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Sergio Caputo – Un sabato italiano

By   /  20 settembre 2013  /  No Comments

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Eccoci qui sulle pagine de “Il Mondo di None”, dopo i mesi estivi e afosi, finalmente una leggera aria nuova è tornata a soffiare sopra le nostre teste.

Speriamo che qualcosa inizi a cambiare magari con l’aiuto della musica.

Come vi avevo detto nel precedente numero, oggi vi racconto la storia di un personaggio un po’ anomalo della scena musicale italiana, Sergio Caputo.

Sergio Caputo nasce a Roma il 31 agosto del 1954, sin da piccolo si avvicina alla musica; con alcuni amici, all’età di sedici anni, forma la sua prima band di cui è chitarrista e cantante e si esibisce in piccoli festival organizzati dalle scuole.

Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di architettura, abbandonandola poco dopo per dedicarsi alle attività figurative.

Nel 1978 incide un 45 giri “Libertà dove sei/Giorni di festa” per una piccola etichetta indipendente e si esibisce saltuariamente al Folkstudio di Roma.

Lasciata la capitale verso Milano, Caputo si dedica alla carriera di art director nel settore pubblicitario, parallelamente all’attività di cantante.

Il successo arriva nel pieno degli anni ’80, quando incide per la CGD l’album “Un sabato italiano”, qui, si nota la sua verve e il suo stile unico, il marchio di fabbrica Caputo.

Swing anni ’50, mambo e jazz fanno da base a testi ironici, tenendo sempre come riferimento maestri come Cole Porter e Fats Waller.

Negli anni a seguire escono dischi degni di nomina come “Italiani Mambo” che lo porterà anche a partecipare al Festivalbar, inoltre, collabora con Adriano Celentano alla traduzione in inglese di una canzone di un gruppo olandese…la celeberrima “Susanna”, ebbene sì, il testo è opera di Sergio Caputo.

Sul finire degli anni ’90 Sergio Caputo decide di trasferirsi in California, dove tutt’ora vive e lavora sempre a ritmo di jazz.

Il disco di cui voglio parlarvi è “Un sabato italiano”, buona lettura e buon ascolto.

“Un sabato italiano”

 

Una foto di Sergio Caputo ritratto davanti a un bar, che ai tempi dell’uscita dell’album si trovava in Piazza Cavour a Roma, è la copertina di questo suo primo lavoro.

Sul retrocopertina ci sono indicati una serie di cocktail abbinati a ciascuna canzone e relative ricette, in alcuni casi sono anche nominati nelle dieci tracce.

“Bimba se sapessi” è il brano di apertura del disco.

Ritmo swingato, voce da viveur e testo ironico sullo stile di vita un po’ randagio e “senza cuore” del cantante di jazz.

Poco prima dell’uscita del disco il pezzo aveva un altro titolo, “Citrosodina”, proprio il nome del famoso digestivo; Caputo riceve una telefonata dalla casa produttrice del suddetto farmaco che lo invita a modificare alcune parti del testo.

Pubblicità non poco occulta? (n.d.A.).

Logicamente il titolo viene cambiato e di conseguenza il resto della canzone.

Un grande inizio per chi fino a qualche giorno prima si occupava di comunicazione commerciale.

“Io e Rino” rimane sempre legata alle tematiche musicali del jazz per raccontare una semplice storia di scorribande notturne fra amici.

La terza traccia, “Mettimi giù”, sembra un piccolo quadro naif, un collage di frasi per una canzone bislacca. Caputo è anche questo.

“E le bionde sono tinte”, sembra scritta insieme a Fred Buscaglione, forse per via dell’atmosfera fumosa cantata o per merito/colpa della bellezza criminale che, come nelle migliori favole, non è altro che apparenza.

Siamo giunti a metà del disco.

Vi è venuta voglia di correre a cercare questo disco? Spero proprio di sì!

Con “Cimici e bromuro”, ci spostiamo sulla riva della musica acustica, una chitarra arpeggiata introduce una storia di vita militare.

“…guarda che mi tocca sopportare, sbarre alle finestre cimici e bromuro, questa qui è la neuro militare…”.

Tempi andati per tutti o quasi.

La traccia numero sei porta il titolo del disco, “Un sabato italiano”, ai tempi ebbe un discreto successo.

Qui la Roma di felliniana memoria si unisce a vari sentimenti, creando una bella fotografia da ascoltare e immaginare.

“Mercy Bocu”, fu depositata da Caputo proprio con la grafia sbagliata, mossa commerciale e radiofonica. Forse si poteva ricordare meglio “mercy bocu”, piuttosto che “merci beaucoup” con la corretta scrittura francese.

Semplice storia di un amore andato male, serenata del single che cerca conforto in mezzo alla normalità della città.

L’ottavo brano è “Week end”, i binari sono sempre quelli del moderno swing, il racconto è quello di un uomo solitario e sembra quasi un’introduzione a “Night”, la penultima traccia del disco.

Qui il nostro eroe si ritrova in un locale dopo aver vagato per la città e ci racconta cosa succede all’interno di questo posto “proibito”.

“Spicchio di luna” è la degna conclusione di questo disco.

Dopo aver gozzovigliato, girovagato, Caputo o chi per lui si ritrova a dover fare i conti con i propri sentimenti.

“…ne approfitto per fare un po’ di musica…” è una dedica verso l’occhio celeste del cielo.

Che ne dite? Piaciuta questa immagine scritta di Sergio Caputo? Spero di sì!

Nel prossimo numero vi parlerò di Alberto Radius, chitarrista della Formula 3, Lucio Battisti e molti altri, ma anche autori di dischi solisti davvero interessanti.

Per qualsiasi informazione, critica o suggerimento, non esitate a contattare la redazione de “Il Mondo di None”.

Alla prossima.

Claudio “Clay” Mangolini

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  • Published: 4 anni ago on 20 settembre 2013
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  • Last Modified: aprile 20, 2014 @ 2:59 pm
  • Filed Under: Musica

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