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Le Orme

By   /  20 marzo 2014  /  No Comments

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le orme copertina disco

“Aiutaci tu, mamma chitarra!”

Oggi facciamo una capatina a Marghera, cittadina industriale del Veneto, dove iniziarono a muovere i primi passi Le Orme, band del filone rock progressivo degli anni ’70.

Intorno alla seconda metà degli anni ’60 nella periferia di Venezia, dall’unione di Nino Smeraldi e Aldo Tagliapietra con la complicità di altri due ragazzi, si forma il primo nucleo de Le Orme.

Il nome iniziale doveva essere “Le Ombre”, come omaggio al gruppo inglese Shadows, i quattro optano invece per Le Orme, in quanto “ombra” in lingua veneta significa anche “bicchiere di vino”.

Nel 1967 incidono il primo singolo, “Fiori e colori” e, seguendo il trend dell’epoca, ne realizzano una versione in lingua inglese.

Dopo aver inciso un altro 45 giri nel 1968 e aver cambiato due componenti, entrano in sala di registrazione per incidere il loro primo lavoro, “Ad Gloriam”.

I dischi nascenti sono caratterizzati dalle timbriche beat e psichedeliche, convinti che quel suono non sia più coerente al loro ego, Le Orme virano in direzione del progressive rock e dopo alcuni viaggi in terra anglosassone, rientrano in Italia e nel 1970 pubblicano “Collage”.

Questo disco meriterebbe un articolo a parte, ve lo consiglio vivamente.

Le sonorità presenti sono quelle del progressive rock,  con un uso massiccio di tastiere e repentini cambi di tempo; gli argomenti trattati nei testi sono quasi un tabù per quei tempi, prostituzione, tossicodipendenza e altri disagi sono alla base delle parole di Tagliapietra e compari.

Nel 1972 esce il disco di cui voglio parlarvi oggi, “Uomo di pezza”, che ha fatto guadagnare a Le Orme il loro primo disco d’oro.

Anche qui, come nel caso della storia dei Pink Floyd, per approfondire altri dettagli sul gruppo vi rimando al sito: www.leorme.info.

“Uomo di pezza”

Nella copertina di questo disco che riproduce un quadro del visionario pittore modenese Walter Mac Mazzieri, i colori vivi danno forma ad una sorta di uomo-spirito che osserva estasiato le forme di una gentil donzella; molte sono state le interpretazioni date in merito a questo quadro da parte dei componenti del gruppo.

Il disco si apre con “Una dolcezza nuova” che ripropone una “ciaccona” (termine usato per indicare un tipo di danza caratteristica di origine spagnola del ‘500) di Johann Sebastian Bach e subito dopo, la manifestazione della dolcezza.

La particolare voce di Aldo Tagliapietra si destreggia abile fra i sintetizzatori e gli arabeschi ritmici; il tema portante del testo e di tutto il resto dell’album, è l’amore in tutte le sue svariate forme.

Un delicato suono di flauto, ci introduce nel regno di “Gioco di bimba”, seconda traccia.

Questo è uno dei brani più conosciuti de Le Orme.

Ci si trova catapultati in un’atmosfera dal sapore antico, dove si intrecciano chitarre a 12 corde, flauti, clavicembali e tamburi.

Una storia d’altri tempi…amore dei bei tempi andati.

Questo pezzo lo ascolterei di continuo (n.d.A.).

L’apertura della terza traccia, “La porta chiusa”, potrebbe essere utilizzata per un film di spionaggio, con il suo incedere misterioso e claustrofobico.

Ad un tratto la quiete apparente, ed ecco che la voce quasi sussurrata di Tagliapietra ci conduce per mano in un mondo distante dal nostro.

“Breve immagine”, il titolo del quarto pezzo, sembra quasi uno spartiacque fra le due parti del disco, una sorta di punto di fine/inizio; mentre le immagini piene di sentimento narrate dal testo si insinuano nelle nostre orecchie, i sintetizzatori lottano con l’arrivo della batteria.

Non di sola tenerezza è fatto l’amore cantato da Le Orme.

La quinta traccia, “Figure di cartone”, unisce la tradizione beat al progressive rock, una ritmica sincopata fa da tappeto ai suoni distorti delle tastiere che veloci duettano con le parole.

Qui le figure di cartone sembrano essere le presenze della vita che bersagliano i rapporti.

“Aspettando l’alba” è il sesto e penultimo brano del disco.

Le atmosfere rarefatte della chitarra in apertura vanno scomparendo lentamente per lasciare il posto al resto degli strumenti.

In una vorticosa sarabanda di emozioni, ogni nota sembra farci precipitare in un soffice abisso, dove l’unica salvezza è aggrapparsi alle parole e sognare piano.

Il titolo esatto per la traccia conclusiva del disco è proprio quello dato da Tagliapietra e soci, “Alienazione”; nessun altro titolo può spiegare al meglio il senso del pezzo.

Uno strumentale ossessivo, paranoico e martellante, la chiusura perfetta per un disco capolavoro come questo.

Che altro aggiungere?

Cercate assolutamente una copia di questa poesia in musica, non rimarrete delusi.

Nel prossimo numero vi parlerò di un’altra leggenda del progressive rock italiano, gli Area (International Popular Group) capitanati dall’indimenticabile Demetrio Stratos.

Alla prossima. Claudio “Clay” Mangolini

le orme

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  • Published: 4 anni ago on 20 marzo 2014
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  • Last Modified: aprile 20, 2014 @ 9:40 pm
  • Filed Under: Musica

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