voce e stringendo i pugni.

Dimmi bene tutto quello che sai”. Ogni tanto Terrasanta addentava un raviolo ripieno di verdure.

Stava facendo la sua gara a Monaco, sotto una pioggia a dirotto. Improvvisamente è sparito. Lui, abituato a correre con i primi per la vittoria, era rimasto un po’ indietro. Nessuno se ne è accorto, neanche i giudici di gara. Neanche il suo allenatore che lo seguiva lungo il percorso in bicicletta. Così, almeno, ha detto lui. Pëtr non è mai arrivato al traguardo. Non ci sono immagini televisive, nessun canale ha seguito l’evento”.

Come sei venuta a sapere queste cose?”.

Me le ha raccontate il suo amico allenatore”. Pronunciò la parola amico con un tono sarcastico. Fece cenno di sputare per terra in segno di disprezzo, ma si trattenne dal farlo per buona educazione.

E gli altri?”.

Quando sono rientrati, bocche cucite!”.

Quindi solo uno ha parlato con te?”. Annuì.

Ma non ha voluto aggiungere nient’altro. Ho maledetto lui e tutti gli altri. Brutti bastardi! Mu-dacki! Hanno avuto paura! Qualcuno li ha intimiditi!”.

Faceva parte della procedura, imposta dall’organizzazione del partito, che un burocrate della polizia segreta accompagnasse gli atleti sovietici nelle trasferte all’estero, proprio per evitare che qualcuno di loro facesse il salto della quaglia. La stessa cosa, probabilmente, era capitata alla squadra di atletica. L’uomo dei servizi, nel rispetto del codice sui comportamenti che un cittadino sovietico deve tenere nel mondo occidentale, aveva intimato il silenzio a tutti, atleti e accompagnatori. Sarebbe stato lui a fare rapporto agli uffici preposti. Per questo Rada era controllata e tenuta sotto pressione. C’era il timore che potesse prendere contatti con qualche giornale occidentale e restituisse una brutta immagine del paese. A dispetto della trasparenza e della ricostruzione di un mondo nuovo e riformato.

Calmati adesso!”, disse Erasmo.

Offrimi da bere, per favore!”. Ordinò una bottiglia di Strogoff al cameriere vestito da hippy. Rada ingollò di colpo il primo bicchiere, poi il secondo e il terzo. In quel momento si avvicinò al tavolo il giovanotto che era rimasto fuori a sorvegliare l’ingresso. C’era un’automobile sospetta ferma sul canale. Nello stesso tempo si alzarono gli altri, circondarono la loro protetta e tutti insieme si avviarono verso l’uscita.

Credo che per stasera basti. Siamo costretti a interrompere la nostra conversazione. Adesso devo andare, ma ho bisogno di vederti ancora. Ti farò sapere quando, tramite Glep”, disse voltandosi verso l’uomo. Nel frattempo le lacrime ripresero a rigarle le guance. Trascorsero cinque minuti. Comparve un uomo dall’aspetto insignificante. Andò a parlare con Saŝa, il cameriere hippy. Erasmo aveva ripreso tranquillamente a mangiare. Con gli occhi abbassati sul piatto. Così come faceva a scuola, quando cercava di sottrarsi allo sguardo del professore che, in procinto di interrogare, dito puntato sul registro aperto, scrutava i suoi alunni uno ad uno. L’uomo si guardò intorno, senza soffermarsi su qualcuno in particolare. Gli altri avventori avevano seguito con scarso interesse la scena. L’uomo si imbucò nella notte gelida. Terrasanta pagò il conto e lasciò due banconote da dieci dollari al cameriere, non l’aveva tradito. Saŝa mostrò tutta la sua contentezza: quei dollari corrispondevano più o meno alla metà del suo guadagno mensile.

