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“Parole di cinema e percorsi paralleli”

By   /  6 ottobre 2014  /  No Comments

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Cari amici e amiche de “Il mondo di None”, oggi inauguriamo una nuova rubrica sul giornale, rivolta a tutti gli appassionati cinefili e ai novelli di quest’arte magnifica.

Ogni mese troverete interviste, recensioni di film e semplici consigli cinematografici; una sorta di cammino verso un cinema a cielo aperto dove ognuno può scegliere quale pellicola visionare, quali istanti fermare.

In questo primo articolo il resoconto di una mattinata vibrante e piena di positività, con Antonella Frontani, vice presidente della “Film Commission Torino/Piemonte”, autrice del romanzo “Non è stata colpa tua” e conduttrice/autrice del programma “Antropos” in onda su Quarta Rete; che ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda sul cinema e molto altro.

Accomodatevi e buona lettura.

Innanzitutto buongiorno e grazie per aver accettato l’intervista. Chi è Antonella Frontani? Presentati ai lettori che ancora non ti conoscono.”

Ho iniziato in un contesto completamente diverso da quello attuale, lavoravo in Prefettura, all’interno del settore finanziario e pubblico nel periodo dei miei studi di economia; sono rimasta in questo campo fino al 1998.

Mi sono resa conto, in un secondo momento, che quello non era il lavoro che avrei voluto fare per tutta la vita, era un ambiente in cui ero finita quasi per caso o spinta dalle circostanze; così decido di cambiare, di intraprendere una strada che mi interessava di più e che mi ha portato a diventare giornalista.

Il giornalismo video è stata la prima esperienza diretta, ho collaborato con diversi network televisivi portando avanti un format sempre uguale, indipendente dalle reti, un approfondimento mirato nei confronti del territorio.

Per anni ho fatto questo mestiere che mi ha permesso di mettere a punto una professione, intrecciare contatti e altre possibilità di lavoro.

Ho lavorato presso una casa di produzione pubblicitaria a Milano molto grande, ed è stata una bella esperienza; ho avuto per due volte la direzione del Teatro Lirico Sinfonico di Bologna, per me che suono è stato come entrare in un tempio.

Avendo unito l’attività di giornalista/organizzatrice a quella della passione per la musica, quindi sono stata anche coinvolta dal punto di vista logistico come artista all’interno del teatro.

Una volta rientrata da Bologna ho iniziato a collaborare con la “Film Commission”, sono diventata membro del comitato etico dell’Istituto Zooprofilattico (Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta), anche perché queste sono tematiche di cui mi sono sempre occupata dal punto di vista del giornalismo, è stata un po’ la chiave per capire come mi sarei potuta rapportare al mondo e perché il mondo potesse intuire le cose di cui mi potevo occupare.”

Tornando al discorso legato al cinema, come sei arrivata a ricoprire il ruolo di vice presidente della “Film Commission Torino/Piemonte”?”

Avevo iniziato una collaborazione con il direttore artistico del Teatro Regio di Torino, quando ancora stavo a Bologna, e si sapeva ciò che avevo fatto nell’ambito teatrale avendoci lavorato per tre anni e mezzo; evidentemente a Torino erano a conoscenza del mio operato positivo, così, quando il Comune ha dovuto pensare ad una persona che potesse coprire un incarico di questo tipo, dal punto di vista organizzativo legato all’arte (cinema o teatro), ho partecipato ad un concorso e sono stata inserita in questo ruolo.”

Finalmente un po’ di sana meritocrazia…(rido n.d.A.)”

Immagino di sì, io ho partecipato ad un bando di concorso, come ti dicevo poc’anzi, questo ha fatto sì che venisse valutata la mia professionalità.

Ti ricordo che questi sono incarichi che comportano del lavoro e per cui la legge non prevede più compensi, questo è forse il motivo che ha spinto alcune persone a non accettare l’incarico…credo.

