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Mamma, papà “non rompetemi la palla”.

By   /  19 aprile 2015  /  No Comments

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Bambini & sport – istruzioni per l’uso

Ognuno di noi avrà provato, o proverà in futuro, il piacere di accompagnare il figlio o la figlia verso quell’istruttore che ne curerà i primi approcci all’attività sportiva per la quale ha manifestato interesse. Ci accompagna la piena consapevolezza di fare cosa gradita ai figli ma anche cosa utilissima al loro corretto sviluppo fisico. In larga parte però, pur avendone cognizione, si tende a sottovalutare l’incidenza psicologica di quella scelta. Se è la scuola il primo momento di apertura alla socializzazione, la pratica di un’attività sportiva riveste un ruolo non marginale, sia che si scelga uno sport individuale, sia che si tratti di uno sport di squadra.

In maniera errata e sistematica consideriamo il bambino un adulto in miniatura mentre egli è un individuo con una propria struttura intellettiva il cui sviluppo è legato all’adattamento all’ambiente. Un bambino inserito e ben integrato in un nuovo ambiente si esprime con la stessa disinvoltura che manifesta nell’ambito delle mura domestiche (non dirà mai qui mi vergogno), ne è attivo osservatore e ricerca nuove esperienze (dirà oggi ho imparato una cosa nuova).

L’attività sportiva è ricreativa e come tale viene percepita e vissuta dal bambino. Fino a 8 anni i bambini sono egocentrici, tutti corrono dietro al pallone e hanno difficoltà a capire il punto di vista dell’altro. E’ bene che imparino a stare dentro le regole del gioco ma è altrettanto importante che gli adulti non si aspettino più di quello che è loro consentito dalla tenera età. Sono spontanei e ripetono ciò che loro viene mostrato ma, se sollecitati in misura e modo scorretto, si genera in loro frustrazione ed ansia.

Superati gli 8 anni aumenta la propensione alla collaborazione, le regole che prima subivano ora vengono comprese nella loro utilità, vengono percepite le esigenze della squadra, cominciano a saper vivere in gruppo e questo aumenta il loro entusiasmo e il loro divertimento.

Solo dopo i 10 anni i bambini, che prima agivano per istinto ed emulazione di quanto veniva loro mostrato, acquisiscono le capacità del pensiero astratto. Sono ora in grado di cominciare ad avere cognizione di tattiche, di prime definizioni di ruoli e, con essi, propri precisi compiti i nell’ambito della squadra.

Come si vede è un percorso progressivo a tappe che se correttamente assistito dagli istruttori e dai genitori sviluppa: – l’intelligenza sportiva del bambino ovvero la capacità di scegliere le giuste soluzioni di gioco anche attraverso lo stimolo della creatività, – la capacità massima di concentrazione nel momento che si comincia ad essere coscienti delle proprie competenze e si raffrontano con quelle altrui, – l’attitudine a gestire le proprie emozioni, assumendosi le responsabilità delle prime decisioni autonome, valorizzando così la propria autostima, nel rispetto dell’avversario e di tutti gli altri partecipanti al gioco. – la predisposizione a riconoscere i propri errori, ad accettarne le correzioni e trarre spunto dalle sconfitte per continuare il proprio processo di miglioramento come primo personale successo da conseguire.

Qual è il profilo dell’istruttore chiamato ad operare in questo campo. Egli deve essere un tecnico, se come abbiamo visto il bambino riproduce automaticamente ciò che gli viene mostrato, deve saper in pratica mostrare i fondamentali tecnici. L’aspetto tecnico comprende la capacità d’individuazione dei punti di forza e di debolezza alla ricerca di soluzioni positive. Deve saper essere un animatore. Chiamato a gestire un gioco deve rendere l’attività motivante e piacevole. Deve essere un buon educatore,ispiratore di valori quali l’amicizia, la socializzazione, l’integrazione e l’educazione alla convivenza civile. Per ultimo ma non ultimo è da considerare il suo essere psicologo, disponibile alla comprensione e all’aiuto ma capace di istituire regole che garantiscano l’ordine.

In questo contesto, spesso i genitori, nel mondo dello sport e del calcio in particolare, sono portati a generare, anche inconsapevolmente, forti disagi ai figli , agli istruttori e alle società sportive. Non c’è infatti in loro una reale consapevolezza del rapporto che il proprio figlio ha con lo sport che pratica. Il ruolo del genitore è importantissimo, ma ognuno lo svolge in modo differente. C’è chi si limita a portare il proprio figlio al campo o in palestra. C’è invece chi vuole sostituire l’istruttore e dispensa al figlio consigli “tattici”. C’è, infine, chi grida fuori dal campo arrivando ad aggredire verbalmente anche i bambini della squadra avversaria. I genitori dovrebbero osservare questo mondo particolare con gli occhi dei bambini che è assolutamente diverso da come lo vedono loro. Quando ciò non avviene sono a rischio anche i migliori risultati del prezioso lavoro dell’istruttore. Capita infatti che i genitori, per soddisfare propri bisogni, spingano i figli a cose che loro non hanno potuto fare. Li caricano di aspettative e con esse generano stress e ansia stravolgendo l’aspetto ludico e ricreativo dell’attività sportiva. Il genitore deve essere attento osservatore del divertimento del figlio, del corretto rapporto che egli ha con i coetanei, del grado di integrazione che il bambino ha nel gruppo, della nascita di nuove amicizie, dell’ascolto che viene dato all’esposizione dell’istruttore e preoccuparsi che il bambino mostri energia, motivazione e non tenda a isolarsi.

Mario Ruggieri

 

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