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Milla

By   /  20 settembre 2013  /  No Comments

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Racconti

Camminava strusciando le ginocchia e le cosce mentre i piedini corti e piatti vacillavano sui tacchi alti. Aveva l’andatura faticosa e pericolante di chi fa più strada con le braccia che con le gambe. Era piccola, burrosa e molliccia, fasciata in quegli impermeabili di tela cerata nera che usavano nei primi anni Settanta, un’alta cintura dalla fibbia dorata stretta intorno alla vita sottile e, subito sotto, i fianchi larghi. I pochi capelli biondorossi, massacrati dai trattamenti per schiarire, arricciare, stirare, infoltire scendevano sulla fronte intelligente a scolpire una frangia che si addiceva alla monella di rango che era e alla violina che, all’occasione, interpretava. Non riusciva ad essere puntuale; il ritardo faceva parte di lei come un carattere somatico: così come uno ha gli occhi neri, il sedere basso o l’alluce a martello, lei arrivava ultima. In aula era già calato il gelo, la professoressa aveva già scritto sul registro il nome degli assenti e noi sapevamo che, se avessimo potuto arrischiare uno sguardo in strada, avremmo visto un taxi precipitarsi davanti al portone della scuola e la nostra compagna Milla rotolare fuori in quella goffa fretta che non le apparteneva, infagottata nei suoi vestiti aderenti, la borsetta aperta, il portafoglio che cadeva a terra, i libri in braccio tenuti insieme dalla cinghia d’elastico e il vasetto di yogurt pronto a sgusciare dall’astuccio delle penne. Sentivamo i tacchi risuonare nel corridoio silenzioso. Avevamo il cuore in gola per lei. Ma il suo non era il passo di una persona incerta, neppure a sedici anni: piuttosto quello di una che crede in se stessa. Bussava alla porta dell’aula e noi ci preparavamo al primo numero della giornata. “Avanti”, pronunciava in falsetto l’ottima insegnante, cinquantenne nubile che arrivava in aula prima di noi, abituata agli orari delle domenicane con cui si era ritirata a vivere con l’anziana madre; e Milla compariva: umile, educata, persuasiva e faconda. Ogni volta una nuova scusa completa di dettagli logicissimi: il malore del padre, l’incidente sul tram, l’investimento di un cane, il borseggio alla fermata, la sveglia inceppata. Ogni giorno una prova della scuola di recitazione che frequentava -senza troppo talento per il palcoscenico, ma più che sufficiente per il nostro liceo. Con l’altra metà della faccia, ghignante, veniva a prendere il suo posto, vicino a me. Si sintonizzava subito con l’argomento per intervenire alla lezione con quei contributi interdisciplinari che confermavano la cultura familiare, le sue buone frequentazioni, e struggevano di gioia l’insegnante: piazzato al momento giusto il suo Stabat Mater, il pensiero di Seneca o il richiamo giottesco in pieno Inferno, Milla poteva finalmente respirare e cominciare ad estrarre il nécessaire per completare la toeletta di Venere che aveva dovuto interrompere a casa per venire a scuola. Accatastava i libri nell’angolo vulnerabile del banco, vi apriva la conchiglia dello specchietto, con una piccola spinta alla spalla della compagna seduta davanti otteneva la copertura laterale e, un occhio al trucco e l’altro alla cattedra, eseguiva i ritocchi nascondendo nel palmo polposo ombretti e piumini. “Meglio opaco o perlato?” mi faceva voltandosi perché la guardassi. Io le lanciavo un sguardo ridicolo e con due dita imitavo le forbici: “Taglia”. Ma Milla insisteva: “No, dai…” Perlato, dovevo rispondere alla fine. “I ragazzi mi trovano figa… Dipenderà dal seno, credo”. Era possibile. Aveva due meloncini danzanti appesi al modesto baldacchino delle spalle. A quel tempo aveva chiuso la storia con un mezzo medico per uscire? ripiegare? (non l’ho mai capito) con Giangi, da lei affettuosamente detto Topone. Qualche volta Topone la mandava a casa con un succhiotto oblungo violaceo sul collo, e allora per un paio di settimane Milla veniva a scuola con la sciarpina di chiffon per coprire quello che amava definire il mal di Isadora. Topone era basso e corpacciuto, aveva