Il giorno dopo, chiese a Tanja di fare una ricerca sul marito di Rada. Non ci volle molto tempo per avere il dossier del maratoneta sulla sua scrivania. Pëtr Vyatchanin aveva trentacinque anni. Era ancora un atleta competitivo, ma i grandi successi appartenevano ormai al passato. Aveva perso lo smalto di un tempo. In un’intervista rilasciata alla Komsomolskaja Pravda, il quotidiano della gioventù comunista, si percepivano il disincanto dell’uomo e la stanchezza del campione, là dove citava l’ineluttabilità del tempo e l’improvvisa difficoltà a programmare il suo futuro sportivo. Si sarebbe ritirato dalle competizioni dopo le olimpiadi di Barcellona, ma dava la sensazione di parteciparvi senza troppa convinzione di vittoria o almeno di un risultato soddisfacente. Ad un certo punto dell’intervista, c’era una risposta sibillina: “Alla mia età, bisogna guardare avanti, passo dopo passo! Anzi, devo cominciare a guardare altrove!”. Più avanti aggiungeva: “Come gli uccelli in gabbia, i russi hanno voglia di fuggire. Fuggono, ma poi tornano. Se succede, è inutile corrergli dietro, devono essere loro a decidere da soli quando tornare. Basta aspettare. E tornano”.

Si poteva pensare alla ricerca di una sistemazione lontana da un prevedibile ruolo sportivo, una volta che avesse smesso di correre, ma si poteva anche supporre che avesse intenzione di fissare nuovi confini alla sua vita, magari da un’altra parte del mondo. Forse, per realizzare questo sogno, sarebbe stato disposto, almeno in un primo tempo, a sacrificare la moglie Rada. Il giornalista Terrasanta aveva una regola nel suo lavoro: era abituato a tendere sempre il filo del dubbio per fare incespicare ogni possibile verità apparente; non voleva lasciarsi sedurre da ipotesi, di cui soltanto il crollo poi sarebbe stato certo.

Tanja era riuscita a recuperare un trafiletto su un giornale tedesco, dove si raccontava della scomparsa di un atleta russo, durante lo svolgimento della maratona di Monaco. Possibile che un uomo possa svanire nel nulla, senza lasciare tracce? Oltretutto, durante una manifestazione sportiva internazionale? Se così fosse stato, significava che qualcuno l’aveva aiutato con un piano organizzato nei minimi dettagli, mettendo a disposizione risorse e mezzi. Per prima cosa decise di contattare la società sportiva di Pëtr Vyatchanin. La segretaria obbedì alla richiesta, ma non nascose le sue perplessità. Aveva ragione: gli interpellati opposero un netto rifiuto. Nessun colloquio con i giornalisti stranieri, questo era l’ordine tassativo. Provò a parlare con alcuni colleghi della stampa estera, ma nessuno ne sapeva nulla. La storia del maratoneta scomparso, evidentemente, era stata rimossa, o meglio oscurata.

Dopo il tentativo andato a vuoto di mettersi in contatto con lo staff di Pëtr, qualcuno aveva pensato bene di informare l’Ufficio risorse umane. Così il solito personaggio era di nuovo sulle sue tracce. Bastarono pochi giorni per abituarsi alla compagnia. Per un po’ di tempo Rada non si fece vedere. Terrasanta chiese sue notizie a Glep, ma neanche lui ne sapeva nulla. Il giornalista italiano tralasciò la sua indagine e riprese il normale lavoro quotidiano. In caccia di notizie, per raccontare il lento declino dell’impero. Per una settimana si recò a Mosca, per seguire alla Duma due importanti dibattiti: il primo sulle rivolte indipendentiste delle repubbliche sovietiche, il secondo sui rischi di depravazione della gioventù sovietica, a seguito della contaminazione dei modelli occidentali. Bisognava educarli a trovare un ruolo nella società, piuttosto che incitarli a seguire le proprie passioni.

