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Piketty ai cancelli della disuguaglianza, r>g=ineguaglianza sociale

By   /  14 dicembre 2014  /  No Comments

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Thomas Piketty è un economista francese, professore a l’Ecole d’economie de Parigi, autore del libro “il capitale nel XXI secolo”. Un’opera importante e giustamente celebrata, così la definiscono due premi Nobel per l’economia. In oltre 900 pagine Piketty analizza due secoli di dati storico-economici , e , a differenza di molti suoi colleghi, come egli stesso scrive, non intende perdersi in mere speculazioni teoriche, ma analizzare l’accumulo di ricchezza e l’ineguaglianza dei giorni nostri, partendo unicamente dalla conoscenza storica. L’indagine, che possiamo definire “secolare”, ha una costante espressa nella formula r > g = disuguaglianza. Ovvero quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito, il capitalismo produce automaticamente disuguaglianza insostenibili per la democrazia e l’interesse generale, quindi è necessario un controllo del capitalismo stesso e degli interessi privati. Questo stato della società connotato dall’accumulo di grandi patrimoni nelle mani di pochi soggetti, lo ritroviamo anche agli inizi dello scorso secolo. Esso fu il prologo alla disastrosa crisi del 1929. E’ indubbio che la situazione attuale presenta molte analogie e, se non è la causa dell’attuale crisi economica, risulta esserne un aspetto eclatante. Sempre seguendo i grafici storici, si evidenzia che questo regime di disuguaglianza si attenua drasticamente tra gli anni 50 e 70, per poi riprendere la sua corsa fino ai giorni nostri. Certamente le guerre mondiali hanno fatto tabula rasa delle situazione economica antecedente, ma è altrettanto vero che incisero robusti interventi pubblici indirizzati alla ripresa economica ma anche ispirati ad un adeguato equilibrio sociale.