una bella testa risorgimentale, capelli neri incolti ondulati, barba arruffata, colorito sano, il piede vasto lungo e rilassato del maschio che sa prendere la vita con calma a letto e fuori. Lei rappresentava la buona borghesia colta e senz’affanni economici finchè non s’indebita; lui il popolino ignorante, accorto e risparmiatore. A casa di Milla si respirava l’arte: la madre suonava Chopin, il padre era gallerista, la governante faceva una cioccolata degna della migliore tradizione torinese, il gatto persiano Barabba ti si strofinava alle gambe mentre Milla ti leggeva Aragon e Prevert. Ma se passava la domenica dalla famiglia di Topone, tutt’al più Milla tornava a casa con qualche barzelletta sconcia, che la faceva tanto ridere solo perché era innamorata di lui. Sia Giangi che il mio ragazzino di allora frequentavano (con scarso profitto) le scuole tecniche, e noi pensavamo di fare con loro soltanto un po’ di palestra. Le cose andarono diversamente. L’addio che non riuscivo a dare al ragazzo troppo affettuoso e soffocante non venne mai da lui, come segretamente speravo per guardare oltre. Mi fu negato di andare a vivere da sola quando, sia pure giovanissima, fui in grado di guadagnarmi la vita. Perciò, con onesta pietà e un vivissimo senso di colpa per l’ansia di libertà che mi rodeva, mi caricai sulle spalle il peso morto del ragazzo fedele che non potevo lasciarmi dietro, e percorsi con lui tutta la strada che non avrebbe saputo fare da solo per superficialità e sfiducia: scuole serali, domande di lavoro, corsi di aggiornamento. Invitai Milla al mio matrimonio. Lei aveva proseguito gli studi; con la libertà che le avevano sempre lasciato i suoi genitori avrebbe potuto vivere ovunque, viaggiare e infischiarsi di ogni regola. Lei invece, come una missionaria del proprio orgoglio, aveva impiegato anni a raffinare Topone, a educargli il gusto, a mandarlo all’università, a promuovergli tutte quelle abitudini un po’ snob che lo avevano trasformato in un adepto edulcorato che parlava e si muoveva come lei. Non si capiva mai se recitassero e se fossero veri, in quel minuetto di attenzioni e cortesie melliflue di cui si circondavano. Erano laureati e pensavano vagamente di convivere quando avvenne l’incidente d’auto che la lasciò ustionata e storpia. Uscì irriconoscibile dal miracolo; e con un proposito fermissimo: sposarsi al più presto e avere figli non appena i medici, completate le loro ricostruzioni, glielo avessero permesso. Alle nozze Topone aveva un’aria dolce e malinconica, chiuso in quell’abito un po’ giusto per la pancia incipiente; Milla, sfiorata dalla morte, si abbarbicava al suo sposo con la delicatezza e la tenacia di un glicine, decisa a riscuotere con un impegno a vita gli anni di dedizione e salute che gli aveva consacrato in un’adolescenza appena dietro l’angolo, eppure già lontana la vastità di un abisso. Era il traguardo e l’epilogo di un amore cominciato per gioco a sedici anni. Per fortuna a quell’età non si conserva memoria di ciò che si sarebbe voluto o dovuto fare il giorno che si è andati ignari incontro al caso. La memoria fredda e chiara delle circostanze che hanno forgiato il destino appartiene agli anni delle conseguenze. Nessuno avrebbe osato discutere l’opportunità o la necessità di quel matrimonio: confessare a se stessi che forse sarebbe stato meglio lasciar perdere, bastava a sentirsi meschini. E tuttavia… A osservare bene le foto di quel giorno, nella solennità fredda e pietrosa della chiesa romanica, aleggiava sul volto dei presenti una commozione attonita, un’espressione muta incatenata ad altri pensieri, estranei ai sorrisi profusi da ognuno.Tutto scivolava verso il compimento: la leggerezza spensierata degli anni restava chiusa fra le pagine di Prevert e Aragon; la baldanza di una passione giovanile approdava, dopo metamorfosi e disgrazie, ad un patto lungo quanto la vita. E se Topone non aveva trovato la forza di dubitare, di balbettare un’incertezza prima delle nozze, era difficile che riuscisse a parlare dopo. Il matrimonio che si celebrava aveva il diritto di un grande amore e il rovescio di un sublime sacrificio.