Il cinema per me è un mondo fantastico, attraente, una dimensione importante come la musica ad esempio.”

Cos’è per il cinema? Ci sono cambiamenti da effettuare?”

Credo si possa rispondere a questa domanda con due punti di vista, il primo è quello filosofico, ovvero “cosa rappresenta il cinema per ognuno di noi?”.

Per me è uno dei grimaldelli necessari a migliorare, quasi, la percezione della vita; questo può avvenire attraverso la lettura di un libro, l’ascolto di un brano, la visione di un film o di un quadro.

Questa è la mia filosofia di arte.

Al cinema do questa grande valenza, all’interno della quale ognuno può scegliere il suo genere, il suo ambito, comunque è uno strumento che aiuta a coltivare la mente e a capire di più la vita.

Per quanto riguarda il punto di vista del sistema, in assoluto ci sarebbero tante cose da cambiare, anche se in questo momento tutti i settori sono entrati in crisi, anche quello del cinema.

Se guardiamo l’aspetto pratico/governativo, mi piacerebbe che il cinema avesse più sostegno, più finanziamenti, tutta una serie di strumenti utili per migliorarne le condizioni.

Quello che migliorerei è l’internazionalità del cinema italiano.”

Lavorando per la “Film Commission” hai notato che ci sono un sacco di case di produzione cinematografica interessate al territorio piemontese e torinese. Come mai si è creata quest’attrattiva secondo te?”

Io spero e credo sia legato al fatto che la “Film Commission Torino/Piemonte” è stata la prima a nascere ed è quella che ha avuto più possibilità di migliorare la propria qualità.

Ancora oggi sento dire che è la film commission più affidabile, ambita e apprezzata in Italia; quindi mi spiego perché le case di produzione cercano di collaborare con noi.

Sono nate nel frattempo altre “film commission” a livello territoriale che possono usufruire anche di finanziamenti europei.

Questa è una struttura capace e competente.

Il nostro impegno e sforzo è quello di sostenere le produzioni cinematografiche, dal punto di vista economico e logistico, facendo lavorare persone sul territorio e del territorio; credo che quest’attenzione particolare viene percepita e forse anche per questo motivo vengono qui a girare”

In questi giorni ricorre il centenario dell’uscita del film “Cabiria” di Giovanni Pastrone, girato a Torino negli stabilimenti F.e.r.t. , credi sia possibile ricreare un polo cinematografico e culturale come quello?”

Guarda…in questo momento è difficile ricreare tutto, se parliamo di un polo industriale è impensabile poterlo fare; ti posso però solo dire che all’interno del cinema piemontese e torinese, si stanno muovendo delle cose…novità all’orizzonte. Non posso aggiungere altro (sorride n.d.A.).

Sul territorio ci sono tante eccellenze per quanto riguarda il mondo del cinema che possono collaborare fra di loro, certo sarebbe bello poter ricreare un polo cinematografico/industriale, al momento però, la vedo un po’ difficile.

Oggi si usano location esterne perché costa molto ricrearle in studio o nei set, ovviamente bisogna fare i calcoli con le possibilità che non ci sono più.

Noi in un qualche modo ci sentiamo come una piccola Cinecittà, abbiamo una serie di laboratori che favoriscono la ricostruzione di scenari, atmosfere, scenografie, però oggi il cinema è concepito in maniera diversa.

Da nessuna parte si rifanno completamente i set interni, non è più un lavoro quasi da artigiani…purtroppo.”

Alla tua attività in “Film Commission” hai affiancato quella di conduttrice di un programma televisivo, “Antropos”, sull’emittente locale “Quarta Rete”. Come sei arrivata a questa esperienza?”

Come ti dicevo prima, anni fa, quando sono uscita dall’ambito pubblico ho pensato a quello che avrei voluto fare nella vita ed era proprio la strada del giornalismo la risposta.

