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Il caffè

By   /  3 agosto 2015  /  No Comments

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Entrando ti attanaglia un odore ripugnante e dolciastro di merda malata, minestra di verdura, carni in disfacimento, lisoformio e frutta. E’ l’odore della casa di riposo. Il mondo resta fuori con la vita pulsante, frettolosa e distratta della buona salute. Dentro abitano gli ingloriosi traguardi, gli inganni del corpo, gli abbandoni della memoria, gli ammutinamenti dei nervi, i progressi della medicina che ha imparato a differire indefinitamente le dimissioni dalla vita di un moribondo fradicio e demente, senza guarirlo né curarlo. Per chi ancora si riconosca in uno specchio o in un paio di gambe sorde o piagate, è il porto della consapevolezza penosa e impotente dei progetti mancati o interrotti, le promesse deluse e i pentimenti tardivi. Nel giardino esplode il verde di un maggio piovoso; il lillà e il tiglio impregnano di dolcezza l’aria umida, gli scoiattoli si rincorrono intorno ai fusti degli olmi, saltano nell’erba, rosicchiano in piedi le noccioline sparse dai visitatori. Sono amati e nutriti da tutti, rappresentano l’ultimo segno di vitalità prima di accedere ai reparti del trionfo della degenerazione e del dolore.

Il ricovero, quella fucina di odori e lamenti, è il banco di prova del senso del dovere e della resistenza dei parenti sani. Molti vecchi giacciono dimenticati in letti solitari come tombe. Avanzi consolata dalla tua tenacia, spinta dalla tenerezza verso i tuoi cari, la coscienza assicurata contro gli assalti futuri della colpa, mentre dentro un sussulto della carne ti si ribella, rivendica il suo tempo, un angolo dove ruzzare in pace e sfogare quel rimasuglio di vita non ancora stremata, che rigetta con nausea l’inferno del reparto e si commuove alla corsa degli scoiattoli. Sotto un mantello di malinconia friggi di desiderio, di appetito di sesso gioioso, incauto e liberatorio. Hai negli occhi una supplica di aiuto: il gemito del sepolto vivo sotto le macerie del crollo. Incroci sguardi di persone in salute, fuori posto come te, lì per dovere, affetto o lavoro. Intorno ai morti viventi i vivi soffrono: per se stessi, s’intende, anche se non lo ammetteranno mai e si vergogneranno di confessarlo allo specchio dell’ascensore che li trasporta ai piani. Percorri il corpo vigoroso di un assistente dietro una carrozzina, inneschi pensieri a catena che ti ristorano come un bicchiere d’acqua o un ventaglio in un giorno di afa. Ricevi un sorriso, lo rimandi. A parte il tempo atmosferico, i dettagli sui minimi progressi del degente in ascolto, tuffi lo sguardo nella comprensione muta dell’altro, il fratello di pena: moldavo, rumeno, peruviano o italiano che sia. Le giornate scorrono dense di vuoto, in attesa dell’ora: della colazione, della terapia, dell’uscita sulla terrazza, i lavacri, la cena, il riposo. La discesa nel pozzo è lenta, e tu rivedi la luce a poco a poco che il tuo vecchio s’immerge nel buio.

Esci che la giornata è spenta, finita, l’aria già oscura. Al mare sarebbe il crepuscolo che assorbe nell’indaco la cipria lattiginosa del tramonto.

Ma non t’importa del mare amato, non sai neppure quando lo rivedrai; è l’aria buona e fresca che conta, sia pure soltanto della tua città inquinata, il profilo bruno delle colline, l’umidità profumata di erba rugiadosa e di tiglio che ti aspettano e ti accolgono sulla sponda dei vivi. Non hai voglia né pazienza di aspettare il tram, vuoi divorare sotto le suole la strada, essere certo dei passi che proseguono più numerosi di quelli che conti per arrivare in fondo al corridoio dove ogni pomeriggio giri la carrozzina e torni indietro. Non hai amori, da tanto tempo: sei un’ombra che rasenta i muri, confusa del proprio aspetto trascurato, decadente e marginale. Vorresti passare inosservata per il disagio della tua figura modesta e avvilita. Eppure sapresti, mentre cammini con gli occhi a terra, cosa dire a un uomo e cosa fargli. Il tempo perso ad accudire la morte ti ha scoperto le perle della vita, l’amore, il valore dell’istante da non perdere: non il progetto ambizioso, elucubrato che cresce a poco e poco e conduce forse lontano, no: la gioia dell’attimo in cui tuffare le mani e affondare i denti come nella polpa succulenta del fico che, maturo adesso, domani sarà buono soltanto per le vespe. Vai, e mentre il tram che non hai aspettato passa e ti lascia indietro, ti riscuote una voce: “Ehi, ciao! Mi aspetti?…”