Venne per me l’amore, quello vero, e mi travolse. Chiesi a Milla di accompagnarmi a vedere una piccola casa per me sola, dove spezzare legami già sciolti dall’acido del tempo. Le fissai l’appuntamento mezz’ora prima per vederla comparire puntuale mezz’ora dopo. Sul punto di suonare il campanello, la mano grassoccia che a scuola svettava per rispondere e nascondeva rossetti si fermò sul mio polso: – Da amica, devo dirti… Temo sia un uomo piuttosto instabile… Non vorrei che tra due o tre anni tu ti ritrovassi sola.

Aveva gli occhi bassi e la voce grave dei momenti migliori. – Grazie, Milla… E’ proprio come dici tu… Ma ne vale la pena. Due o tre anni sarebbero già tanti… Durerà quanto la mia pazienza.

Abitavo ormai in una casa mia, intrisa delle mie abitudini e del mio odore, comoda e trasandata come una ciabatta, quando un pomeriggio, all’improvviso, venne a farmi visita Milla. Me la ritrovai davanti in un abitino di velluto nero a vita bassa, come le ballerinette del charleston ma con qualche taglia in più. Aveva lasciato il bambino da sua madre ed era venuta a lamentarsi di Topone, che per la prima volta in tanti anni aveva dimenticato il loro anniversario. Non un fiore, un regalo, un profumo, due righe per la data del varo di una storia che ancora durava, cementata dal bimbo. Non avevo parole. Ma sentivo di avere nella sorpresa una faccia ridicola. Dunque Milla teneva ancora a queste inezie. Feci bene attenzione a non ferire ancora di più la sua sensibilità. Presi debolmente le difese del colpevole, minimizzai sull’accaduto, mi dissi sicura che prima di sera avrebbe rimediato. C’era dell’altro. Da tempo telefonava a casa una donna insultando, farneticando, minacciando… una che non si sapeva perché si accanisse con il loro numero di telefono né come lo avesse avuto… forse lo scherzo di una tintoria che una volta aveva eseguito male il lavoro… Insomma: se Milla non si fosse fidata ciecamente di Topone, ci sarebbe stato da sospettare della sua condotta. E la suocera poi! Sempre pronta a rimarcare il loro tenore di vita dispendioso, i trasferimenti, i traslochi: come se Topone cambiasse lavoro solo per mantenere i lussi a Milla e non piuttosto per promuovere le proprie ambizioni professionali. In capo a un’ora avevamo rivoltato gli stracci dei nostri matrimoni; lei mi aveva descritto candidamente situazioni e consuetudini che alla mia esperienza apparivano come la fine certa dell’amore. “Sai qual è stato l’errore in quei banchi di scuola?”, m’ero limitata a considerare, “fare le cose prima di desiderarle”. Ed eravamo tornate ciascuna al nostro posto, convinte: io nella mia vita dirupata di single, Milla nel suo ruolo di sposa e di madre.

La persi di vista dopo il secondo tribolatissimo parto: una femmina, stavolta; e passarono gli anni. Il suo nome sparì dalla guida telefonica della città insieme a quello dei pochi parenti che avrei potuto rintracciare. Quando la pensavo, mi tornava un affetto fatto di tenerezza e nostalgia; Milla era nei miei ricordi la polpettina morbida e maldestra che combinava guai nelle cose pratiche, e arrivava dritta al cuore di un problema con la profondità dello sguardo. Quando mettevo insieme il mosaico di me stessa, mi mancava una tessera per rivedere intera la mia immagine: lo spazio vuoto erano gli anni di Milla. Per riconoscermi fino in fondo avrei dovuto vedere sul suo viso i miei cinquant’anni. Mi accadeva di sognarla: doveva correre e non poteva; mi passava l’ennesima versione di latino; mi faceva tornare in taxi dal corteo degli studenti perché aveva male ai piedi; era in difficoltà, pallida e sofferente, e mi chiedeva aiuto.