Ho avuto l’opportunità di collaborare con una rete televisiva che ha pensato fin da subito, che io avessi le potenzialità per fare del giornalismo video piuttosto che scritto; ciò nonostante scrivo per un quotidiano on-line e ho pubblicato un libro.

La scrittura era una delle cose che sentivo più intimamente mie.

Effettivamente questa esperienza televisiva ha avuto dei riscontri positivi, sta andando avanti molto bene.

Io sono molto legata ad “Antropos” perché mi permette di fare approfondimento su diversi temi culturali, legati al territorio, non solo esclusivamente di natura politica; tratta temi che a volte facciamo fatica a capire e nell’ora di trasmissione cerco di andare a fondo di suddetti argomenti.”

Mi parlavi della tua passione per la scrittura e per la musica…”

Diciamo che è primordiale, ho iniziato a suonare da grande, la passione per l’ascolto è arrivato a diciott’anni, per lo studio in un secondo momento.

La scrittura invece è stata la prima forma di passione che avevo già quando a scuola, una predisposizione naturale.

Il libro è venuto fuori per un percorso lunghissimo di vita, non credevo mai di scriverlo perché lo ritenevo un atto di grande presunzione.

Penso sempre che chi scrive un libro si senta un po’ Tolstoj, quando in realtà non lo è…quindi mi sono sempre un po’ vergognata (ride n.d.A.).

Ho ricevuto una spinta fortissima da una persona che ho intervistato, uno dei pochi reduci di Mauthausen, con cui sono diventata amica, che ha trovato l’elemento chiave per darmi il coraggio che a me mancava.

Una persona fantastica che io adoro, infatti nel libro i miei ringraziamenti vanno a lui, perché senza quella spinta io non sarei mai arrivata all’idea della pubblicazione.

Nella mia testa avevo una storia che ruotava attorno al “senso di colpa”, essendo io laica era qualcosa di atavico, una sensazione strettamente legata alla cultura cattolica che ci portiamo dietro in qualche modo; il plot narrativo parte da un dramma che cambia la vita di una persona attraverso questo stato mentale e come ciò possa diventare una gabbia, qualcosa di invalidante che ti impedisce di vivere la vita serenamente.

Nella struttura di questo libro si intrecciano dei riferimenti letterari e musicali, anche perché mi piacerebbe che fosse uno spunto su una serie di letture/ascolti, dimenticati o mai fatti nella vita.

Per quanto riguarda la musica ho un rapporto dolorosissimo, è un viaggio interiore secondo me e nel libro si capisce questo, ho scelto appositamente dei brani che secondo me ben rappresentano il momento critico che sto raccontando.

E’ stata una cosa bella ma molto sofferta…quando suonavo soffrivo molto.”

Cosa ne pensi di Torino?”

Inizio subito dicendoti che non sono torinese, sono umbra ma nata e cresciuta a Roma, vivo a Torino dal 1985 e posso dirti che adoro questa città.

Non voglio accattivarmi nessuna simpatia (sorride n.d.A.), penso che sia una città estremamente vivibile, rispetta l’individuo, nascono dei progetti piloti fantastici.

Adoro la cultura della non esibizione che c’è qui a Torino, al contrario di quanto ho riscontrato in altre città, mi piace l’efficienza, la puntualità, mi piacciono le sue piazzette parigine e il suo turismo diverso da quello che puoi vedere a Venezia o a Roma.

Torino attira la gente al suo cospetto per delle situazioni sempre molto interessanti, è una città dove vivo benissimo e dove sono contenta che mia figlia studi.”

Carta bianca per chiudere…”

Questa è la cosa più difficile che potessi chiedermi…mi auguro di fare il meglio per quello che mi è possibile.”

Claudio Clay Mangolini

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  • Published: 3 anni ago on 6 ottobre 2014
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  • Last Modified: ottobre 6, 2014 @ 10:18 pm
  • Filed Under: Musica

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