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La madre dello sposo

By   /  20 gennaio 2014  /  No Comments

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Era una signora alta e filiforme, smagrita

dalla fragilità alle malattie, la finezza

dello spirito e gli studi che le

avevano disseccato addosso la carne.

Il viso era un manoscritto giallo di rughe

profonde in cui lampeggiavano gli

occhi intelligenti e, quel mattino, tristi:

si sposava, quarantaseienne, l’unico

figlio. Era come se quell’evento che

aveva atteso, augurato, pregato anni

per vedere compiuto si concretasse

ora con rapidità inopinata, con mille

dettagli trascurati ai quali, forse, proprio

in omaggio all’aspirata perfezione,

si sarebbe dovuto guardare con

maggior cura. Eccolo lì, al suo fianco,

ancora per poco, fino all’ingresso della

donna, l’adorato figliolo. L’altare

adorno, la chiesa fredda, la stagione

ostile. Sposarsi in gennaio era già per

lei, madre malata di polmoni, se non

una mancanza di rispetto, per lo meno

una rozza distrazione. Ma la sposa

tardiva, per compiacere la propria madre

impaziente, aveva voluto così.

Una sposa matura con un paio d’anni,

mal portati, più di lui. Una donna senza

apparenti qualità: non bella, non appariscente,

non arguta, non sensuale

(quasi fossero i “non” a delinearne la

scialba figura), silenziosa e inespressiva

al punto da lasciar sospettare che

la conversazione colta l’annoiasse e

tutto ciò che non concernesse l’ossequio

alla sua persona, in fondo, la ferisse.

Educata, sì, ma invidiosa come

le persone meschine e, sotto una crosta

di compostezza formale, superba.

Come se quel posto di insegnante di

tedesco in un istituto cattolico, gestito

da religiosi, assorbisse tutto il significato

del suo essere e il volume delle

sue ambizioni. Era dunque a completarsi

in questo crogiolo che lei e il marito,

con un’educazione attenta e liberale,

avevano portato il loro unico figlio?

Il figlio, due volte laureato, sensibile

e gracile come la madre, ora fremeva

e sudava nell’attesa della sposa

come un ragazzo che affronti l’esame

cruciale della vita; ed era come se tutte

le prove superate a scuola, i concorsi

vinti e le lodi in accademia cedessero

sotto una luce tagliente che lo

lasciava solo e nudo nell’affanno della

sua riuscita di uomo, quasi la sua indiscutibile

dignità dipendesse ormai

soltanto dalla bilancia di una donna.

Sensata, ma mediocre. L’aggettivo era

saltato fuori, ecco. Lo sentiva premere

come un sasso nello stomaco e

adesso, nel gelido splendore dell’altare,

nel profumo finale dei gigli e dei

gelsomini (non aveva mai fatto differenza

per lei il fiore reciso di una camera

ardente da quello radioso di una

sposa) proprio adesso, la domanda impropria

le sgorgava dentro con la violenza

di un urlo e l’impeto insopprimibile

della sincerità: perché aveva

desiderato tanto che il suo figliolo si

sposasse? La madre raccolse in fretta,

come aghi caduti da un agoraio, le ragioni

che volevano sfuggirle e spargersi

nel suo grembo in un momento

di confusa agitazione: ricordò di aver

voluto sempre la felicità del suo bambino,

di aver temuto per lui la solitudine,

e desiderato di cullarne il figlio.

Ma adesso, alle soglie del matrimonio,

quale di questi traguardi poteva dirsi

raggiunto? L’avrebbe reso felice la

moglie senza soffocarlo di richieste?

Avrebbe saputo rispettare quel suo bisogno

di dipingere che lo isolava

estraniandolo da tutto e gli rendeva la

gioia suprema di creare? E infine, quale

bambino sarebbe mai potuto nascere

da una donna visibilmente appassita

e difficilmente ancora fertile? Oltretutto

le sue

stesse convinzioni

religiose le

avrebbero impedito

di supplire

con la scienza alle

insufficienze

del suo corpo

sfiorito. Oh, se la

sposa avesse un

ripensamento, un

dubbio, un contrattempo:

qualcosa

che la trattenesse

e le facesse

cambiare idea o

che mettesse un

po’ di tempo in

mezzo, il tempo

di tornare indietro

e di disfare tutto!… La marcia nuziale

crepitò come ghiaccio intorno ai

suoi pensieri e la madre fu investita da

un’ondata di calore subito seguita da

un brivido di freddo; un lampo di flash

le rubò uno sguardo supplichevole

e vinto. Sorrise come le aveva insegnato

la vita e come si aspettava il figlio.

