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Pink Floyd

By   /  20 febbraio 2014  /  No Comments

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pink floyd copertina disco

“Aiutaci tu, mamma chitarra!” 

Benvenuti cari lettori nonesi e non, per prima cosa vorrei augurarvi buon anno, con la speranza che mamma chitarra ci sia d’aiuto!

Dopo aver gozzovigliato durante le festività  preparatevi ad immergervi nell’Inghilterra psichedelica degli anni ’60, con uno degli album più significativi dei Pink Floyd, “Wish you were here”.

Buona lettura e buon ascolto.

I Pink Floyd nascono a Londra nel 1965 dall’incontro fra Syd Barrett e alcuni studenti dell’Istituto Politecnico di Architettura della capitale britannica.

All’inizio la band si chiama The Tea Set e in essa figurano Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright e riscuote un discreto successo nell’underground londinese.

Dopo avere scoperto che un’altra formazione musicale ha adottato lo stesso acronimo, Barrett propone come nome “The Pink Floyd Sound”, ispirandosi ai nomi di due bluesman Pink Anderson e Floyd Council.

Fra il 1965 e il 1967 la band suona in alcuni club di Londra riscuotendo consensi e critiche positive.

Nei mesi estivi del 1967 esce il primo album, “The Piper At The Gats Of Dawn”, dove i testi allucinati e poetici scritti da Barrett, si uniscono ad una sorta di rock psichedelico, sperimentale e talvolta venato da del folk acustico.

In quel periodo gli abusi di droghe lisergiche da parte del leader Syd Barrett, portano scompiglio fra i membri del gruppo e nel 1968 viene assoldato David Gilmour come chitarrista e voce di supporto per le esibizioni.

Il comportamento scostante e alienato del giovane ha un’unica soluzione, l’estromissione dal gruppo; questo porterà Barrett ad un isolamento devastante connesso al continuo utilizzo di sostanze stupefacenti.

I Pink Floyd continuano a suonare e a produrre musica, con l’entrata ufficiale di Gilmour nella band, cambiano i suoni e le direzioni stilistiche.

Dopo dischi come “Ummagumma”, “Atom Heart Mother”, “Meddle”, si arriva al 1973, anno in cui esce uno dei loro capolavori “The Dark Side Of The Moon”.

Manifesto di un’epoca e di un modo di fare musica ormai smarrito da tempo.

Oggi però voglio parlarvi di un disco a me caro, “Wish You Were Here”, edito nel 1975.

Dato che la storia dei Pink Floyd è molto lunga, per motivi di spazio editoriale non posso dilungarmi ancora, per lasciare spazio ai miei colleghi della testata; quindi vi rimando al loro sito ufficiale per poter approfondire la magia di questo gruppo: www.pinkfloyd.com.

“Wish you were here”

Questo è il nono disco in studio dei Pink Floyd, pubblicato nel settembre del 1975, registrato negli Abbey Road Studios famosi per aver ospitato i Beatles per tutte le loro registrazioni.

Il tema del tessuto narrativo delle 5 tracce che compongono il disco, è legato all’insofferenza generale nei confronti dell’industria musicale, l’assenza e il declino mentale dell’ex Pink Floyd Syd Barrett.

Come al solito le grafiche dei dischi della band non passano inosservate, anche questa volta fanno centro con una fotografia ricca di pathos ed inquietudine; due uomini ben vestiti si stringono la mano, sullo sfondo capannoni industriali mentre uno dei due prende fuoco.

Tutte le foto presenti nei vari formati dell’album sono davvero particolari.

Basta dare uno sguardo in rete per capire di cosa sto parlando (n.d.a.).

Il disco si apre con la prima parte di quella che possiamo definire “mini suite”, ovvero, “Shine on your crazy diamond” della durata di quasi 15 minuti.

Quando i Pink Floyd vogliono impegnarsi lo fano seriamente.