Ti volti e, sorridendo al figlio di un altro poveretto che penzola dal ramo insieme a tua madre, ti stupisci: che ti abbia vista, non evitata, e che voglia anzi fare un pezzo di strada con te. Venite dallo stesso posto, vi vedete ogni giorno imboccare dello stesso cibo i vostri genitori, avete l’esperienza comune di un viaggio lontano dalle sabbie bianche degli oceani quanto una stella dello zodiaco, un mondo dove il tempo ha il passo e il respiro di una bestia sfinita.

Sai le molte ore che anche lui ha passato là dentro e proprio per questo non c’è bisogno di prologhi: “Sembra di rivivere, quando si esce”.

Davvero, non puoi farti un’idea finché non ci sei stato”.

E’una conoscenza che può sconvolgere, cambiare radicalmente il modo di vivere di una persona…”

Sono d’accordo…Ma credo che serva…”

Vi guardate con intenzione: sì, volete dire la stessa cosa. State camminando su una pista ciclabile. Lui si accorge dell’arrivo di una bicicletta e, con una leggera pressione al braccio ti spinge al sicuro. “Grazie, non me n’ero accorta”. Il contatto ti ha dato un piccolo brivido di piacere e vorresti passassero altre biciclette per essere toccata e salvata ancora dal pericolo. Per cacciarti in nuovi pericoli che adesso ti sembrano inevitabili e, anzi, augurabili per sentire la differenza tra te e i morti. Sorridi di te fra te; sorridi della primavera, della ciclicità delle illusioni, delle stagioni che non si stancano di ritornare e sorprendere, di un’occasione d’amore appena immaginata. L’amore. Ma non è ridicolo anche soltanto nominarlo, alla tua età? Quanti anni hai, se non l’età che separa il battito d’ala del cuore stremato dal rozzo precipitare di una pietra? Hai ancora qualcosa da dare, una specie di miele lentissimo a prodursi, l’essenza distillata di un’esistenza, una linfa che molto ha a che fare coi rimedi e il veleno. Sei la distanza fra l’ultimo ricordo bello e un soffio di vita inatteso che ti sfiora la nuca. Nascondi in tasca le mani già deformate dall’artrite, vorresti essere giovane com’eri quando indossavi il primo straccio e t’infischiavi del mondo, degli anni buoni e fecondi, quasi fossero inesauribili, tesa al tuo unico obiettivo di studio, di lavoro e risarcimento di una perdita affettiva. Ti butti l’orgoglio dietro le spalle come una sacca pesante e conti, nella mano nascosta in tasca, i pochi presunti spiccioli di fascino che ti restano- dopo le varie svalutazioni- agli occhi di un uomo disinvolto e vitale.

Che cosa dici: ce lo meritiamo quel famoso caffè?…” Ve lo eravate promesso un giorno che avevate riso insieme.

Penso di sì” sorridi.

