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Jorge karl Vladimir Heinrich Mario Marx Bergoglio …. detto Francesco

By   /  11 maggio 2015  /  No Comments

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Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, tutti mi chiamano comunista.” Non sono parole del Papa ma ben si addicono al pensiero comune che una parte della nostra società ha nei suoi confronti. E’ la reazione del pensiero economico neo-liberista per la netta e chiara posizione del pontefice contro il dominio della finanza e della globalizzazione economica ben sintetizzata nella frase: “Questa economia uccide”. “Ai nostri tempi accumularsi di ricchezza, concentrazione di potenza, padronanza economica in mano a pochi e capitali di cui dispongono a loro piacimento …..”. Sembrerebbe, eppure neanche queste sono parole di Francesco ma di un suo predecessore. Pio XI analizzava così la situazione economica post crisi mondiale del 1929. Analogie con la situazione attuale che si ripetono, tanto da poter oggi considerare i due disastri economici alla stregua di gemelli siamesi, due teste nello stesso corpo. C’è chi considera, anche tra i cattolici, l’intervento sull’economia di Francesco una invasione di campo e lo legge come una condanna della ricchezza di per sè. Non è affatto così. Al Papa preme rimarcare i modi con cui viene generata e con cui viene distribuita. Egli usa prima il termine “inequità”, rifacendosi ad un concetto quantitativo, solo dopo passa all’iniquità morale che le stesse disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza comportano. Modi e criteri che non possono non essere sottoposti ad un giudizio morale, giudizio che a lui compete “in primis”. Francesco ricorda che il denaro è un ottimo servitore ma un pessimo padrone e come tale si è affermato nella società contemporanea. L’idolatria del denaro è il segno più evidente e profondo della deriva dei nostri tempi. Il denaro con l’economia speculativa si riproduce da se stesso. Non ha più bisogno del lavoro e non ha remore a trasformare in disoccupati milioni di lavoratori. “il mercato” è il suo regno, distrugge imprese e persone per poter creare “un nuovo” e continuare ad espandersi. E’ un processo che comporta un allineamento dell’individuo allo stato di merce. Una merce globale in un contesto globale. Si ricercano paesi dove produrre a più basso costo. Si inasprisce la competizione tra gli stati per attirare imprese straniere ed aumentare il proprio prodotto interno lordo (PIL). Il prezzo di questa competizione è la concessione di una tassazione di favore e un’ampia deregolamentazione del mondo del lavoro, il tutto a scapito di minor sicurezza sociale. Alla stessa stregua il paese vittima della delocalizzazione (PIL decresce) dovrà pagare un prezzo sociale. Arriveranno prodotti di minor qualità ma ad un prezzo minore, frutto di una produzione, che non essendo più nazionale, non ha generato reddito locale. Aumenta la fascia della povertà assoluta di chi non riesce a comprare il necessario, così come aumenta la povertà relativa di chi ci riesce ma dando fondo ai propri risparmi (impoverimento della classe media). Economia in recessione. Rilancio attirando capitali. Entriamo in competizione in una guerra tra poveri dove il prezzo è sempre al ribasso e in una spirale viziosa che ci riporta nella situazione sopra descritta. Ma lo stato sociale è un bene fondamentale, connesso alla dignità dell’uomo e come tale non può essere considerato una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari. Ciò avviene pur sapendo che una società che include e non espelle ha bisogno d’investire e non depredare l’istruzione, la sanità ed il lavoro stesso. E’ così che l’esclusione offre un terreno fertile ad una precarietà economica e morale, in taluni casi diventa manifestazioni di ribellione fino a trascendere in violenza irrazionale dove i motivi economici indossano i panni della religione. Cadono gli estremi: i giovani e gli anziani. Si afferma la “cultura dello scarto”. Essere individui a cui la società non riconosce neanche un ruolo marginale. Per uscire da questo stato di esclusione assoluta, l’individuo che riesce ad avere una possibilità, pur di avere una sua dignità, accetta quella di “sfruttato”. Nella globalizzazione l’economia è il fine mentre la politica è il mezzo. Una politica che viene meno al proprio ruolo fondamentale di operare per il bene comune per concentrare le sue attenzioni all’egoistica difesa del personale potere. Risultato: un’inversione dei ruoli con la democrazia messa al servizio del mercato. Esplicito quanto chiaro il pensiero in tal senso del presidente della Bundesbank asseverato dal presidente della Fed americana, quindi due importanti capisaldi del mondo finanziario vicini alla politica, due tecnici e non certo pastori di anime : “A volte ho l’impressione che la maggior parte dei politici non abbia ancora capito quanto essi siano oggi sotto il controllo dei mercati finanziari e siano persino dominati da questi”. Francesco ha un personale vissuto della miseria nella sua diocesi argentina. Forse più per questo che per una distanza chilometrica è giusto riconoscerlo come “Papa che viene dalla fine del mondo”. Una fine del mondo connotata da grandi drammi politici, da profonde crisi economiche fino al fallimento dello stato stesso e da disumane povertà . Quello di Francesco non è quindi un pregiudizio ma è l’esperienza diretta. E’ lo scontro tra il dogma evangelico della Chiesa che si oppone al dogma pagano del denaro che in economia si afferma nella teoria della “ricaduta favorevole”. Una teoria che si può sintetizzare in tanti modi, ormai diventati ripetuti slogan: più consumi = crescita economica, più libero mercato meno intervento dello stato = arricchimento per tutti. Il principio prorompente della marea che cresce e solleva tutte le barche. Tutti finiranno con lo star meglio. E’ importante crescere le dimensioni della torta (PIL) senza preoccuparsi del taglio delle singole fette. L’equità e l’inclusione sociale come ricaduta automatica senza alcuna necessità di regole. Un sistema delle meraviglie governato dalla fiducia grossolana ed ingenua verso coloro che detengono il potere economico. Brasile, Cina e India sono paesi emergenti grazie anche alla globalizzazione ma, come soggetti alla legge dei vasi comunicanti, per contro, nei paesi definiti “ricchi”, è sparita la classe intermedia, sono aumentati i poveri e il gap tra la prima della classi sociali e le restanti è diventato abissale. Il tutto sembra rispondere ad una logica perversa: aiuto a qualcuno ad essere un po’ meno povero se tutti collaborano perchè pochi siano molto più ricchi. Unica condizione non mettere regole al manovratore per un concetto di libera autoregolamentazione. Un concetto dimostratosi del tutto teorico perché, in pratica, lascia mano libera a pochi di incidere sui mercati provocandone l’oscillazione. Forti variazioni scarsamente riconducibili alla produzione di beni e servizi reali; ma creati con forti movimenti di ricchezza finanziaria ovvero di valori virtuali che producono “bolle” la cui esplosione genera benefici per pochi e tragedie per molti. E’ evidente la contraddizione intrinseca del concetto di libero mercato. Proprio questo non risulta tale per il predominio di pochi che approfittano della mancanza di regole. Allora è giusto chiedersi se gli strumenti che usiamo devono adattarsi ai reali bisogni dei popoli o sono i popoli a doversi adattare alle esigenze di questi mercati “drogati” alla ricerca di un profitto fine a se stesso. E’ giusto far rilevare quanto sia più conveniente fare speculazioni finanziarie piuttosto che aiutare l’economia reale prestando denaro alle aziende che creano lavoro o alle famiglie che comprano casa. È giusto e opportuno chiedersi come correggere questo sistema.

Mario Ruggieri

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  • Published: 3 anni ago on 11 maggio 2015
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  • Last Modified: maggio 11, 2015 @ 11:06 pm
  • Filed Under: Economia

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