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Perché i giovani in Italia non trovano lavoro?

By   /  7 dicembre 2014  /  No Comments

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Poco tempo fa uscì sul “Sole 24 Ore” un articolo dal titolo chiarificatore (“Perché i giovani non trovano lavoro? Dall’inglese agli stage brevi, ecco cosa non funziona”) che cercava di dare risposte al quesito forse più riproposto degli ultimi anni.

Nell’articolo si sottolineava, in particolar modo, “il confronto spietato con l’Europa”: manco a dirlo, risultavamo ultimi in classifica anche nell’incidenza di under 30 sui contratti di assunzione (una media di 1, 2 su 10 posizioni aperte contro il doppio e il triplo di Gran Bretagna e Germania).

Dal momento che, a distanza di mesi, nulla è mutato, cerchiamo di analizzare alcune delle cause principali addotte dal giornale economico per giustificare una situazione così drammatica.

In primis vi sarebbe un problema di mismatch, ovvero di mancato incontro da domanda e offerta di lavoro: se si pensa che nel Bel Paese risultano scoperte circa 60.000 posizioni per mancanza di profili adeguati, non si fatica a capire perché.

Piuttosto bisognerebbe andare a monte del problema, originato in gran parte, a modesto parere di chi scrive, dalla crisi della scuola italiana: oramai si è diffusa, infatti, la convinzione che si debba a tutti i costi continuare a studiare e prendere un titolo, la laurea, che inevitabilmente finisce per perdere di senso e soprattutto di valore.

Miriadi di corsi diversi, costruiti ad hoc per mantenere il professore di turno e poco o niente di insegnato che rimanga e possa essere speso sul mercato del lavoro; mentre, au contraire, le società di selezione faticano a trovare camerieri stagionali (è successo in Trentino Alto-Adige durante la stagione estiva appena conclusasi) od operatori generici.

I paradossi dell’Italia.

Altro problema: i canali di comunicazione e di ricerca risultano totalmente inadeguati ed obsoleti, non coprono tutte le ricerche in corso e non sono accessibili a tutti.

Di conseguenza, il metodo ancora oggi più utilizzato dal giovane neo-laureato italiano risulta essere la conoscenza (anche nota come “raccomandazione”).

Per di più, i canali pubblici, ovvero quelli attivati e sostentati dallo Stato, sono pressoché inutili; si pensi, ad esempio, ai Centri per l’Impiego o gli Uffici di Collocamento: in Germania vi fanno affidamento 8 giovani su 10, consci del successo che ne deriverà, in Italia 1 su 10.

Ha senso, dunque, mantenere in piedi strutture che rappresentano solo un costo in più sulle spalle dei cittadini, senza apportare alcun valore aggiunto alla ricerca attiva del neo-laureato/neo-diplomato?

Non avrebbe più senso utilizzare queste stesse risorse per predisporre e potenziare corsi professionali, di formazione o di lingue, che rendano i nostri giovani più preparati ad affrontare le sfide del mondo del lavoro?

Lorenza Ippolito

 

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  • Published: 3 anni ago on 7 dicembre 2014
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  • Last Modified: dicembre 7, 2014 @ 10:40 pm
  • Filed Under: Economia

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