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Metterci la faccia

By   /  17 giugno 2014  /  No Comments

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Si parla disinvoltamente di individualismo da combattere, di interessi privati che vanno messi dopo il “bene comune”, di squadra che conta più del leader, di politica come servizio e idealità, di persone che ci mettono la faccia. Tutto vero, tutto giusto, ma anche tutto scontato come una giaculatoria.  Chi ci mette la faccia, manda un segnale positivo perchè accetta il rischio di esporsi allo sbaglio e all’insuccesso, mentre chi non lo fa preferisce criticare, vedere di nascosto l’effetto che fa stando rintanato nel grigio che fa fine e non impegna. Ma chi critica l’individualismo, deve spiegare come mai è disposto a “metterci la faccia” solo quando si affaccia la possibilità della propria promozione. Sarà il tempo a dire se l’impegno così conclamato per il “bene comune” resisterà, si confermerà e si svilupperà alla fine della campagna elettorale o se evaporerà non appena la competizione per arrivare a esserci sarà terminata. Quando non ci sarà più bisogno di distribuire al mercato il volantino con la tua faccia, dovrai pensare una proposta sulle tasse, sulla viabilità, sulla strategia di avvicinamento ai rifiuti zero, per sostenere senza clientelismi le famiglie che perdono il lavoro e poi la casa. Il pensiero di Antonio Gramsci mi sorprende e mi aiuta. “La grande ambizione, oltre che necessaria per la lotta, non è neanche spregevole moralmente, tutt’altro: tutto sta nel vedere se l’ambizioso si eleva dopo aver fatto il deserto intorno a sé, o se il suo elevarsi è condizionato [consapevolmente] dall’elevarsi di tutto uno strato sociale e se l’ambizioso vede appunto la propria elevazione come elemento dell’elevazione generale”.In sostanza bisogna chiedersi: dov’ero fino a ieri e dove sarò domani? Se la risposta non sarà la solita, cioè se saprà intaccare il ritorno alla normalità, avremo realizzato un progresso della solidarietà. Se no, avremo contribuito all’impoverimento della democrazia e alla sua rappresentazione caricaturale. L’eredità di Annibale che è stata lasciata cadere ci parla ancora di protagonisti consapevoli da costruire, non di spettatori plaudenti da catturare e blandire. Mi va a questo proposito riproporre alcune considerazioni che ad aprile 2009 avevo manifestato in occasione della cerimonia di apertura dell’angolo non ottuso di via Roma 11, un anno dopo la morte di Orso. “Ora che viaggiamo verso tempi sconosciuti di grande crisi, tutti avvertiamo il bisogno di combattere l’insicurezza del domani, il degrado dei diritti, la guerra dei penultimi contro gli ultimi. Ci servono comportamenti concreti e iniziative efficaci a difesa dei lavoratori e delle loro famiglie che si trovano sole davanti al crollo dell’occupazione. Tutti scopriamo che ci manca l’abitudine alla solidarietà che avremmo dovuto accumulare con maggiore lungimiranza nei tempi in cui il lavoro sembrava sicuro, lo sviluppo ininterrotto, il futuro protetto. La solidarietà non si improvvisa. E’ come un’assicurazione che non puoi pagare il giorno dell’incidente. E’ come una preghiera, se sei un credente, che non puoi rivolgere al tuo Dio nel giorno della malattia. La solidarietà è un vantaggio moderno e antico che non scende dall’alto, ma sale dal basso, con il tempo e con gli altri”. Oggi aggiungerei che la solidarietà ha bisogno di ribellione e di rivoluzione. Il tifo è una malattia mortale.

Mario Dellacqua

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  • Published: 4 anni ago on 17 giugno 2014
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  • Last Modified: giugno 17, 2014 @ 9:24 pm
  • Filed Under: Politica

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