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LA FUGA

By   /  20 febbraio 2014  /  No Comments

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Guardò la casa riordinata, mise le braccia conserte e, stringendosi addosso se stessa, abbozzò un sorriso amaro. Il bengalino singhiozzava, quasi avvertendo la sua malinconia: oppresso e solidale, non osava cantare a squarciagola. Gli versò il becchime nella gabbietta: “Prendi, piccolo. Mangia. Sei caro, tu. Se me ne andassi, ti porterei con me”. Lui cinguettò vivace. Fuori il giardino sarebbe presto rifiorito. Non lei. Che brillava come lo scoglio aspro, metallico e insidioso sulla riva del disprezzo. Era stato un matrimonio d’amore. Gli volava incontro all’appuntamento trasparente, le parole e gli sguardi di un solo unico senso, la totalità di un primo amore non precoce in una natura guardinga. Ai suoi baci e alla sua voce imperiosa si faceva morbida e obbediente.

Aveva il negozio, a quel tempo. La cartoleria sotto i portici del paese s’era rivestita di magia diventando il cofanetto vellutato dove lei dipanava di ora in ora i suoi sogni, l’attesa di un nuovo incontro, il vago progetto del futuro. Gli stessi colori della vetrina, dei giocattoli, dei libri e dei quaderni erano la festa che le rimbombava nel cuore. Poi l’aprile falso aveva portato un giorno…anzi una sera… S’erano già salutati, ma ecco, sul punto di sgusciare dall’auto, lui con un braccio l’aveva trattenuta, richiamata indietro e, avvicinato il viso nell’ombra, lui incapace di pregare: “Resta ancora”, l’aveva supplicata baciandole i capelli. Non aveva una voce felice, e lo sguardo era quello di un cane in ansia che il padrone lo sperda. Non era una tattica, ma certo fu la più efficace. La eccitò il suo bisogno di avere una donna e lasciò che fosse la natura a confondere e annodare le loro vite. “Lo amo”, si assolse; “Lo amo tanto”, e gli si offrì senza riserve, impreparata come la bellezza, il desiderio improrogabile e il momento inopportuno esigevano. E alla vita ladra bastò. Si accontentò del frammento, del boccone di tempo. Con pigrizia consumata e randagia si restrinse nello spazio disadorno di un pugno di tenerezza rubata, come un gatto nel brandello di un tappeto di lana, come un seme di viola nella crepa di un muro. Era incinta. Lo scoprì nell’angoscia del silenzio sospeso del proprio corpo, il silenzio della natura che annunzia catastrofi, l’appuntamento mancato col sangue. La vita comincia con un’assenza spalancata su un abisso sul quale una donna avanza cieca a indovinare il disegno del cielo, nascosto nelle sue viscere.

Attraversò il dubbio, la preghiera, il terrore dell’orfana nella sua bella e numerosa famiglia, la solitudine eterna che appartiene alla donna e fa l’uomo distante e superfluo alla ventura che ha determinato. Finché sentì spiccarsi dentro come un petalo doloroso la dolcezza struggente della pietà materna, che già trasformava il castigo in un premio irrimediabile. Sarebbe nato. La vita abbozzata si sarebbe compiuta anche se lui non lo avesse voluto, saputo. Ma lui l’amava, diceva di amarla, e la novità del figlio lo rese curioso, geloso. Il matrimonio sopravanzò veloce, senza condizioni né indugi, con il prezzo rotondo e conveniente di un saldo di fine stagione. Si esiliò nella casa di lui. Aveva lasciato il paese, la famiglia, il negozio, le rare amiche.

Non ricordava la prima offesa, la prima umiliazione, la prima sberla perché ogni volta aveva cercato di ignorarla, di scusarla con una propria immaginaria colpa. Negli anni la parete di vetro era cresciuta a separarla e a difenderla dal padre dei suoi figli. Era diventata inespugnabile. Aveva due segreti rimpianti: non aver saputo star sola con il bambino nella sua cartoleria sotto i portici; e non riuscire a pronunciare, dopo ogni volta, quella richiesta giusta che le pulsava e le moriva in gola: “Pagami”. Aprì la finestra e poi la gabbietta del bengalino: lui le saltò sul dito teso. In un attimo ebbe davanti il cielo, il giardino, il tutto e il vuoto. ” Va’! ” lo incitò. “Alla prima occasione morirai di libertà, ma almeno avrai volato. Va’…”

Valeria Amerano

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