Al suo rientro, Glep gli disse che Rada si era fatta viva e voleva avere un nuovo incontro con lui. Si sarebbero visti a casa della giovane donna, vicino al monumento agli eroici difensori di Leningrado. Glep gli consigliò di lasciare a casa i suoi abiti di taglio italiano e di vestire secondo la foggia degli anonimi cittadini russi. Questa volta era necessario ricorrere ad uno stratagemma, se voleva seminare lo scagnozzo, il quale puntuale era già al suo posto dall’altra parte della strada. Lo salutò con cordialità. L’uomo, che assomigliava al marinaio Vakulinchuk della corazzata Potëmkin, a sua volta ricambiò il cenno di saluto. Tra segugio e preda era sorta una specie di complicità, pur nella logica dei rispettivi ruoli. Erasmo s’incamminò verso la stazione del metrò e si lasciò inghiottire dall’interminabile scala mobile, che scendeva sotto il livello dei canali. Vakulinchuk era alla sue spalle a rispettosa distanza. Cominciò a scendere i gradini di corsa. Alla fine della discesa, approfittò della ressa che si stava formando tra i passeggeri che salivano e scendevano, e con un balzo s’inerpicò su per le rampe della scala mobile che lo riportava in superficie. L’uomo che lo pedinava fu attardato da una vecchia signora ben in arnese che stava spingendo un passeggino, capiente come una cornucopia di roba da mangiare acquistata al mercato alimentare Kuznečnji. Dopo qualche minuto Terrasanta era di nuovo fuori dalla stazione, dove ad attenderlo c’era un’automobile col motore acceso. Alla guida uno dei giovanotti, amici di Rada. Dopo un po’ anche il segugio emerse sulla strada, ma la macchina aveva già svoltato l’angolo. Il piano aveva funzionato. Dove abitava Rada c’era un secondo scagnozzo a sorvegliare il palazzo. L’amico di Rada infilò un berretto sulla testa di Terrasanta, calcandoglielo ben bene. Poi, dirigendosi verso il palazzo, mise un braccio attorno alle sue spalle e gli suggerì di farfugliare parole incomprensibili, in qualunque lingua gli venisse in mente. Avvicinandosi all’uomo, con l’indice premuto sulla gola, gli fece capire che il suo compare aveva bevuto un po’ troppo.

Salirono in ascensore e il giovanotto gli indicò la porta dell’appartamento di Rada, prima di accomiatarsi. Venne ad aprire Rada con a fianco un terranova che, appena varcò la soglia, gli mise le zampe anteriori sulle spalle, col rischio di farlo cadere a terra. Rada indossava una vestaglia da camera.

Vestito così sembri proprio uno di noi! Forse un azero dalla carnagione bruna e dai capelli neri!”. Terrasanta aveva gli occhi mori e i tratti saraceni, scolpiti su un ceppo di antiche barbe elleniche e fenicie.

L’appartamento era ben arredato: nel piccolo soggiorno c’erano un divano e due poltrone rivestiti di tessuto con convenzionali motivi a fiore. Diversi tappeti, provenienti da qualche repubblica caucasica, coprivano il pavimento e le pareti. Qua e là c’era qualche slabbratura nella tappezzeria. Una pendola, disposta nell’angolo destro della camera, tagliava il tempo a fette di quarti d’ora. Non si contavano le coppe e i trofei disseminati a riempire ogni angolo e spazio. Il cane si adagiò ai suoi piedi.

Ti ho fatto venire qui, non potevo lasciare sola mia madre. Vive con noi. Due anni fa è stata colpita da un ictus. Non può più parlare e camminare. Adesso sta dormendo. Ad ogni modo qui siamo abbastanza tranquilli. Nessuno ha mai osato fare irruzione a casa mia. Si limitano a controllare le mie mosse a distanza!”.

Ha vinto tanto tuo marito!”, esclamò Terrasanta.

È un grande atleta e un grande uomo!”.

Rada prese una bottiglia di vino che veniva dal Mar Nero.

Sei riuscito a fare qualcosa?”.

Non ho ottenuto nessun risultato. Solo omertà”.

Un’ombra di tristezza calò sullo sguardo della ragazza.

Non ti preoccupare! Ho sangue mediterraneo. Quando inizio qualcosa, ho l’abitudine di arrivare fino in fondo”. In quel pronunciamento, ostentò la solita sicumera professionale, ma ad un tempo mostrò anche tutta la sua inettitudine nel fare buon uso di affetto, protezione e buone parole nei confronti di una persona angosciata, qual era in quel momento Rada.

Non pretendo da te lunghi discorsi o promesse. Penso di cominciare a conoscerti abbastanza bene. Glep e sua madre mi hanno dato ottime credenziali su di te. Mi fido di te come di un fratello o di un amico”.

