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La signora Miriam

By   /  20 ottobre 2013  /  No Comments

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Nel condominio era poco amata; sempre sola, brusca, frettolosa. Andava e tornava affaccendata coi suoi borsoni della spesa, la sabbia per i gatti, nessuna concessione al vicinato bramoso di sapere, di introdursi in casa, nelle tasche e nella vita di chi tira dritto e camminando spesso non vede e non saluta: non per superbia, ma per il giogo che inchioda gli occhi ai passi. Quand’era venuta ad abitare nel caseggiato, molti anni prima, la signora Miriam era una cinquantenne non da balere né da sacrestie; una donna ombrosa che aveva passato la vita in ospedale vicino agli ammalati. Dell’infermiera le erano rimaste la poca femminilità, il vigore e l’assenza di ribrezzo. Forse le stesse qualità che da giovane avevano deciso il suo destino di ragazzona sana, generosa e ruvida, non ambita dagli uomini e riluttante a civettare. Un buontempone del quarto piano una volta in ascensore le aveva chiesto: “Perché non si sposa, Tota? è ancora una bella donna, può trovare”, con quel valore irrisorio che assume Tota in Piemonte, dopo una certa età: Tota è la signorina giovane che, matura, diventa un Toton, cioé una pulzellona speronata e mascolina. Lei lo aveva guardato di sopra agli occhiali: “E’ che gli uomini son stufa di vederli mosci”, aveva restituito con il taglio di chi è abituato all’ultimo capitolo della virilità in pigiama a righe. Quel modo ordinario di trattare e di parlare nascondeva però la grande sensibilità di chi è attratto dalla bellezza sapendo di non farne parte: una modestia, in fondo, un senso di autoesclusione immeritata. Aveva i suoi due gatti, la signora Miriam, che curava come due bambini. Li sapeva splendidi, e ne ammirava tutta l’eleganza. Li studiava fino a interpretarne l’anima. La vicina la sentiva comunicare con loro e ne rideva: “Parla ai gatti, e loro le rispondono! E quando lei telefona, fanno certi versi! Sembrano persone. Sono gelosi. Hanno paura che gli scappi la padrona!”. La odiavano per quei gatti. Capitava sempre che portando giù il sacchetto dei rifiuti la signora Miriam lasciasse cadere maldestramente un po’ di sabbia sugli ultimi scalini. Allora i vicini speravano che le bestiole morissero; o meglio: che lei se ne andasse ad affittare altrove, perché, se anche quei gatti le fossero morti, erano sicuri non sarebbe stata senza e ne avrebbe comprati o raccolti degli altri. Così la gente per bene a volte si accanisce contro le briciole di gioia di chi vive ai margini del mondo. Che la padrona di casa un giorno o l’altro la mandasse via, era il suo tormento. Perciò la signora Miriam era puntuale nei pagamenti e abbottonata nelle spese. Ingoiava gli aumenti dell’affitto senza protestare, ma la paura che prima o poi la richiesta diventasse insostenibile l’affliggeva come l’angoscia di un trasloco.  La dignità non le avrebbe permesso di sfruttare espedienti per aggirare o prorogare uno sfratto. All’infuori dei gatti non si permetteva lussi né svaghi. Non aveva mai avuto un’auto. Non riceveva in casa né usciva con amici o conoscenti. Raggiunta l’età della pensione, aveva continuato a lavorare. Da anni assisteva la stessa vecchietta, che campava grazie alle sue cure e al suo affetto saldo e rude. Erano invecchiate insieme diventando l’una la famiglia dell’altra, l’una la ragione di vita dell’altra: un’anziana che guardava una vecchia. La Miriam non osava ammalarsi per non mancare al suo impegno; l’altra si sforzava di rialzarsi a ogni caduta per non deludere la sua infermiera. La giornata della signora Miriam era uguale in ogni stagione: la mattina, verso le nove, lasciava la vecchietta dopo aver passato la notte con lei. Percorreva a piedi due chilometri ignorati dai tram; lungo la strada provvedeva alla spesa e, tornata a casa, nutriva di cibo e di amore i suoi gatti. Riordinava le camerette dove nessun vicino curioso aveva mai messo piede, si preparava un boccone di pranzo e, nel primo pomeriggio, rifaceva la strada al contrario con le borse della spesa pesanti e i giornali per la vecchia, che dal letto voleva ancora sapere che cosa capitasse nel mondo. Era in quel tratto che di solito la incrociavo: salutandola le sorridevo, e lei si fermava un momento a parlare. Mi chiedeva della mamma e di me, senza formalità, com’era lei; le parlavo di malanni accettati e giornate traballanti che non potessero suscitare un’ombra d’invidia; mi accorgevo che aveva interessanti nozioni di medicina, del corpo e di antichi rimedi capaci di dargli sollievo. In quel breve incontrarsi mi guardava  profonda dai grandi occhi azzurri. “I miei genitori”, mi disse un giorno, “erano gente più fine di me. Era una figlia come lei che avrebbero voluto, carina e aggraziata”.

