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Personaggi comici

By   /  13 luglio 2014  /  No Comments

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GIOVANNI DETTO VANIN O VANO in gergo piemontese

Non aveva casa e viveva nelle cascine. Si accontentava di un piatto di minestra con un poco di companatico. Suonava la fisarmonica nei giorni della fiera, a Capodanno e gli ultimi giorni di Carnevale. Non era rissoso e quando ti passava vicino ti chiedeva un bicchiere d’acqua perché soffriva di diabete. Era povero come Giobbe e avrebbe potuto benissimo far parte del mondo dei vinti di Nuto Revelli. Quando morì fu portato al refettorio dell’asilo di Via Diodata Saluzzo. In una sera del gennaio del 1949 eravamo in sei persone a pregare per la sua anima. Il giorno dopo alcuni volontari, dopo la benedizione della salma e tra il freddo e la neve, portarono Vanin al cimitero. I partecipanti erano pochi perché c’era una forte epidemia di influenza che causò in un mese più di 15 decessi. Vanin non era un uomo che contava in terra, solo Dio sa giudicare il cuore dell’ uomo. 

MARTINIANO

Garzone di campagna, governava bene gli animali, chiamava la mucca Adis Abeba, il vitello Menelik e il cane Negus. Curava la vite ed era esperto nella realizzazione degli innesti. Odiava il partito fascista, odiava i fannulloni. Si rammaricava di esser figlio di N.N. Salutava il parroco con una alzata di cappello e all’epoca aveva tre figli in guerra.

GIOVANNI SOLERA detto “BAUDUC”

Era molto bravo ad intrecciare e realizzare ceste, in particolare le “garbagne” usate per contenere il granoturco. Ogni tanto si lasciava trascinare dal vino e per una settimana trascurava e persino dimenticava il lavoro. Fu uno dei primi donatori di sangue della Fidas. Quando incontrava i bambini nei pressi della scuola faceva loro la morale, dicendo –“Da grandi non fate come me!”

GIUSEPPE detto “CALMUC”

Si rivoltava alle autorità e dopo le manifestazioni politiche passava qualche settimana in caserma. Litigava spesso con la moglie, era reduce della Grande guerra del Corpo degli Arditi. In occasione del 4 novembre si appuntava una medaglia sul bavero della giacca e quando lavorava aggiustava gli ombrelli.

GINOTTA

Andava a raccogliere la camomilla e l’insalata nei prati a primavera, la portava al parroco perché aveva la stessa età del marito e non aveva chiesto nessun compenso per il funerale del marito, e agli amici in cambio di altri prodotti: farina, sapone, ecc.

PIETRO detto PEDER

Pietro detto Peder, classe 1892. Idoneo al servizio militare, partecipò a tutte le fasi della Prima Guerra Mondiale. Dopo il congedo riprese a fare il contadino con suo padre.

In campagna si usa uccidere il maiale e un giorno per seguire questo rituale, non avendolo legato bene e non avendolo ferito nel modo giusto, il maiale si mise a correre per il cortile creando confusione.

La mamma ansiosa, che era lì per raccogliere il sangue per fare i sanguinacci lo redarguì con queste testuali parole: “In guerra hanno ucciso tanti soldati, avessero ucciso anche te!”

Pietro si rivolse verso la madre puntandole il coltello. La calma ritornò ma quell’anno i sanguinacci andarono a farsi benedire.

Dal racconto della ragazza che per tre anni portò le loro mucche al pascolo e di coloro che erano andati ad aiutare.

Racconto vero di vita vissuta. 

GRIGLIO LUCIANO detto LŰCIA

Faceva il “pratarolo”, mestiere lasciatogli dal padre che non poteva più lavorare.

Un mattino molto presto Lücia si dimenticò di mettere l’acqua nei prati e di alzare le paratie nelle bealere per poter irrigare i prati. Ebbe così le rimostranze dei contadini e dalla stizza prese d’impeto la sveglia e la gettò nel cortile, mandandola in mille pezzi e perse così il lavoro.

