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La leonessa

By   /  20 gennaio 2014  /  1 Comment

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 “Oggi accompagniamo al cimitero una leonessa”, sono le parole commosse di Gigi, le più adeguate, mi sembra, per salutare una Donna, Caterina Vercelli, la più anziana nativa di None, che ha chiuso con la sua vita una lunga pagina di storia, cominciata nel 1919. Scrivo, e mi costa pena e nostalgia perché so di aver perso in lei una persona che mi voleva bene. La sua famiglia era il prolungamento della mia, dei miei nonni materni, di mia madre, nella casa attigua. Come non esistessero muri divisori, ci lanciavamo voci attraverso le lobbie, i fienili, gli orti e i cortili; una parentela senza legami di sangue che al tempo della giovinezza dei nonni si era formata, consolidata e nutrita nella pura e semplice vicinanza: in quella condivisione profonda che una volta comportava l’abitare vicini. Sposalizi, parti, malori, decotti, bachi da seta, conserve, polmoniti, vini nuovi, veglie nelle stalle, figli soldati, lettere d’amore, estreme unzioni e vestizioni dei cadaveri: tutto era fra loro vissuto e partecipato nella sincerità della commozione, della gioia, del dolore e della consolazione. La mamma raccontava, io ascoltavo e quando andavo a None ritrovavo accanto ai miei nonni i Vercelli, vicini amati, che mi accoglievano come una loro bimba. Ricordo un mattino di luce, avrò avuto quattro anni, la lingua locale che scorreva agile nel sangue: afferro dal cortile un dialogo che avveniva di là, a voci spiegate, dalle stanze aperte, fra i due anziani Vercelli, padre e madre di Caterina – per noi, da sempre, la Rina.

Hasto bütala cla grana ëd bur?” voleva sapere la Tinota.

L’hai bütamla stamatin ant u cafè”. Non avevo bisogno di traduzioni. La moglie chiedeva che fine avesse fatto un rimasuglio di burro; il marito le comunicava tranquillo che se l’era messa al mattino nel caffè. Non so quando mi sia venuta voglia, la prima volta, di scrivere; ma so che mi fermai a ripetermi quelle due battute che mi divertivano da morire e contenevano qualcosa per me, già allora, di vero e di potente. Era la sensazione del teatro quotidiano che mi portavo dentro senza saperlo, e che andavo raccogliendo a casa mia e ovunque qualcosa di immediato e d’improvviso mi colpisse, come una rivelazione, affacciata sul mondo.

Caterina, la Rina, aveva una vitalità che ho conosciuto in poche altre persone e una risata fragorosa, di donna sana e arguta, un modo pittoresco d’incidere nel discorso le immagini: un’espressività totale e il dono del realismo che fa vedere attraverso le parole una cosa com’è – non come sarebbe più opportuno che fosse. 1919, anni duri per venire al mondo. E None non era diversa dai paesaggi della Malora di Fenoglio. La terra che assorbiva la vita e le forze di uomini e bestie. Bambini già addestrati alla fatica, all’uso degli attrezzi, a condurre e sorvegliare al pascolo animali; a badare ai fratelli. La Rina e mia madre, classe 1922, compagne di giochi, sghiarole e marode. “Mettevamo dei chiodi sotto gli zoccoli per scivolare meglio nel fosso ghiacciato lungo il vicolo Pietro Micca, e partivamo di corsa, una dietro l’altra; finché mio padre non si stufava, e prima di vederci con la testa fracassata andava a rompere il ghiaccio con quattro colpi di piccone. Ma il tempo di una notte: l’acqua ghiacciava e la mattina la sghiarola era di nuovo pronta”. E la maroda?, domando. “Oh, era andare a rubare le prime pesche, le prime ciliegie, quei frutti che non sono neanche maturi ma che i bambini cominciano ad avvistare, a tener d’occhio, a desiderare di giorno in giorno sull’albero proibito di un’altra proprietà, finché si arrampicano per la gioia di averli ancora verdi fra le mani”. Compagne d’asilo. Mia madre, più piccola, non arrivava a poggiare sul tavolo la testa fra le braccia piegate, come esigevano le suore, per il riposo pomeridiano. Allora la Rina la prendeva sulle sue ginocchia e, insieme mettevano la testa nel cerchio delle sue braccia. C’è tanta tenerezza in questa immagine che basterebbe da sola a giustificare, oggi, il pianto accorato di mia madre. Infanzie di lavoro, di poca scuola, di obbedienze, regole strette e desideri sempre più grandi delle tasche. Gioie fatte di niente. Vite già povere strapazzate da due guerre, contese fra la miseria lasciata dalla prima e il furto della giovinezza della seconda. La mamma diventa amara: “Ora di vivere, i ragazzi partivano soldati; noi avevamo le bombe sulle orecchie e bisognava allevare il vitello per la patria”. Ma la giovinezza preme, esplode nonostante la guerra, le ristrettezze, l’autarchia. È impossibile soffocare le sorgenti. Quel poco che resta s’illumina comunque dell’incanto della scoperta, i balli con l’orchestrina a San Lorenzo, gli appuntamenti, le confidenze degli amori. “La Rina era bella, aveva capelli che si arricciolavano sul dito, lavorava in fabbrica, comprava in città le scarpe con la zeppa, era un friciulin che sapeva vestirsi e portava bene tutto. Ammirata e corteggiata”.

Nati in quegli anni difficili, ne sono invecchiati parecchi. Cosa sarà stato a renderli forti, resistenti e tenaci? Il cibo povero e sano, la fatica non risparmiata fin dagli anni dei giochi, la durezza di esistenze che non abbiamo voglia d’immaginare né di sentirci ripetere? Saper riconoscere fra tante sventure una gioia, coltivarla per farla durare, ignorarne la pagina triste? “Avevano un’altra fibra”, di solito liquidiamo la faccenda così.

Oggi un’altra voce si è spenta, un altro numero di telefono non risponderà più. I vecchi a poco a poco si perdono, non riescono più a partecipare ai funerali dei migliori amici, restano soli nel ricordo del loro tempo e desiderosi d’incontrarsi in un’altra dimensione: senza dolore fisico, senza nebbie della memoria né obbligo delle pastiglie. Bisogna capirli. Non domandiamo mai ai nostri anziani: “Perché piangi?”

“Ho più amici di là che di qua” potrebbero risponderci, e sarebbe un vivo segno di lucidità.

 

Valeria Amerano

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1 Comment

  1. Vincenzo Antonio Ferraro ha detto:

    LA Leonessa un racconto molto commovente per chi lo legge con la memoria del cuore e per chi come me ha vissuto un’infanzia felice in un paesino con genitori nonni zii cugini e vicini meravigliosi. Leggere il tuo racconto e stato per me un tuffo nel passato grazie

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