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Il ricordo affettuoso di una donna nonese

By   /  13 luglio 2014  /  No Comments

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Con Giovanna Dellacqua, figlia di una cugina di mio padre, è scomparsa la più anziana rappresentante della mia dinastia paterna. Già, aveva lo stesso cognome della madre e aveva quasi 95 anni. La vita non è stata facile per lei, nata nel 1914 e figlia di un uomo che le era stato padre solo biologicamente. A tale mancanza aveva supplito l’affetto enorme della mamma, ampiamente ricambiato, e quello della famiglia materna.

Mi raccontava mia madre che, alla domanda di uno zio di Giovanna, tornato in licenza dal militare, che chiedeva chi fosse la bambina che giocava in cortile, il nonno di Giovanna rispondeva – con tutta la tenerezza di cui sono capaci i genitori quando diventano nonni – laconicamente e semplicemente “a l’è nostra”. Una definizione che non lasciava spazio ad incertezze: come per dire, in un concentrato di saggezza popolare, che i bambini sono figli di chi li ama e di chi li cresce.

Non è stato facile crescere nella condizione di ragazza additata da tutti come senza padre. I bambini, che sanno essere a volte più crudeli degli adulti, la prendevano di mira e una volta lo scherno di una “maloca” (palla di neve) la colpì in pieno in un occhio, accecandoglielo. Giovanna affrontò questa menomazione con dignità esemplare e, anche chi la vedeva spesso, non si accorgeva che lei aveva un solo occhio sano. L’ho saputo solo in occasione di una visita al “Famulato cristiano” di San Mauro dove aveva scelto di trascorrere i suoi ultimi anni di vita. Quando andavo a trovarla, non mancava mai di chiedere notizie di None e poi raccontava gli aneddoti della sua lunga vita: l’infanzia, le corse in bicicletta durante la guerra per racimolare un po’ di cibo per lei e la sua mamma, i tanti anni trascorsi nel negozio del cioccolato De Coll in piazza Savoia a Torino.

Quando da bambina andavo a Torino, passavo spesso in negozio a salutarla e forse così è nata la mia passione smisurata per il cioccolato: lì mi sentivo nel mio regno, con quel profumo intenso di cacao che mi inebriava le narici e il cervello. La mia prima borsettina regalata da lei – piena di cioccolato, naturalmente – era una specie di cestino di vimini con i fiori: ne andavo fiera. E nel negozio c’era Giovanna, con l’eleganza, la grazia e la gentilezza della “vendeuse” di altri tempi, nonostante il grembiule che per molti anni è stata costretta a indossare come una divisa, lei che si sentiva fiera di essere parte integrante e importante dell’azienda De Coll. Il termine “commessa” per lei era limitato, perché lei ci metteva veramente l’anima nello svolgere il suo lavoro. Giovanna avrebbe potuto tenere uno “stage” a molte commesse che oggi svolgono il loro lavoro con una svogliatezza incredibile, senza alcun interesse a capire i desideri del cliente e a catturarne l’attenzione.

Giovanna è stata veramente una persona eccezionale ed ha rinunciato a tutto, anche a coronare il suo sogno d’amore per stare vicino alla sua mamma fino alla fine, senza rimpianti. Aveva un fidanzato, anche lui figlio unico di madre vedova: avevano scelto di rinunciare ad una vita in comune per accudirle. Dopo la morte delle loro mamme, non più giovani, avrebbero potuto finalmente sposarsi. Ma lui, ennesima beffa della vita per Giovanna, preferì un’altra compagna. Anche in questa circostanza, Giovanna accettò la malasorte con una signorilità senza uguali. Soffrì in silenzio, senza mai avere una parola di disappunto per il fedifrago. Eppure ne avrebbe avuto tutto il diritto.

Dodici anni fa, con una sua collega della De Coll, la mamma di Silvana Vercellotti, che l’ha poi curata come se fosse stata sua figlia fino alla fine, decise di trasferirsi al “Famulato cristiano” di San Mauro torinese. Qui, in un ambiente accogliente, una delle poche case di riposo per anziani dove la dignità delle persone ricoverate è rispettata, Giovanna ha vissuto serenamente, sempre accettando con grande rassegnazione la rara malattia che le causava dolori continui al corpo e alle mani in particolare.

Quando ancora era in salute e si muoveva in piena autonomia, anche fuori del ricovero, sapeva dare un grosso aiuto disinteressato alle altre ospiti del “Famulato”, sperando poi di essere ricambiata quando ne avesse avuto bisogno.

In seguito, le condizioni sono mutate. La sua amica si è ammalata ed è stata trasferita in un’istituzione specificamente attrezzata. Con il passare degli anni, l’età media delle ricoverate è andata via via aumentando. Quando lei ha avuto bisogno di aiuto, ha dovuto sempre ricompensare i servizi extra di cui aveva bisogno negli ultimi tempi, con l’angoscia di non riuscire a far fronte ai suoi impegni, perché la dignità non le mancava.

Quando mia figlia aveva poco più di 5 anni, con generosa lungimiranza aveva provveduto ad un investimento proficuo a suo favore accompagnandolo con un biglietto: “un piccolo regalino a Elisa quando si sposa”. Il Signore le ha concesso ancora il tempo di vederla sposa.

Con None e i suoi abitanti aveva conservato un legame speciale, e lo scelse anche come luogo per la sua ultima dimora. Quando andavamo a farle visita, anche l’ultima volta, pur intorpidita dai farmaci, la prima cosa che chiedeva era: “cosa aiè ‘d neuv a Nun?”.

Finchè mia madre era ancora in salute, Giovanna veniva da lei a None e passavano insieme qualche giorno. In allegra compagnia facevano un tuffo nei ricordi dei tempi andati. Non erano consanguinee, ma andavano molto d’accordo e tra loro c’era una spontanea sintonia.

Mariuccia Dellacqua Casetta

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