E’ indubbio che l’intervento statale e la leva fiscale è un aspetto importante in questo contesto. Il fenomeno degli esorbitanti stipendi dei manager, se prendiamo in esame gli USA, esplode dopo gli anni 70 allorchè l’aliquota sulla fascia più alta dei loro stipendi passa da 90% al 35%. A fronte di questi iperbolici aumenti non è stato registrato alcun diretto beneficio dell’economia americana, anzi nell’ultimo ventennio, rispetto agli anni 50-70 vi è stato un dimezzamento del tasso di crescita. La liberalizzazione dei mercati e la globalizzazione rifuggono ogni regolamentazione in forza della loro presunta autoregolazione. I fatti ci dicono che non è così. Piketty , perché la democrazia possa riprendere il controllo del capitalismo finanziario globalizzato, propone un’imposta mondiale progressiva sul capitale , accompagnata da un altissimo grado di trasparenza finanziaria internazionale. Per Piketty l’imposta non è un problema tecnico ma una questione politica e filosofica: senza di essa non può esistere destino comune né capacità collettiva di agire. E’ sempre stato così. Ogni cambiamento politico importante è connaturato ad essa. Il sistema fiscale moderno nasce dall’abolizione dei privilegi della nobiltà e del clero,dalla rivoluzione americana dei sudditi delle colonie britanniche che innalza il vessillo della “No taxation without representantion” e dalla disastrosa condizione finanziaria post bellica, influenzata al contempo anche dalla Rivoluzione bolscevica del 1917, che vede l’affermazione dell’imposta progressiva. Dopo gli anni 70 abbiamo assistito ad un calo dell’imposizione progressiva sugli alti redditi in un contesto di libera circolazione di capitali ed esasperata concorrenza fiscale di taluni paesi, anche europei. Tra essi c’è una interminabile gara ad inseguirsi per ridurre l’imposta sui redditi sulle società e per detassare gli interessi, i dividendi ed altri redditi finanziari previsti dal regime comune , al quale sono soggetti i redditi da lavoro. Questa “legalizzazione” dell’elusione porta, oltre alla delocalizzazione delle attività, ad una logica conseguenza fiscale: chi ha poco paga tanto in relazione a quanto possiede, chi ha tantissimo paga pochissimo, considerando quanto dichiarato e quanto realmente posseduto. Ne consegue la rappresentazione grafica della contribuzione come una U rovesciata, il cui apice è rappresentato dalla classe media costretta ad un inevitabile impoverimento perché gravata del peso reale più gravoso. Piketty immagina un’imposta annua progressiva mondiale prelevata a livello individuale sul patrimonio complessivo formato da proprietà immobiliari, depositi bancari, azioni, obbligazioni e partecipazioni di ogni tipo nelle società (quotate e non quotate), il tutto al netto delle passività ma ai reali valori di mercato . L’incasso della fiscalità è a cura ed a beneficio del paese di residenza dei detentori del patrimonio e non della località in cui è detenuto. Detto paese, utilizzando le informazioni nazionali ed internazionali pervenute, provvederebbe alla compilazione in automatico della dichiarazione, salvo rettificarla su giustificata e condivisa segnalazione del contribuente. Piketty stesso definisce questa imposta un’utopia, ma la ritiene utile come punto di arrivo a cui tendere. In effetti qualcosa in questa direzione si sta facendo . Tra il 2014 e il 2015 è previsto, dalla legge americana, che le banche estere trasmettano al fisco americano tutte le informazioni sui conti, gli investimenti e i redditi detenuti e percepiti dai contribuenti americani nel resto del mondo. Punto debole di questa legge è che ad essa sfuggirano i capitali delle fondazioni e dei trust funds (fondi affidati a terzi), oltre al fatto che essa preveda solo delle sanzioni pecuniarie per le banche che non ottemperano all’obbligo di segnalazione (sanzioni applicabili solo agli istituti operanti nel territorio americano), mentre sarebbe veramente efficace se tali sanzioni fossero applicate a tutti gli stati di origine delle banche “reticenti”. Su qualcosa di simile sta lavorando anche l’Europa ma al momento è ferma alla direttiva del 2003 che prende in considerazione solo i redditi da risparmio escludendo tutto quanto è diverso dalle obbligazioni, inoltre essa non solo è limitata ai paese europei, ma rilascia pesanti deroghe, come nel caso del Lussemburgo. Questa opacità nelle comunicazioni internazionali evidenzia l’incongruenza di talune decisioni degli organismi internazionali preposti al controllo dell’economia. Piketty porta ad esempio la crisi bancaria cipriota nella quale in un primo tempo la Troika (Commissione Europea -BCE -Fondo Monetario Mondiale) aveva fissato un recupero forzoso su tutti i depositi bancari, salvo, a furor di popolo, essere costretta a limitarlo alle giacenze oltre 100 mila euro. Ne deriva un’immagine di un guidatore che non conosce tutta la strumentazione del proprio mezzo e finisce per azionare solo e sempre le “solite” leve a scapito della loro usura, preservando le altre. L’imposta mondiale proposta, benchè un’utopia, è importante perché indica una direzione verso politiche di attenuazione delle disuguaglianze economiche. Essa se applicata in Europa , sui patrimoni superiori a 1 milione di euro riguarderebbe il 2,5% della popolazione. Ipotizzando dei tassi minimi tra 1% ed il 2% frutterebbe ogni anno l’equivalente del 2% del PIL. Non sarebbe certo sufficiente da sola a finanziare lo Stato sociale ma sarebbe un valido complemento annuo in fatto di risorse. Se si vuole considerare questa tassa come “una tantum” (applicato in Francia nel 1945 con aliquote fino al 25% come un contributo per ridurre massicciamente il debito pubblico), oggi, perseguendo la stessa finalità, con aliquote ben inferiori tra il 10% e il 20%, permetterebbe la riduzione, in un sola volta, di un quinto del debito pubblico. Soluzioni diverse sono possibili ma è bene aver presente che,anche se ci fosse una crescita economica del 2% e un deficit di bilancio dell’1%, quindi condizioni estremamente migliori dell’attuale, la stessa riduzione di un quinto del debito avverrebbe nello spazio di 20 anni.

Mario Ruggieri

Thomas Piketty: Il Capitale nel XXI secolo. Ed. Bompiani 2014, 900 pag.

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  • Published: 3 anni ago on 14 dicembre 2014
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  • Last Modified: dicembre 14, 2014 @ 9:26 pm
  • Filed Under: Economia

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