MARGHERITA detta “BIGNERA”

(perché aveva un fratello carabiniere)

Lei si inquietava per il soprannome. I ragazzi di allora la prendevano in giro quando passavano vicino casa sua in via Castagnole.

A volte per difendersi dalle burla dei ragazzi lanciava dal fondo della stradina un bastone oppure un vaso da notte.

Passarono gli anni e Margherita non era più in grado di lavorare, viveva con la carità della gente: farina per la polenta e qualche michetta di pane che la gente dava per l’assistenza in cambio della messa per i propri defunti, vivendo gli ultimi anni con l’assistenza della congregazione della carità.

Venne la guerra con le ristrettezze che portò e, non avendo più legna per accendere il fuoco, due signori le regalarono due lunghe pertiche per prendersi gioco di lei. Lei con grande fatica a fino allo sfinimento le trascinò verso casa sua per potersi scaldare.

Qualcuno di buoni sentimenti, infine, mise una buona parola con Monsignor Vigo che la fece ricoverare nell’ospedale della parrocchia dove finì i suoi giorni con estrema dignità. 

MARIA detta MARIIN, era una lavandaia provetta

Amava molto il suo lavoro e, rimasta vedova molto giovane, faceva lei il capofamiglia con i proventi del suo lavoro.

Percorreva tutte le strade del paese con ai piedi i suoi zoccoli di legno, si svegliava molto presto e apostrofava le figlie che non si alzavano dal letto.

Aveva modi di parlare un poco rozzi alla “Gipo Farassino”.

Con un grappolo d’uva nella bella stagione o una manciata di castagne bollite o uno spicchio d’aglio fregato su un pezzo di pane faceva la “soma d’ai”: questi erano i suoi pasti veloci e preferiti.

D’estate andava a spigolare per avere qualche spiga di grano con cui nutrire le sue galline, unica sua risorsa. Quando la vedevo mi ricordava “la spigolatrice di Sapri” di Luigi Settembrini, noto poeta citato nelle guerre d’Indipendenza.

In autunno andava a raccogliere le ghiande come tante altre donne per portarle alla “Moca” (nota fabbrica del surrogato del caffè).

Si preparava la frittata di “luvertin” asparago selvatico raccolto in primavera sulle siepi. Era dotata di un alto senso del risparmio.

A gennaio aspettava i doni della Befana fascista che consistevano in una scatola di sardine, una scatoletta di carne congelata e un piccolo panettone, dono della “Galup” di Pinerolo.

Mariin era figlia del suo tempo, andava molto fiera del suo lavoro e gli anni del boom economico dovevano ancora arrivare.

Andava a raccogliere la cicoria nei prati e la portava al farmacista che in cambio le offriva un tubetto di chinino, detto anche chinino dello stato, o i cachet per il mal di testa.

UN LUOGO MOLTO PARTICOLARE

Il palazzo della Pretura, ormai dimesso perché l’ufficio era stato trasferito a Pinerolo, era adibito ad abitazione ed ospitava vari artigiani e personaggi.

Il postino dell’epoca che nei momenti liberi si dedicava alla creazione di mobili in legno.

Il maniscalco che ferrava i cavalli e i muli.

Il ciclista che aggiustava le biciclette.

Il fotografo, la sarta, un muratore la cui unica ricchezza erano il secchio e gli attrezzi del mestiere, un contadino con la sua falce, un barbiere, lo stalliere dell’albergo dell’Orso ed un dottore e in tempo di guerra anche i soldati.

Nei magazzini del pianterreno vi erano le stalle per i cavalli.

I personaggi che ho citato in questi pensieri li ho in parte conosciuti. Quelli storici si ricordano di più, quelli citati come bontemponi, un poco strani, erano i figli di una miseria atavica senza risorse, frustrati dalla fame e dalla miseria.

Ai posteri l’ardua sentenza.

La Redazione

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