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Perché non parliamo un po’ della morte?

By   /  13 luglio 2014  /  No Comments

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Perché parlare di morte? In fondo facciamo di tutto per dimenticarla. La releghiamo in un cassetto e lo chiudiamo a chiave dentro ad un baule che, a sua volta, trasportiamo in una soffitta e, da lì, non la tireremo mai più fuori. E come darci torto? Le nostre giornate sono piene di vita e dal mattino alla sera di tutti i giorni della settimana, di tutte le settimane dell’anno e di tutti gli anni che viviamo il pensiero della morte non ci sfiora neanche un po’. Ma è proprio vero? Siamo sicuri di poterne fare a meno? Biologicamente parlando, appena nasciamo portiamo già scritta nel nostro DNA come e quando moriremo. Parlandone cristianamente, la morte è l’inizio della Vita che ci ha promesso il Signore. In tutti i casi, comunque, rimuoviamo prontamente il pensiero dell’ultima dipartita.  Un tempo la morte era una naturale compagna dell’andare dell’Uomo: non che non ci si disperasse per un parente o un amico, ma si era più abituati al fatto naturale della scomparsa di una persona. L’attesa di vita era breve. Giustamente la medicina, la scienza hanno fatto passi da gigante e, in questi ultimi cinquantanni, la nostra vita si è allungata e oggi si parla di una vita media di ottantanni. L’alimentazione è divenuta più equilibrata e si fa più sport. È un tripudio di vita che si nota dalle migliaia di luci delle nostre città, dalla frenesia del nostro andare, dalle parole che diciamo nell’arco della nostra giornata, dall’incredibile quantità di nozioni che assorbiamo. Le nostre giornate non hanno più il senso del Sole e della Luna ma grazie all’invenzione della luce elettrica non hanno più fine: neanche d’inverno. Come conseguenza logica, tutte le occasioni più importanti della nostra esistenza diventano una scusa per dimenticare che il nostro viaggio avrà una fine. Financo un funerale, luogo deputato a una riflessione sulla morte, si trasforma in una ridicola affermazione di vita. L’illusione di eternità, che ci procuriamo quando guidiamo le nostre macchine o quando abbiamo tra le mani l’ultimo ritrovato dell’elettronica, non ci abbandona mai. È come se, sfogliando un e-book su un tablet o collegandoci ad internet con il nostro cellulare, la vita potesse allungarsi sempre di più. Eppure la morte è lì, che cammina al nostro fianco, quasi imbarazzata ma obbligata a seguirci. Siamo noi che non pensiamo a lei, nemmeno quando entriamo in un cimitero per rendere omaggio a qualche nostro caro. Frettolosamente, deponiamo un fiore e i più devoti dicono una preghiera e si guardano le tombe degli altri e ci si segna quasi con fastidioso distacco. Ci si rituffa nella vita e nel suo rumore, pensando di aver lasciato in quel luogo le nostre paure. Non parlando di morte, si vive per sempre?

Roberto Bori

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