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Magnifiche certe spiagge calabresi

By   /  21 ottobre 2015  /  No Comments

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Da qualche anno, con pervicace puntualità, non so quale istituzione o comitato spontaneo della società civile si ostina a fare in modo che tra le cicche, la plastica e la carta, compaiano in certe spiagge calabresi quantitativi ragguardevoli di sabbia ovunque cosparsa: dolci i piedi del bagnante a immergervisi, rinfrancante la morbida sensazione che nel meriggiare pallido e assorto resista la vecchia distinzione fra tamerici e cotton fiock, tra fette sbocconcellate di anguria e cocci aguzzi di bottiglia.

Se ti capita tra le mani “La Città del Sole” di Tommaso Campanella, un frate ribelle di Stilo ma poco stiloso, ti soccorrono e rinfrancano altre distinzioni da proteggere e custodire contro perigliosi equivoci: il rudimentale non è sempre genuino, il ribelle non sempre ti assicura la libertà e il povero non sempre è il più onesto.

Nella città del Sole gli uomini si rifugiano per sottrarsi a predoni e tiranni risolvendosi di “vivere alla filosofica in comunione”. La proprietà privata è un’istituzione sconosciuta perchè il Principe, “capo di tutti in spirituale e temporale”, dispone la distribuzione equa della fatica, della ricchezza e delle donne. Il coito, il cui fine è la generazione di un’umanità sana e robusta, è ammesso dopo i ventuno anni. L’omosessualità è bandita infliggendo ai mal nati l’obbligo di circolare con le scarpe al collo, come a dire che “pervertiro l’ordine e posero li piedi in testa”. Una volta passi, ma ai recidivi “crescen la pena finchè diventa capitale”. L’omicidio si punisce con la morte, ma mediante procedura democratica:“nessuno può morire se tutto il popolo a man commune non l’uccide” sul rogo o con collettiva lapidazione.

In regime di povertà evangelica e di uguaglianza sociale amministrata da preti che “con donne non si impacciano se non qualche volta per medicina del corpo”, non si sa bene da dove possa provenire la spinta alla guerra. Gli abitanti della città del Sole la fanno “per non impoltronire” e “per far gli uomini buoni, non per estinguerli”. Strano perchè lavano i piedi agli stranieri e li accolgono con carezze nelle loro mense. Strano perchè, orgogliosi della loro civiltà, “dicono che il mondo avrà da riducersi a vivere come essi fanno, però cercano sempre sapere se altri vivono meglio di loro”. Danno importanza fondamentale all’istruzione dei giovani, ma cercano l’armonia fra lavoro manuale ed intellettuale e incoraggiano quella che noi oggi chiameremmo formazione permanente: “nullo reputa viltà lo servire in mensa, in cucina o altrove, ma lo chiamano imparare”.

Insomma un compendio affascinante di suggestioni ugualitarie, che si trovano mescolate – come la sabbia e la plastica ai lidi di Corigliano – con le tentazioni totalitarie tipiche di uno Stato etico che vuole controllare non solo i tuoi redditi e i tuoi giorni, ma anche i tuoi amori e le tue notti. Come se l’uguaglianza imponesse di soverchiare e schiacciare la libertà. Come se, per difendersi e per svilupparsi, l’uguaglianza pretendesse di stabilire non solo ciò che devi fare, ma anche ciò che devi pensare e desiderare. Dico un’ovvietà: simul stabunt vel simul cadent. L’una non sta in piedi ed è destinata a cadere se non c’è anche l’altra a sorreggerla.

Mario Dellacqua

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  • Published: 2 anni ago on 21 ottobre 2015
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  • Last Modified: ottobre 21, 2015 @ 10:16 pm
  • Filed Under: Opinioni

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