Dopo lutti, addii, rivoluzioni e assestamenti, mi raggiunse un giorno una telefonata: Milla. Aveva vissuto a Parigi, a Londra, ad Amsterdam; era stata malata, era guarita e voleva festeggiare le nozze d’argento nella stessa chiesa dove venticinque anni prima aveva sposato Topone. Ero invitata alla seconda edizione delle loro nozze. Ritrovai sui declivi cuneesi pennellati di primavera la chiesa romanica con il suo hortus conclusus e mi misi in attesa della mia compagna di banco. Cercavo, fra le persone che arrivavano via via, il volto amico; riconoscevo qua e là una vecchia madre, una suocera, un fratello in compagnia di sconosciuti. Di Milla neanche l’ombra. Curiosità e emozione mi accendevano all’arrivo di ogni auto sul piazzale. Ed ecco a un tratto, da una Mercedes argentata, scendere la mia amica. Veniva avanti timida in un tailleur a redingote nocciola e arancio, l’equilibrio incerto sui tacchi alti; ecco i suoi piedi, finalmente! Uno scopetto di capelli tirati su a ciuffo di ananas cadenzava il passo vacillante, una frangia sforbiciata ad arte cadeva sulla fronte; si vergognava ad essere osservata, si era mantenuta giovane, sembrava ancora una ragazzina. Guardava verso di me, come in un sogno, e non mi vedeva. Le andai incontro: – Milla!

– Sono la figlia, – disse come a scusarsi. – Non La conosco, signora…

– Ero la compagna di banco di tua mamma – balbettai, e mi sentii stringere la gola. Allora, per la prima volta, in un colpo, vidi i miei cinquant’anni. La distanza tra il viso pulito e inesplorato della ragazzina e il ricordo che serbavo di sua madre e di me giovani, tutto ciò che lei non sapeva di noi nei nostri banchi appaiati e quel che era venuto dopo, erano la mia età. Come avevo potuto cancellare gli anni, illudermi e credere per un attimo che fosse lei la mia Milla appena scesa dal taxi con una favola pronta sulla lingua, sul punto di bussare?! Poi qualcuno gettando in alto il mio nome mi abbracciò, e in quel guanciale di carne imbrigliata di busti e avvolta di chiffon rosa, ritrovai Milla. Mi chinai sotto il suo cappello di crine, piumette e rose sfatte a baciarla, a rivederla. Avevo riconosciuto più facilmente sua madre e sua suocera. Topone era diventato un frataccio rubizzo e ingrigito. Il freddo della chiesa profumava di calle, lilium e gelsomino; risuonò per la seconda volta la marcia nuziale, mentre i due voluminosi cuscini immacolati dell’altare si sgonfiavano sotto le ginocchia degli sposi. Visti da dietro Milla e Topone sembravano un quadro di Botero. Erano perfetti così, in quella pinguedine soffice e leggera che li trasportava in alto. Tra gli invitati si parlava italiano, inglese e francese e Milla passava da un tavolo all’altro a conversare fluidamente nelle lingue dei paesi che aveva attraversato.

Sua madre, che ora abitava nel monolocale ereditato dalla vecchia governante, ci suonò Chopin e Gershwin; il figlio di Milla recitò per i genitori i cari versi di Neruda, Prevert e Aragon. Una vecchia compagna della scuola di arte drammatica di Milla interpretò con enfasi spiritata il dialogo fra Giulietta e Romeo nel giardino dei Capuleti sfogando in quell’interpretazione tutto il talento che il teatro non aveva mai saputo riconoscerle. Non fu letto il solo pensiero che meritava essere citato. Della Duras: “Presto fu tardi”. Fra gli applausi, le dediche, le parole appassionate, il dolce calvario dei ricordi, gli ottimi vini e il cibo, Topone s’era allentato la cravatta e il suo sguardo ogni tanto fissava assente un punto, qualcosa che solo lui vedeva: il cerchio della sua vita, i suoi salti mortali alla scadenza delle rate, la traccia sana di sé nei figli, gli amori segreti calpestati che si allontanavano da lui come corpi celesti in moto retrogrado. Come avrebbe potuto, sembrava domandarsi, avere una vita diversa da quella che era lì a celebrare? Era commosso e rassegnato. Con Milla rivisitai le vecchie memorie di scuola, la galleria dei professori, la buona governante, il gatto Barabba. Ero felice di averla rincontrata. Ma il mio cuore restava appeso alla ragazzina confusa il primo istante con Milla. Vedevo in lei, uguale alla mia compagna di un tempo, il mio ritratto, la mia giovinezza sfumata, le occasioni perdute. E ridevo, ridevo silenziosamente di me: del mio desiderio riposto di avere ancora una volta un uomo giovane, prima di ritirarmi in buon ordine.

Valeria Amerano

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