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In questo bel paese di pianura…

By   /  19 aprile 2015  /  No Comments

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In questo bel paese di pianura, appena svolti l’angolo, c’è sempre qualcuno che ti dice cosa devi fare, come ti devi comportare. Insomma None abbonda di bravi maestri, sempre pronti a impartire lezioni. Negli ultimi mesi mi è capitato spesso di relazionarmi e interloquire con qualcuno che mi ha dato gratuitamente lezioni di giornalismo. Dalla giovane tirocinante, a cui è bastato leggere un saggio di un maître à penser dell’informazione per impallinarmi con i suoi distinguo tra fatti e opinioni, all’anonimo redattore della lettera dell’associazione dei commercianti (vedi numero precedente in risposta a Frankie Vitale), dove si invita ancora una volta il ‘Mondo’ “a saper distinguere le opinioni personali da un vero e proprio articolo che ha determinati requisiti”. Insomma in entrambi i casi l’ammonimento era di rispettare una delle regole fondamentali del giornalismo anglosassone, là dove si recita che “l’autore deve mantenere una posizione il più possibile oggettiva nei confronti dell’argomento affrontato. Le opinioni personali sono consentite solo in casi eccezionali, come per esempio gli editoriali e le lettere aperte”. Chiarisco subito che il sottoscritto non proviene da quella scuola, anche perché a tale riguardo ha una sua opinione personale: prima di tutto, va detto, il cosiddetto giornalismo anglosassone non è sempre quello alto e di qualità. Chi si riempie la bocca con questo mito (giornalismo anglosassone uguale visione oggettiva dei fatti separate dalle opinioni) deve sapere che esso contiene al suo interno anche aspetti “negativi”: il giornalismo anglosassone infatti è anche quello dei tabloid, delle terze pagine con accattivanti immagini di donne discinte, dei titoli scandalistici, tendenti al denigratorio e diffamatorio (quanti giornali italiani, copiando questi modelli meno nobili della professione, hanno costruito su queste basi vere e proprie macchine del fango e quindi le loro fortune!). È anche, ad esempio, il giornalismo delle intercettazioni realizzare dal Sun e dal News of the World. Resta in ogni caso un esempio alto, soprattutto dal punto di vista etico, deontologico e di come si possa interpretare questo affascinante mestiere della parola. Per quanto mi riguarda, ho frequentato una scuola di giornalismo, ma non mi ritengo un giornalista di professione, anche perché il mio pane quotidiano lo guadagno in altro modo. Quando le strade della vita mi hanno condotto a None, ho saputo dell’esistenza di un giornale locale. E vi sono entrato chiedendo permesso. In punta di piedi, proprio come si fa nei paesi anglosassoni, dove si comincia dal gradino più basso come fattorini. Ero già uomo e laureato da un bel pezzo. Così ho anzitutto imparato ad impaginare da chi lo dirigeva in quel frangente (Pasquale Marino), ma quel tirocinio mi ha insegnato a prendere confidenza con la “professione” e a capire come funziona la macchina dai suoi meccanismi interni. Finché ne ho assunto la direzione. Pur cercando di rispettare una precisa linea editoriale, uno dei primi intenti fu quello di trasformare “Il Mondo di None” nella voce corale del paese, nel senso di accogliere la parola scritta di chiunque avesse voglia di proporre la sua verità, anche di coloro che esprimevano idee opposte alle mie, perché culturalmente ho aderito in pieno ad una visione volteriana della società. Posso anche infuriami rispetto ad idee urticanti rispetto al mio pensiero politico, ma non impedirei al titolare di quelle idee di poterle pronunciare. E così è successo in questi quasi vent’anni di direzione: l’esempio più significativo risale a più di dieci anni fa quando ho dato parola ad un gruppetto di giovani neofascisti, che avevano in mente una bella marcetta a Predappio per rendere omaggio alla tomba di Mussolini (naturalmente a loro risposi: il tentativo fu quello di cercare di capire le ragioni che spingevano quei giovani a spiaggiare sui lidi della nostalgia per un periodo storico infausto per l’Italia. Altra volta, ed è la più divertente, quando in un pezzo scrissi che a None c’erano più giornalisti che in Iraq (dove furoreggiava la seconda guerra del Golfo). Un attento lettore ritenne che quella frase facesse riferimento in particolare a lui e mi tolse il saluto. Ma questa è un’altra storia. Torniamo alla lettera dell’Ascom di None, in risposta alla polemica di Vitale che invitava i nonesi a disertare i negozi del paese. Mi è sembrato giusto pubblicare due mesi fa il suo pezzo (emendato di molte asprezze), perché quella era la voce di un concittadino. Poteva piacere o non piacere (qualche commerciante come ritorsione ha annullato il suo abbonamento. Ci sta anche questo!). Se ricordate, prendeva spunto dalla legittima ostilità dei negozianti di None verso la realizzazione di un ennesimo supermercato a None (un discount), poi in particolare riferiva i suoi comportamenti di consumatore portati al risparmio in tempo di crisi. Avrei dovuto inserire il suo intervento nella forma di lettera al direttore (questo è stato un errore), ma a pagina otto c’è una clausola di salvaguardia: la direzione del giornale ringrazia gli autori degli articoli pubblicati in questo numero per il loro contributo di esperienza e pensiero. Affida loro la responsabilità delle opinioni espresse, non dovendole sempre e necessariamente condividere. C’è però un secondo errore da me commesso, altrettanto grave: ho pubblicato la lettera di risposta da parte dell’Ascom, a me pervenuta in modo informale, non su carta intestata e soprattutto in forma anonima, ovvero senza il nome di alcun responsabile dell’associazione. E se accetto l’addebito di questi errori, lo devo semplicemente al mio spirito volteriano.

 

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