Il testo è un chiaro omaggio alla figura emblematica di Syd Barrett, quasi uno struggente epitaffio scritto da David Gilmour e Roger Waters, ignari di ciò che sarebbe accaduto nel giorno delle registrazioni dell’album.

Storico è l’aneddoto che riguarda questo disco.

Mentre il gruppo si trova negli studi per dare il via alle sessioni di prova del sopracitato pezzo, compare dinanzi a loro Syd Barrett, irriconoscibile e ingrassato; quasi un segno del destino no?

Torniamo a noi.

I suoni di sintetizzatore fanno da apripista ad una chitarra delicata che lentamente cresce sempre di più per lanciarsi in una corsa dal sapore caldo del blues, supportata da una base ritmica eccellente; solo verso lo scadere dei nove minuti la voce di Gilmour scende in campo, facendo da contraltare ai vari crescendo strumentali.

Notevole è la capacità compositiva ed esecutiva dei Pink Floyd.

Sul finire del pezzo si insinua un sax, cambiando decisamente atmosfera al tutto, rendendolo ancora più sognante e magico.

Rumori meccanici, litanie siderurgiche e qualche pennata di chitarra aprono la seconda traccia, “Welcome to the machine”, vera accusa all’industria discografica da parte di Roger Waters.

Qui le atmosfere si fanno glaciali, una quasi totale assenza di ritmo lascia spazio agli strumenti e al dialogare delle voci di Gilmour e Waters.

Psichedelia pura nei suoni dei sintetizzatori di Richard Wright che schizzano fuori in ogni istante come piccole gocce d’acqua sui vetri.

“Have a cigar” è il terzo pezzo dell’album, qui i ritmi tornano ad essere presenti e devono tenere testa alla liaison orchestrata da chitarra e basso; un azzeccato incedere blues che ospita alla voce il cantante britannico Roy Harper.

Ed ora togliamoci il cappello di fronte alla penultima traccia, “Wish you were”.

Chi di voi non hai mai ascoltato questa canzone alzi la mano! (n.d.A.).

Interferenze da una radio lontana spalancano le porte ad uno dei giri armonici di chitarra più famosi e splendidi del panorama musicale mondiale.

Delicatezza è la parola d’ordine quando Gilmour inizia a cantare l’assenza di qualcosa o qualcuno, quando ecco che la batteria detta il passo di questa canzone; un incedere lento e deciso a tratti sofferto, però mai spento.

“How i wish, how i wish you were here, we’re just two lost souls swimming in a fish bowl…(come vorrei che fossi qui, siamo solo due anime perse che nuotano in una boccia per pesci.)”.

Questo un piccolo assaggio del testo, non credo ci siano altre parole da aggiungere.

Un capolavoro.

Siamo in dirittura d’arrivo.

“Shine on your crazy diamond (part 2)” è la traccia conclusiva del disco, il prosieguo ideale della prima parte d’apertura del disco.

I tempi imposti dalla batteria di Nick Mason sono sempre riconducibili al blues americano, le tastiere e la chitarra si impennano sulla partitura in preda ad un “delirium tremens” musicale.

Come per magia tutto torna tranquillo e David Gilmour porta a termine il suo racconto senza deludere nessuno.

Lentamente il pezzo si abbandona ad una sorta di improvvisazione controllata, può tornare il sereno e in silenzio possiamo riporre il disco nella sua custodia.

Un’esperienza musicale quasi mistica oserei dire, per citare un vecchio slogan televisivo “provare per credere”.

Se non avete ancora ascoltato questo album, forse è venuto il momento di farlo!

Nel prossimo numero torniamo in Italia, a Marghera, per ascoltare le vicende di un altro gruppo della scena progressive rock, Le Orme.

A presto.

Claudio “Clay” Mangolini

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  • Published: 4 anni ago on 20 febbraio 2014
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  • Last Modified: aprile 20, 2014 @ 8:20 pm
  • Filed Under: Musica

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