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Un sindacalista controcorrente

By   /  13 luglio 2014  /  No Comments

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Sicuramente non obiettivo” e lo dice. E’ soprattutto controcorrente questa autobiografia di Alberto Tridente che apre lo squarcio di una lettura trasversale su mezzo secolo dell’Italia sindacale e operaia.

Un mezzo secolo di notti lunghe e rigide, di albori incerti, di primavere prepotenti e orfane di estate, di crepuscoli amari, a volte irti di carrierismi vili in nome dell’irreversibilità degli eventi, a volte costellati di ripiegamenti ringhiosi nella salvaguardia del proprio particulare.

Controcorrente nell’Azione cattolica perchè accusato di essere un comunistello di sacrestia: capitò anche a Carlo Borra e a tanti altri. Controcorrente nella Cisl più o meno per gli stessi motivi, quando Alberto ebbe l’ardire di pensare e dire che i comunisti nel movimento sindacale erano concorrenti, non avversari: e qui Borra era già sulla sponda opposta.

Controcorrente con i comunisti: la sua infanzia di garzone di cascina e di bottega nella tragica malora della guerra e poi di operaio alla Ferriere era macchiata dalle sue conclamate radici cattoliche. Non era sufficiente a valergli il rilascio di un certificato di sana e robusta costituzione proletaria.

Controcorrente – al limite dell’impopolarità –  in una Torino infeudata a Valletta con il suo reticolo di suadenti ricatti: gli operai Fiat guardavano con diffidenza ogni funzionario a tempo pieno. Non facevano una piega per le sue levatacce al primo turno. Non sapevano nulla del suo impegno per sburocratizzare la democrazia sindacale con gli stipendi spartani e i rapporti solidali di un convento laico. Qualcuno gli mandò una lettera anonima che lo accusava di “mangiare in via Barbaroux”.

Controcorrente con chiunque non mettesse in forse il dogma dell’automatico legame fra incremento produttivo, occupazione, sviluppo dell’economia e mete di civiltà. Alberto non voleva una produzione asservita acriticamente ai profitti, specie quando gli affari prosperavano sulla guerra. Non si accontentava di delegati rassegnati alla pace come missione religiosa o impotente denuncia delle malvagità imperialiste nelle liturgie domenicali del pacifismo: le prime volte lo ascoltavano, ma avrebbero voluto applaudirlo “con le mani sulla sua faccia”.

Controcorrente con chiunque si ostinasse a rinserrare la sua azione politica e sindacale entro gli angusti orizzonti della nazione: solo un respiro internazionale può colmare il gap dei diritti fra lavoratori di diversi paesi e scoraggiare efficacemente le delocalizzazioni con le leggi e con i contratti. Nei suoi settant’anni di corsa, Alberto è stato un sindacalista per il mondo e la sua autobiografia testimonia la preoccupazione quasi ossessiva di legare quell’accordo al Viet Nam, quella fabbrica alle favelas brasiliane, quello sciopero al Salvador. Dalle case operaie di Venaria Reale al Guatemala, “sporco” ma “bravo” (non “bravo ma sporco”), Alberto ne ha fatta di strada. Questo navigare controcorrente gli ha fatto incontrare tutte le correnti immaginabili, dai socialdemocratici ai baschi, ma non lo ha mai visto assumere posizioni aristocratiche o giacobine, neppure quando la sua stessa scelta di giocare di anticipo lo collocava in minoranza. Anzi, lo ha trasformato in un pioniere instancabile dell’unità tra i diversi. Un pirata leale, un rapinatore altruista di esperienze e un portatore sano di modelli da ricercare, interrogare e sperimentare.

Controcorrente soprattutto con la famiglia, che obbliga ogni militante a scegliere con lucida crudeltà  tra due doveri in lancinante concorrenza quotidiana: il richiamo della famiglia e la fedeltà verso l’organizzazione, quella che lotta per liberare tutti, ma comincia con l’opprimere te facendoti sentire tutte le mattine come Ettore alle porte Scee di fronte ad Andromaca che ti sbarra la strada con lo sgambettare implorante di Astianatte. Tutto il libro è attraversato dall’invadenza molecolare di questo peso portato una vita fino all’incrocio con la malattia per risalire da lì verso un’armonia braccata con la determinazione del montanaro. In fondo, le “Favole per Omer”(edite da Angolo Manzoni nel 2007)e le pagine struggenti sulla madre e sulla famiglia obbediscono a questo imperativo segreto ma non troppo, a questo bisogno di ricostituire attorno a sè un’intima unità sempre a repentaglio, ma mai data per perduta. Alla soglia degli ottant’anni, Alberto presenta alla sua famiglia e ai suoi amici (che ha come pochi in tutte le famiglie politiche e sindacali) un bilancio straordinariamente ricco, la cui forza parte dal riconoscimento non imbarazzato di una fragilità che è compagna di tutte le nostre giornate.

Da questo libro esce un ritratto sobrio e fiero. Salva il principio del buon esempio che è meglio dare invece di cercarlo e aspettarlo. Esalta l’inseguimento umile e inesausto della sintonia tormentata fra uguaglianza e libertà. Salva l’essenziale. I Beatles direbbero “The long and winding road” (Una strada lunga e tortuosa), oppure “With a little help from my friends” (Con un piccolo aiuto dei miei amici). Vorrei dire che, ora come allora, la musica è sempre la stessa. Certo, occorre il coraggio di arrangiamenti radicali. Gli ultimi Paul McCartney e Joe Cocker sono lì a incoraggiarci.

Mario Dellacqua

A. TRIDENTE, Dalla parte dei diritti. Settanta anni di lotta, Prefazione di Giangiacomo Migone, Rosenberg e Sellier, euro 23,50.

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