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Gli ingranaggi di uno dei più importanti festival cinematografici italiani

By   /  13 luglio 2014  /  No Comments

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Anno 1981: l’assessore alla gioventù, Fiorenzo Alfieri, ha un’idea; un’idea che avrebbe, nel corso degli anni, rivoluzionato la situazione culturale nella città di Torino. Propone a Gianni Rondolino e Ansano Giannelli lo studio delle modalità di realizzazione di un festival del cinema fatto dai giovani e sui giovani da tenersi annualmente. I due prepararono un progetto, accolto favorevolmente dall’Assessore, realizzato  da un’Associazione privata finanziata da enti pubblici e composta da un gruppo di intellettuali piemontesi presieduti dal filosofo Gianni Vattimo. Nasce quindi nel 1982 il “Festival Internazionale Cinema Giovani” (nome iniziale del TFF), una rassegna con lo scopo di indagare sulle forme innovative, sulla sperimentazione, sul rinnovamento linguistico del cinema, aspirando ad un ampio rinnovamento culturale, allora fortemente sentito e richiesto dalla gioventù piemontese. Peculiarità della nuova rassegna, che la distingueva dalle altre manifestazioni italiane, era la sua natura urbana e metropolitana; il suo pubblico di base dovevano essere i giovani, categoria sulla quale tutta l’organizzazione era incentrata. Il Festival torinese doveva prescindere da qualsiasi natura di evento “calato dall’alto”: non nacque per il rilancio turistico di un territorio poco frequentato (come spesso accade), né come un luogo di incontro per “baronie” già inserite nel sistema cinematografico italiano, ma bensì si presentò come la risposta alla diffusa domanda culturale di una grande e cosmopolita città, come una possibilità di espressione di una gioventù, spesso priva di esperienza, ma ricca di iniziativa. Il prestigio aumenta nel corso degli anni ‘80 e ’90, grazie soprattutto alla capacità di questa “macchina culturale” di rinnovarsi di continuo, di edizione in edizione; infatti, a partire dalla quarta edizione, viene introdotta per la prima volta la formula competitiva in alcune sezioni.  Nel 1986 le ripartizioni “ Opere prime” e “Film su tematiche giovanili” sono unificate nel “Concorso Lungometraggi”, oggi sezione principale del TFF, e vengono introdotti premi nella sezione “Spazio Torino”, che raccoglie opere senza distinzione di generi, formato, durata. Nel 1997 “Spazio aperto” scompare e con questa sezione si perdono gli ultimi residui quella amatorialità che aveva caratterizzato l’origine della rassegna; nascono “Spazio Italia”, concorso per cortometraggi italiani, e “ Spazio Torino”, quest’ultima limitata all’accesso da parte di autori nati o residenti in Piemonte. Dal 1995 il festival assegna il “ Premio Cipputi” al miglior film sul mondo del lavoro, mostrando l’attenzione della rassegna verso una tematica molto sentita. La “macchina” si evolve, acquista sempre maggiore visibilità e il passaggio definitivo è segnato dal cambiamento del nome, nel 1997, in “Torino Film Festival”, che consacra la posizione di quello che è ormai uno dei più importanti festival italiani, ampliamente e stabilmente inserito nel panorama cinematografico internazionale. A questo punto la domanda viene spontanea: come è riuscito il festival ad arrivare a tale successo partendo da “umili” origini? La spiegazione potrebbe coincidere con la passione di coloro che ogni anno la organizzano, nella già citata capacità della manifestazione di rinnovarsi continuamente o nel continuo sostegno dato alla rassegna da parte degli spettatori Piemontesi. Lo sviluppo è stato continuo in questi anni tranne che per il duro scontro tra le istituzioni Torinesi e l’Associazione Cinema Giovani che ha segnato il termine della ventiquattresima edizione, che trova la sua ragion d’essere proprio nella continua crescita. Nel Novembre 2006 infatti gli Assessori alla cultura di Comune, Regione, Provincia, tra i quali Fiorenzo Alfieri, padre dell’idea stessa del festival, chiesero all’Associazione Cinema Giovani, diretta da Gianni Rondolino, professore ordinario di Storia e Critica del Cinema all’Università di Torino, cofondatore del festival, direttore della manifestazione sino alla sesta edizione,  e al Museo Nazionale del Cinema, di mutare i termini della convenzione che dal 2005 regolava i rapporti tra i due soggetti: non più scelte artistiche e culturali in capo solo all’Associazione, con un Museo unicamente erogatore di fondi stanziati dagli enti pubblici, ma competenze miste tra i due soggetti, da attribuire a un “comitato di indirizzo” composto da persone scelte in parti pari tra i due enti, più un membro di nomina politica. Scoppiò allora una “furibonda lite” che vide scontrarsi da una parte Rondolino e la maggior parte dell’Associazione (con dimissioni poi ritirate di cinque membri favorevoli invece alle ragioni delle Istituzioni) che accusavano i politici di voler ingerire nelle scelte culturali del Festival minandone l’indipendenza e l’autonomia culturale, e dall’altra le Istituzioni, affiancate da Stefano Della Casa, direttore della Filmcommission Torino e Piemonte e Barbera, direttore del Museo del Cinema che, accusando Rondolino di non voler rinnovare il festival per preservare la propria posizione, addirittura minacciarono di togliere i fondi pubblici per incaricare il Museo di organizzare un festival alternativo. La situazione si aggravò ulteriormente con la nomina non avvallata dall’Associazione del regista Nanni Moretti a direttore della rassegna, voluto per la sua visibilità  dagli enti finanziatori, che proprio per il clima caldo rinunciò  all’incarico per poi accettarlo durante le ultime due edizioni.

