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L’Impronta

By   /  20 ottobre 2015  /  No Comments

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Aveva smesso di lavorare il 20 settembre del 1958, quando ormai il colpo della sua vita l’aveva fatto. Se non avessero chiuso “le case” se ne sarebbe andata lei, al seguito e al fianco del giovane che, un incontro dopo l’altro, era tornato a cercarla, a volerla, a prenderla, a riconoscerla come l’unica possibile sua sposa. Lei alta, incoronata di una criniera crespa e bruna accesa di riflessi blu, maestosa, composta: una donna dal passo di pantera, lento e sicuro, il mento in alto, naso e labbra sottili, un profilo che sapeva d’Africa orientale e residui coloniali dietro l’angolo, il rossetto scarlatto e i vestiti preferibilmente rossi come le scarpe basse. Non portava i tacchi per non accentuare la differenza di statura col marito: un uomo piccolo, magro, silenzioso e sensuale, dai grandi occhi voraci e le labbra gommose. Titolare di una piccola ditta. Avevano avuto una coppia di gemelli, due maschi bruni e vivacissimi che lei chiamava a voce spiegata dal balcone con i nomi moderni che usavano in quegli anni: Christian e Gianluca. Terminati gli studi, sparirono presto, i gemelli, con le loro professioni e le loro vite sganciate dai genitori. Che la domenica uscivano insieme, con l’aria di essere legati in una stretta complicità anche stando in silenzio, e pur mantenendo sempre una loro autonomia. A volte, il pomeriggio, la signora usciva sola, truccata, la chioma lucente, abiti neri, accessori e sciarpina rossi, si accendeva una sigaretta in strada e saliva sulla sua utilitaria. Era padrona di se stessa e delle sue azioni, libera da gioghi e da ansie di manovre clandestine. Con un sorriso abbozzato sulla bocca rossa, serena e determinata, andava. Restare a interrogarsi sulla sua meta era già ammettere il suo fascino. Poi il marito morì e lei pianse il giusto. La si vedeva spesso scendere in strada con il barboncino, in abiti da casa e ciabatte come chi avesse bisogno d’aria e di un marciapiede per fumare in pace. Non aveva fretta di rientrare con il cane che, soddisfatte le sue necessità, la seguiva pigro e paziente annusando cespugli e cantoni. Dei figli diceva che ormai erano succeduti al padre nell’azienda di famiglia, ma nessuno sapeva che faccia avessero da quando giocavano in cortile. La casa le stava intorno come una prigione. Dopo un incidente, si sentì insicura e smise di guidare. Il tempo le lasciava i segni, senza intaccarle il piacere del flusso della vita. Quando non aveva voglia di camminare fino al de hors del bar, si sedeva sullo scalino fuori del portone, le sue ciabatte dorate, un vestito non abbastanza lungo per coprirle le ginocchia aguzze, un’aria vaga, innamorata e in perenne ricerca del mondo, della strada, le sue figure e le sue voci. Godeva la sigaretta, mentre la vita le scorreva davanti e dentro gli occhi, incassati fra le rughe eppure vivi, pronti ad accendersi di un aculeo di luce al passaggio di un uomo giovane e capace di suscitarle un sorriso di compiaciuta approvazione. Non era in attesa, era un’interprete distante e inosservata ormai, l’intenditrice che riconosce il carattere di un’andatura, uno sguardo, un impulso. Ogni mestiere lascia la sua impronta. Un insegnante indovina ad un’occhiata l’età di un bambino, un buon medico legge nel pallore del paziente, il contadino valuta da una zolla la sete di una terra. Lei decifrava il mistero sotto la cravatta, la cintura e i tatuaggi degli uomini.

Valeria Amerano

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