“Ma cosa dice, signora Miriam?! Lei sa fare tante cose utili, sa aiutare gli altri, conforta i malati. La sua nonnina continua a vivere per merito suo”. Ma lei insisteva: “Io lo so. Sono sempre stata grossolana, anche da giovane. Ho deluso i miei genitori. Ero figlia unica, e non sono riuscita a essere meglio”. Se aveva bisogno di un numero di telefono, di un idraulico o di un elettricista, lo chiedeva a mia madre: “Siete le uniche persone della casa per me. Solo con voi dico due parole: gli altri non posso vederli”. Se ne andava sbrigativa, senza perdere tempo. Poi, per dimostrarci la sua simpatia, lasciava di fretta dei cioccolatini per me, i ciclamini o la stella di Natale per mia madre. Una volta mi sorprese regalandomi uno scoiattolino di peluche: un giocattolo costoso acquistato non sulle bancarelle delle imitazioni a buon prezzo, ma nella cartoleria sotto casa. Rimasi male sapendo che aveva speso molto per me, lei così attenta al risparmio e severa con se stessa. Quando suonavo al suo campanello per ringraziarla o ricambiarle un regalo, non mi apriva. Era in disordine, si scusava attraverso la porta chiusa, o mezzo svestita, pronta per il bagno. Al telefono le raccomandavo di non comprarmi più nulla. Ma a lei importava soltanto sapere avessi gradito il suo dono, se ne fossi contenta. Per farle avere un omaggio evitando le visite, ero costretta a scegliere oggetti piatti e sottili, che entrassero nella cassetta per le lettere. Alle soglie del Duemila le regalai un calendario con fotografie di gatti, di cui rimase entusiasta. Perfino i suoi mici, disse, si incantavano a guardare quei parenti sul muro. A ottant’anni la signora Miriam assisteva ancora la sua vecchietta: andava e veniva con le solite borse e l’andatura sempre più affaticata, più curva. Per strada borbottava da sola, i capelli corti tenacemente tinti di mogano, i piedi aggricciati nei sandali più comodi, il ritratto dei genitori racchiuso nel medaglione ovale della catenina.

“Quando si riposerà, signora Miriam? Si prenda un po’ cura di lei…”

Mi rispondeva col respiro affannato: “Non posso fermarmi. La mia nonnina s’è aggravata. Guai se non mi vedesse arrivare! Ma sono stanca, tanto stanca: lo sento”.

A novantanove anni la nonnina morì e la signora Miriam rimase all’improvviso libera del suo impegno, sola coi suoi gatti, le giornate vuote e i ricordi. Di colpo le balzarono addosso tutti i suoi anni e la coscienza, fino a quel momento ricacciata, di essere amata da nessuno, inutile e vecchia. La padrona di casa avanzò nuove esose pretese. La perdemmo di vista. Per l’indifferenza vergognosa e annoiata che impasta e separa tutti in un palazzo, ci si accorge solo dopo qualche giorno di chi manca all’appello, forse più per il vantaggio derivato dall’assenza che per il piacere mancato della presenza. L’androne era più pulito. Sulle scale non c’era più traccia di sabbia o segatura, segni certi del quotidiano passaggio dei rifiuti dei gatti. La signora Miriam era partita. Qualcuno l’aveva vista caricare una valigia e gli animali sull’auto di una conoscente. Mi augurai per il suo bene una vacanza, anche se forse mi sarei aspettata un saluto o almeno un accenno alla partenza nella nostra ultima conversazione. Non era passata più di una decina di giorni dall’ultima volta che l’avevo vista, quando lessi dell’incidente in uno di quei marginali articoli di cronaca. La signora Miriam, durante una gita con un’amica, aveva perso l’equilibrio ed era scivolata nella Dora. Trascinata per circa duecento metri dalla corrente gonfiata dalle piogge d’aprile, era stata tratta in salvo e trasportata da un elicottero in un ospedale della provincia. Rilessi nell’incredulità il nome, il cognome e la residenza scritti sul giornale: non riuscivo a far coincidere la persona che conoscevo con la protagonista della disavventura. Con difficoltà provavo a immaginare quale passione naturale potesse averla spinta tanto vicina alle acque da caderci dentro alla prima vertigine. Cercai sue notizie presso l’ospedale: le stavano curando la polmonite. “E’ stata una disgrazia,” mi disse con un filo di voce. “Se guarirò mi porteranno in un’altra casa di cura. Le farò sapere. Venga poi a trovarmi là”.