Allora la “macchina” si inceppò ma la “il santo protettore delle pellicole” volle salvare il festival attraverso un accordo sottoscritto dall’Associazione Cinema Giovani, dalla quale Rondolino si dimise, dal Museo del Cinema e dalla Città di Torino. “l’olio della diplomazia” rimise in moto gli “ingranaggi” dando vita a un’ultima edizione, la ventiseiesima, degna di nota, caratterizzata da quattro sezioni premiate (Concorso internazionale lungometraggi, Italiana.corti, Italiana.doc, Spazio Torino)  oltre che da altre sezioni e dalle caratteristiche retrospettive (su Roman Polanski e Jean-Pierre Melville). “Per ognuna delle quattro sezioni in concorso” spiega infatti Bruna Ponti, segretaria generale del festival, alla domanda del nostro giornale su come vengano scelti i film “viene designato un comitato, composto da esperti, per la selezione delle opere che saranno giudicate da una giuria, i cui membri sono  scelti in capo alla direzione del festival, le cui decisioni sono, per regolamento, insindacabili. Detto ciò bisogna considerare che è il direttore a dire l’ultima parola su tutto, poiché le sue decisioni non possono essere messe in discussione.” Il direttore dunque svolge un ruolo essenziale all’interno della rassegna; più che delle scelte amministrative, egli si occupa delle scelte artistiche e proprio per questo viene scelto in quanto persona di alta professionalità .  Allora appare logico che la scelta del direttore di quella che sarà la ventisettesima edizione sia caduta , dopo l’abbandono di Moretti per dedicarsi alla realizzazione di un nuovo film, sul regista Gianni Amelio, apprezzato per visibilità e soprattutto per competenza. Per quanto riguarda invece il lato economico il festival può ad oggi contare anzitutto sui fondi pubblici provenienti da Regione, Comune e Provincia (che comunque non possono intervenire nelle scelte artistiche) e dal Ministero dei Beni Culturali, da Fondazioni bancarie, e da aziende private, quelle che rivestono il ruolo di “main sponsor”, e dagli sponsor minori. L’apporto economico d’altronde riveste un ruolo di centrale importanza per l’organizzazione di una struttura efficiente. La crescita di popolarità e visibilità ha contribuito quindi alla perdita di quell’apporto “amatoriale” che ne aveva caratterizzato gli inizi; eppure come ci racconta la signora Ponti, dall’anno scorso è stato istituito il “Torino Film Lab”: si tratta di un fondo di 1.000.000 di Euro, sostenuto dagli stessi finanziatori del TFF e in collaborazione con esso, con obbiettivo di aiutare i talenti cinematografici ad emergere, anche se privi di esperienza. Ciò viene realizzato da un comitato che per 12 mesi seleziona i progetti inviatigli, scegliendo quelli da seguire sia nella fase di stesura della sceneggiatura che nella predisposizione del Badget, per proporli durante il festival all’attenzione di produttori internazionali. Quindi la manifestazione, a differenza di altri fesival come per esempio quello di Cannes, non è  un luogo d’incontro per i soli addetti ai lavori. In sala durante le proiezioni è possibile trovare il comune spettatore e anche il produttore di stampo internazionale. “Non è raro che film privi di distributore in Italia, trovino un distributore proprio durante in festival”, specifica la Segretaria Generale del Torino Film Festival. “Certo non siamo la Berlinale” dice con grande umiltà “Ma ci poniamo un doppio scopo: quello promozionale per l’industria cinematografica e quello di proporre un certo tipo di cultura cinematografica al pubblico”. Per quanto riguarda il futuro, della prossima edizione è ancora tutto top secret, completamente fino a giugno, e intanto la commissione seleziona tutti i giorni film, prepara le “Newsletter” da inviare ai maggiori festival europei e lavora per continuare lo sviluppo di questa rigogliosa macchina culturale.

Emanuele Cavallo

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