Mentre parlava, si alzò improvvisamente dal divano. Il terranova dal folto pelo nero si sollevò insieme a lei, la seguì per qualche passo, poi andò a sdraiarsi su un altro metro quadro del grande tappeto. Cominciò a camminare su e giù per la stanza, bevendo di quando in quando sorsi di vino e tirando brevi boccate dalla sigaretta.

Vieni nell’altra stanza!”. Appena varcarono la soglia della camera da letto, dai muri esplose d’improvviso la meraviglia di innumerevoli quadri di ogni dimensione. Vicino alla finestra c’era un cavalletto avvolto da uno scialle di seta. Rada sollevò il velo. Sulla tela era dipinta una donna nuda in piedi che guardava fuori dalla finestra aperta sul golfo di Finlandia. Sullo sfondo un uccello grifagno nero, teso in volo come un fallo. Come se dovesse squarciare la prospettiva del quadro e andare a conficcarsi lontano, oltremare, in una trama labile e iridata di riflessi. Il quadro sembrava incompiuto. La finestra era sospesa nel vuoto e la figura femminile sollevata da terra. Non c’erano né tetto né pavimento a marcare la differenza tra cielo e terra. C’era armonia tra gli elementi che componevano il quadro: cielo, terra e mare erano in comunicazione. Ma Terrasanta fu turbato soprattutto dalla bellezza del nudo femminile. Sensuale e ascetico nello stesso tempo.

Pëtr ha voluto che il cielo invadesse la stanza”.

Mio marito non è solo un grande campione della corsa, ma è un pittore conosciuto nella nostra città! Fa parte del gruppo “Majakovskaja 1703”, un centro di cultura libera, non proprio ben visto dalle autorità. Majakovskji come simbolo della rivolta anticonformista. Il 1703, come sai, è l’anno di fondazione della città. Questa è l’ultima opera a cui stava lavorando: sono io quella donna! Mi ha sempre considerato la sua musa ispiratrice e la sua modella preferita. Finirà il quadro al suo ritorno”.

Sopra il letto c’era un’icona con un Cristo trionfante: tutt’intorno erano appesi i suoi ultimi lavori, nei quali c’era un tema ricorrente: la ricerca di un mondo diverso, che si intravedeva dietro un muro, oltre una linea di orizzonte. Al di là di un ponte.

Ci siamo conosciuti all’Accademia di Belle Arti, dove eravamo entrambi studenti. Mi sono diplomata anch’io, ma non sono mai stata brava come Pëtr. Così ho messo da parte ogni ambizione artistica per dedicarmi completamente a lui”. Ritornarono nel piccolo soggiorno.

C’è una cosa che mio marito non sa ancora. Non sono riuscita a dirglielo … l’ho scoperto qualche tempo dopo la sua partenza”. Fece una pausa. Le si illuminarono gli occhi in quel momento.

Aspetto un bambino!”. Aveva provato a dirlo con tono noncurante, ma subito dopo fu presa di nuovo dallo sconforto e cominciò a piangere. I tratti regolari del suo volto furono stravolti. Terrasanta notò che dall’inquietudine delle pupille trapelava tutto il suo sgomento; nei suoi occhi si rifletteva un cielo di temporale, quel grumo di dolore che aveva nell’anima. Il cane tornò ad accucciarsi ai suoi piedi, scodinzolando per esprimere la sua fraterna vicinanza.

Stai tranquilla! Le cose si aggiusteranno”. Queste furono le uniche parole che riuscì a pronunciare. Poi, silenzio. Lei lo fissò e lui si sentì terribilmente poco sicuro di sé.

Bisogna dirglielo! Quanto abbiamo desiderato di avere il nostro primo figlio! E adesso lui non c’è per dividere con me questa gioia. Qualcuno dovrà pure farglielo sapere!”.