I nipoti della vecchietta che aveva assistito si stavano occupando di lei. I gatti erano sistemati. Non sarebbe più tornata a vivere nel vecchio condominio. Era deciso. Alcuni mesi dopo la ritrovai a pochi passi da casa. “Non mi riconosce?” disse distogliendomi all’improvviso dai pensieri che m’incatenavano lo sguardo. “Signora Miriam!”. Non mi aspettavo di vederla lì. L’abbracciai. Lei si commosse. Stava bene. Aveva i capelli corti candidi e il viso tondo riposato, finalmente. Andava a ritirare la pensione. La invitai a salire, ma rifiutò: “Mi fa male rivedere il posto dove ho abitato tanti anni. Venga lei con la mamma, là dove sono adesso”. Mi annotai l’indirizzo della casa di riposo, quarto piano, stanza dieci, zona Regio Parco, la città da attraversare. “Domani vado al mare con la mamma,” dissi. “Ci vediamo al ritorno, fra una settimana”. “Mandatemi una cartolina,” formulò con desiderio. Volentieri. Ci separammo per strada, lei con la sua fretta, io con il mio stupore commosso. Rimasi ferma sull’angolo a guardarla andar via. Lei si voltò ancora due volte a chiamarmi, a salutarmi. Le mandai ampi saluti con le mani e baci nell’aria.

La stanza della signora Miriam era calda e piacevole: le era stato permesso di collocare un’angoliera e una console di famiglia insieme a quadri e piccoli oggetti che avevano fatto parte del suo mobilio personale. Una coppia di diamantini australiani vivacissimi le facevano compagnia da una gabbietta a lato della finestra. Infilata nella cornice dello specchio del comò, vidi la cartolina che le avevo spedito dal mare; e, appeso ad un chiodino, il mio vecchio calendario dei gatti con l’anno ormai trascorso da anni. Mia madre non mi aveva accompagnata. All’ultimo momento non se l’era sentita: a causa dei reumatismi, aveva detto lei; per non vedere un posto dove vanno ad aspettare la morte i vecchi orfani dei figli, pensavo io. La signora Miriam mi presentò con orgoglio alle assistenti, alla segretaria, alle nonnine che incontravamo lungo i corridoi; una  di centodue anni accennò a gorgogliarmi un pezzo d’opera. Mi portò a visitare la palestra, la cappella e il refettorio. Ero contenta di saperla in un luogo familiare, pulito e arioso, in una camera ampia e accogliente, con le sue cose care intorno, gli uccellini che cantavano tutto il giorno e qualcuno che badava a lei. Eravamo sedute davanti alla finestra, da cui si vedeva bene la basilica di Superga, quando abbassò la voce: “Non lo dica alla mamma, perché le farebbe male. Non sono scivolata nel fiume: l’ho fatto apposta. Volevo che finisse… Non so… il Signore non mi ha voluta… Forse non era la mia ora… E’ stato tanto brutto… Ma adesso sto bene qua… Non lo dica a sua madre… Verrà ancora a trovarmi? Me lo farà sapere prima?”

 Promisi tutto ciò che mi chiedeva. Uscii col cuore gonfio. In fondo, dentro di me, io lo sapevo. Lo avevo sempre saputo. Avevo solo cercato di ignorarlo. Aveva provato ad uccidersi e non era riuscita. Il fiume l’aveva risputata viva dopo duecento metri. Non era per lei che piangevo, per il suicidio tentato, ma per essere stata giudicata degna di ascoltarlo, degna di accogliere un dolore così grande.

Valeria Amerano

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