Una lacrima le tremò sulle ciglia

prima d’incanalarsi e perdersi nei fossi

delle rughe. Si accomodò nel banco,

accanto al marito. Che sorrideva

commosso e mansueto, docile ai morsi

e alle virate del destino com’era

sempre stato. In fondo un uomo non

può conoscere il tormento di una madre

che consegna il frutto della sua

carne a un’altra donna; un padre vede

e condivide l’approdo, la fine della pena

di dormire solo a quarant’anni e

quel po’ di tenerezza che può riservare

la vita – al riparo da furori e passioni,

che sono il gatto selvatico ricacciato

nel sottoscala dello sguardo di un

maschio; e ora il sorriso sereno del

marito invitandola a tranquillizzarsi le

mandava a dire: “E’ una ragazza fine

e giudiziosa. Fidati, è stata una buona

scelta.” Il vestito era una coppa rovesciata

di gelato alla panna, un’enorme

gonna di organza da principessa stagionata

sotto un bolero che copriva di

trasparenze una scollatura lombare alla

quale la madre sussultò: la schiena

nuda in gennaio! alla sua età! E a quella

vasta pianura esibita nei rigori dell’inverno

subito abbinò dolorosamente

la magrezza eterea del figlio: una

statua di Giacometti coniugato a una

femmina di Rubens, e si raccolse più

stretta nel cappotto di cammello con il

collo di volpe che l’avvolgeva. Sentiva

in bocca il

fiele del rimprovero

a se

stessa per i valori

che aveva

ricevuto, professato

e impartito.

Come negarsi

che un ragazzo

sbrigliato,

scaltro e a

suo agio nel

mondo avrebbe

saputo volgere

la situazione a

proprio vantaggio

e godere

della compagnia

di una

donna più adulta,

senza per questo sentirsi obbligato

a sposarla in chiesa? Troppe volte in

casa si era pronunciata contro le comode

e irresponsabili soluzioni dei

giovani che convivevano senza sposarsi,

perché il figlio obbediente e nobile

non propendesse ora per il più

onorevole e oneroso dei contratti! La

madre non riusciva a placarsi, la quieta

soddisfazione del marito la indispettiva

e se stornava lo sguardo dagli

sposi, era per seguire un vecchio santo

munito di lanterna che dall’affresco

di una cappella laterale l’aiutava solo

ad addentrasi nella parte più buia e

odiosa di se stessa. Ecco, davanti a lei,

sorgere da una spuma di tulle la destinataria

delle loro sostanze: gli alloggi

in città, la casa a Varigotti, il casale e

la vigna nel Roero. Anni di risparmi,

accorti investimenti e occhiuta amministrazione

dei beni ereditati dopo lunghe

e sollecite cure agli anziani di famiglia:

tutto spazzato e risucchiato ora

da quella sottana troppo ampia, ondeggiante,

pretenziosa e goffa. Aveva

creduto sempre di essere superiore a

queste considerazioni, e invece il matrimonio

della persona a lei più cara

veniva a scoprirle un’anima da bottegaia.

Del resto perché vietarsi un calcolo

che l’altra doveva avere fatto tra

sospiri, rossori e pudori, prima di lei?

La madre si passò una mano leggera

sulla fronte e tossì: era stanca. Sentiva

addosso la stanchezza delle cose ineluttabili,

l’impotenza dello sforzo, la

vanità di ogni disappunto. Non vedeva

l’ora di essere a casa per togliersi le

scarpe affilate che le assassinavano i

piedi. Sentì la voce emozionata del figlio

che prometteva, e lo rivide un attimo

bambino: quando davanti al fotografo

si tirava con due dita i pantaloncini

sui fianchi, come se indossasse

una gonnella da spiegare per una riverenza.

E la sua prima recita alle

elementari, quando per l’alta statura,

fra i compagni truccati da animaletti

del bosco, le maestre lo avevano vestito

da pino. Caro, caro… Com’era

stato sempre candido, buono e affettuoso…

Sperando che la sposa l’avesse

già capito, pregò perché in seguito

mai dovesse farlo soffrire e perché

questo matrimonio -non goloso, non

abbagliante e quasi sicuramente infecondo-

che lui aveva desiderato, gli

portasse, se non proprio la gioia inesauribile

che da romantico sognatore

si attendeva, almeno la fedeltà che meritava.

Restò in ginocchio durante l’eucaristia

e lasciò sfilare gli altri a ricevere l’ostia

in mano o sulla lingua dalle mani

del prete. Aveva voglia di uscire dal

quadro, di stare in silenzio tra le figure

minori con un senso piacevole e

sconosciuto di libertà, in pace per essersi

preclusa l’ipocrisia della comunione

dopo tanti pensieri poco cristiani,

ma intimamente suoi. Si raccolse

nella sua coerenza e si sentì confermata

nella dignità sotto la vernice fresca

degli sguardi che la circondavano.

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  • Published: 4 anni ago on 20 gennaio 2014
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  • Last Modified: aprile 20, 2014 @ 6:37 pm
  • Filed Under: Opinioni

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