Erasmo guardava l’imbrunire incollarsi ai vetri della finestra. Quando uscì in strada, notò con un certo stupore che l’uomo dei servizi se n’era già andato via. Mentre si recava verso la stazione della metropolitana, Erasmo continuava a ripetere a se stesso che si sarebbe impegnato e avrebbe fatto tutto quello che era giusto per aiutare Rada. Tanto per cominciare avrebbe reso pubblica la storia della moglie del maratoneta attraverso il suo giornale. Prima di tornare in ufficio, decise di fermarsi alla “Dom knighi”: cercava una copia de “La natura non indifferente” di Ejsenstein.

Quella fu l’ultima volta in cui vide Rada. Un giorno, Tanja gli consegnò un’agenzia: il campione sovietico di maratona, Pëtr Vyatchanin, fuggito in occidente alcuni mesi prima, aveva chiesto asilo politico negli Stati Uniti ed entro qualche tempo sarebbe stato naturalizzato cittadino americano.

Poi, la Storia intinse la penna nello spirito cartesiano e cominciò a scrivere le sue pagine più importanti. Nell’estate del 1991, il presidente dell’Unione Sovietica, Michail Gorbacëv partì con la moglie Raissa per un breve periodo di vacanza a Foros sul Mar Nero. All’alba del 19 agosto i carri armati fecero irruzione a Mosca. Gorbacëv fu fatto prigioniero con la sua famiglia nella dacia di Foros in Crimea. Il golpe durò appena tre giorni e si concluse con la disfatta del regime comunista. Era il prologo della dissoluzione dell’Unione Sovietica e dei nuovi assetti geopolitici dell’Europa.

Pagò duramente il paese, smembrato e in preda al caos. E pagammo noi, la mia famiglia, La salute di mia moglie avrebbe subito un colpo mortale. In un certo senso la vita ha cominciato a lasciarla lì, in quei giorni di agosto”, racconterà Gorbacëv.

Boris Eltsin fece finta di difendere la Casa Bianca dagli stalinisti”, commenterà Valentin Varrenikov, comandante in capo delle forze terrestri dell’Armata Rossa, tra gli ideologi del colpo di Stato contro Gorbacëv. A quasi ottant’anni sarebbe diventato deputato della Duma, avendo a disposizione un elegante ufficio affacciato sul Cremlino. Il 21 agosto nelle strade di Mosca e Leningrado ci furono scontri tra dimostranti e militari favorevoli al golpe. Una manciata di morti. Per lo più l’esercito si schierò contro il putsch. Al quarto giorno i golpisti si arresero e furono arrestati. Il ministro Pavlov non aveva retto alla tensione ed era completamente ubriaco quando si consegnò nelle mani dei rivoltosi. Eltsin divenne l’orso bianco della nuova Russia, finché riuscì a reggere il bicchiere in mano, restaurando un potere che non doveva essere discusso e che avrebbe messo in campo ogni mezzo per impedirlo. Il paese aveva preso atto di una situazione che non si poteva più cambiare e non aveva voglia di indugiare in troppe analisi.

Rada, al quinto mese di gravidanza, un giorno d’inveno – il termometro segnava meno trenta gradi – prima ingollò d’un fiato un’intera bottiglia di vodka, poi si lasciò precipitare nel vuoto dalla finestra del suo appartamento, scartavetrando tredici piani di architettura socialista. Il suo fu come il volo del piccione viaggiatore, a cui viene reciso il ramo dell’oftalmico del nervo trigemino. Non più in grado di percepire le forze del campo magnetico terrestre, perde la strada del ritorno. La madre, vedendo la figlia salire sul davanzale della finestra, cercò di disincagliarsi dalla sua immobilità e bloccarla, ma schiantò nel suo tentativo estremo. Terrasanta rimpatriò dopo sei mesi. Aveva abbastanza materiale per pubblicare un libro reportage sull’agonia e morte dell’Unione Sovietica, ma rinunciò. Era partito come un esploratore curioso di scoprire una nuova terra, alla fine del viaggio si era accorto che si era limitato a girare intorno ad essa.

Vedi, mio piccolo Erasmo! Non è più il paese che hai conosciuto e amato dieci anni fa. Purtroppo, sfortunatamente è accaduto qualcosa che non è stato possibile eludere”, gli disse una volta Yelena Pakhalina.

Dal Romanzo “La ballata delle gatte madri” di Gregorio Codispoti

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