Loading...
You are here:  Home  >  Politica  >  Current Article

“Non mettere le mani nelle tasche degli italiani”

By   /  21 ottobre 2015  /  No Comments

    Print       Email

Per recuperare consensi, il governo annuncia un imminente programma di tagli delle tasse che però finanzia come faceva Tremonti: riduce i trasferimenti ai Comuni e svuota le prestazioni del servizio sanitario nazionale, abbandonandolo così progressivamente al suo destino di privatizzazioni affaristiche. La bella figura del governo che, come diceva Berlusconi, “non mette le mani nelle tasche degli italiani”, obbliga i Comuni a scegliere tra aumento delle imposte locali (più 22 % in media) o indebolimento dei servizi.

Qui avviene un paradosso: il partito che con le restrizioni del suo governo soffoca i Comuni, si candida in contemporanea ad amministrarli. Una volta eletti, i suoi uomini e le sue donne governano con simpatia meglio di altri passando gran parte del loro tempo a spiegare che non possono. Figurati se non vorrebbero, ma non ci sono soldi e purtroppo non dipende da loro. Devono eseguire ordini venuti dall’alto. Non credo che sia una virtù l’obbedienza ad una politica in gran parte ridotta ad arte dell’intrattenimento edificante.

Può capitare di trovarsi rinchiusi in una gabbia di acciaio. Bisogna però decidere: vivere prigionieri con la supina serenità di Tina (There is no alternative – Non c’è alternativa) o lottare per conquistare spazi di autonomia e di emancipazione, con tutti i compromessi, le alleanze, i rospi ingoiati e le rotture che comporta ogni lunga lotta. Certo che a volte bisogna scegliere il meno peggio, ma al meno peggio non c’è mai fine. Una volta arrivato al fondo, puoi sempre trovare qualcuno che ti intima di scavare ancora, magari agitando lo spauracchio di Salvini e di Grillo in nome di una nuova emergenza.

Sono molto sensibile ai richiami al bene comune. Perciò tralascio la polemica con chi evoca l’immagine di Tafazzi e dimentica di essersi candidato solo nel 2004 in una lista che per una quarantina di voti rischiò a None di far perdere il centrosinistra. Acqua passata. Piuttosto, oggi, chi ripete con santa pazienza che la sinistra divisa perde, dovrebbe preliminarmente affrontare la fatica di spiegare perchè milioni di elettori sono fuggiti nell’astensione.

Sarebbe saggio combattere questa scissione che uccide la sinistra.

Dal canto loro, i protagonisti della sfibrante stagione di scissioni che hanno contribuito ad allontanare dal Parlamento italiano ogni rappresentanza della sinistra (esclusa SEL) invitano da mesi a “partire subito”. Non si capisce a chi sia rivolto l’invito: essi stessi ammoniscono solennemente (non si sa bene chi) che il nuovo soggetto non dovrà (ri)fondarsi su un regime di patti fra i vecchi gruppi dirigenti.

Per evitare che questo regime ricompaia sotto mentite spoglie, c’è una sola condizione da rispettare: il nuovo soggetto dovrebbe rinunciare ad ogni competizione elettorale.

Sarebbe meglio se cercasse la sua credibilità allenandosi in conflitti, accordi e vertenze con le istituzioni e con le imprese. Sarebbe meglio se si lanciasse nella sperimentazione sociale di forme di mutualismo: quante mense popolari? Quanti corsi di italiano per stranieri? Quanti progetti in collaborazione con le Caritas per legare l’assistenza all’inserimento produttivo dei disoccupati e a lavori socialmente utili di protesta e di proposta? Quanti pozzi in Kenya o in Eritrea per la cooperazione con i popoli oppressi dalla fame e dalla guerra? Quante leghe sindacali dei raccoglitori di uva, pomodori e arance?

Se proprio non si resiste alla tentazione di una prova elettorale, sarebbe meglio impegnarsi a destinare ogni risorsa pubblica ad opere di solidarietà, non all’alimentazione di apparati che finiscono (o cominciano) con il lottare per la propria sopravvivenza. E poi che si fa di fronte al probabile riproporsi del dilemma del 1998? Appoggiare il centrosinistra contando sui tempi lunghi di una lunga marcia o dare prova di intransigenza a costo di favorire il ritorno della destra? Il dilemma si ripropone oggi di fronte al governo Tsipras.

Se prima di ricomporre non ci si interroga sui motivi delle vissute divisioni, basterà dire ‘una testa un voto’ per prevenire nuove lacerazioni? Sarebbe meglio portarsi avanti con il lavoro, sempre che si faccia sul serio quando si dice che il nuovo soggetto dovrà essere inclusivo e che l’ultimo arrivato sarà il meglio accolto, come insegna la parabola evangelica.

Non so, ho paura, ma non è questo che mi farà rinunciare a dare il mio contributo.

Mario Dellacqua

    Print       Email
  • Published: 2 anni ago on 21 ottobre 2015
  • By:
  • Last Modified: ottobre 21, 2015 @ 10:31 pm
  • Filed Under: Politica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You might also like...

Intervista al nuovo Segretario del circolo PD di None – Alessandro Cattelan

Read More →