Vi guardate intorno: la via non offre molto: un Kebab, un paio di locali in penombra e semivuoti. Scegliete il più luminoso e vi accomodate. La serenità del tuo sguardo è attraversata da un’impercettibile ombra: quanto sarà precipitoso questo “caffè”?Ti darà il tempo di rimandare a un’altra sera? Perché, anche se non hai più l’età degli indugi, vorresti poter immaginare un altro uomo che entra dalla tua porta nella tua vita. Nelle ore passate nei corridoi e nel parco intorno ai vostri vecchi, vi siete detti e osservati abbastanza per essere ora curiosi l’uno dell’altra. O forse siete soltanto il biglietto d’imbarco per garantirvi l’evasione. Parlate facilmente e con ironia di voi: di ciò che siete, di ciò che siete stati, delle illusioni cadute come birilli sotto la sfera del bowling. Forse è questo il premio dell’età matura: riuscire a stringere in una sintesi ridicola i disastri di una vita. Il fiato della morte che respirate ogni giorno vi ha sciolto la lingua, vi ha tolto la pazienza del ricamo, il pudore delle sconfitte e ha restituito i cinque sensi alle parole che buttate sul tavolo, come carte di un vecchio mazzo in una partita nuova. Com’è diverso da te quest’uomo figlio delle migrazioni, stanziato nelle periferie raccogliticce che tatuano sulla pelle dei bambini l’abilità a cavarsela, a fuggire, a interpretare e tradurre uno sguardo prima di imparare a leggere; eppure come ti somiglia l’uomo che adesso ti affascina e, con il suo sorriso irresistibile, malizioso, insolente, sensualissimo – a proprio agio nel suo corpo come lo sarebbe nel tuo- ti trascina fuori, lontano da ogni finzione, giù in fondo a te stessa, ad essere quello che sei e, prima o poi, se non vorrai morire cieca, dovrai soggiacere a riconoscere. Ti sono sempre piaciuti i maschi sfrontati, capaci di guardarti, farti ridere e arrossire stando in silenzio o con un minimo dispendio di parole: dirette e precise come le palline di carta masticata di una cerbottana.

Però, se devo dirti la verità, un po’ mi hai deluso… Non mi hai telefonato. Io, da quando t’ho dato il numero, una telefonata me l’aspettavo…”. Ti sta provocando, ma in fondo è convinto di avere ragione.

Per dirti cosa?! Ci vediamo tutti i giorni”.

Per parlare di qualcosa che non siano le purghe o le flebo. Come stiamo facendo adesso, per esempio”

Preferisco che siano gli uomini a cercare me. Anche se vedo che la tendenza è cambiata: gli uomini ti lasciano il numero e la responsabilità di muovere per prima”.

A forza di denunciarci, lasciamo fare a voi… Ma se mi avessi lasciato il tuo, io ti avrei chiamata”.

Ti viene in mente un dettaglio: “Ma se sei sposato…”

E allora?Tutti quelli che sentiamo gemere là dentro sono stati o sono ancora sposati. Ti sembra che valga la pena rinunciare a un caffè o a una telefonata per arrivare puri e trombati al capolinea?O credi che quando toccherà a noi qualche moglie o compagno amorevole si metterà al nostro posto?”.

Storni lo sguardo perché non si accorga di due cose: che ha detto a voce alta quello che tu ti concedi solo di pensare; e che lo ritieni abbastanza accorto per procurarsi e procurarti un piacere senza conseguenze.

Dove vorresti essere?” ti butta lì come i bambini quando hanno voglia di cominciare un gioco.

Qui dove sono” ti sorprendi a rispondere. “Ma adesso vado a casa, sai”.

Non mi hai chiesto dove vorrei essere io…”

Forse non voglio saperlo”.

Uscite nella solitudine di una strada anonima che da quel momento smetterà di esserlo, e camminate accostati, in un silenzio che può riempirsi di tutto.

Ti serve un passaggio?”.

Potresti mentire, invece: “No, non ne vale la pena. Abito al diciotto di via…”

Ecco, l’hai detto. E’ molto più di un numero di telefono per un uomo che abbia fantasia, vivacità e impudenza.

Non è come pensi,” ti dice con lo sguardo febbrile che ti ha turbata fin dall’inizio, “con te mi piace parlare”.

Gli sorridi e, ascoltando te stessa, scegli di salutarlo con la verità: “Anche tu non mi sei… indifferente”.

Torni a casa con Leopardi in testa: “Questo di sette è il più gradito giorno” e ringrazi di non sapere, una sera di maggio, che cosa seguirà domani.

Valeria Amerano

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