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Un coinvolgente e suggestivo incontro con il biblista “marrano” Paolo De Benedetti

By   /  29 luglio 2013  /  No Comments

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Gesù l’ebreo appare negli occhi di un cane che muore

Occorre ringraziare Roberto Cerchio e la parrocchia di None per la preziosa opportunità dell’incontro con Paolo De Benedetti, che giovedì 20 giugno, di fronte ad una platea numerosa e attenta, ha presentato la proposta: “Quale Gesù? Una prospettiva marrana”. E nel termine “marrano” sta una delle chiavi di lettura del suo pensiero, perché tale si definisce Paolo De Benedetti. Chi erano i marrani? Tale appellativo fu utilizzato in modo spregiativo a partire dalla fine del XV secolo per designare gli ebrei della penisola iberica (Spagna e Portogallo), convertiti al cattolicesimo, spesso con la forza, che ciononostante proseguirono nella pratica clandestina della fede giudaica. I marrani furono anche definiti nuovi cristiani.

Quando gli chiedono a quale religione appartenga, afferma di dividersi equamente tra cristianesimo ed ebraismo: cristiano la domenica, un po’ l’uno e un po’ l’altro nei giorni feriali.

è difatti ebreo per parte di padre (la sua famiglia, poi trapiantatasi in Piemonte, ha antiche origini catalane), cattolico per parte materna. Con la sua voce piana, ma non fiaccata dall’età, espone le sue tesi, che ben combinano insieme la conoscenza della Bibbia, nonché della mistica ebraica della Qabbalah.  Tale impasto diventa suggestivo per un orecchio agnostico come il mio. Provo a fare una sintesi del suo pensiero, scusandomi dell’approssimazione: prima di Dio non c’era nulla che lo potesse definire. Partendo dal presupposto che l’Io acquista senso soltanto se c’è un Tu,  Dio ha bisogno di una realtà con cui confrontarsi, e quindi crea la vita, ovvero il popolo (quello ebraico), che in modo estensivo può anche essere inteso come l’insieme degli esseri viventi. E quando Dio ha realizzato il mondo, lo ha fatto “purché tenesse”,  secondo un’interpretazione ebraica. Il creato, però, non ha retto, nel senso che, non essendo un oggetto, mostra la capacità di prendere delle iniziative. Così la prima coppia umana, Adamo ed Eva, si imbatte immediatamente nel peccato ( quello originale) e di conseguenza non favorisce la realizzazione di quel “tu”, di cui Dio aveva bisogno. De Benedetti a questo punto interrompe il filo del suo discorso ed estrae dal suo cilindro di arguto incantatore una storiella, che si rifà all’umorismo ebraico, ovvero quella che vede protagonista Eva, nelle vesti di moglie gelosa, intenta ogni sera a contare le costole di Adamo dormiente, per verificare che non abbia a che fare con altre donne nelle sue sortite.

Ma riprendiamo il filo che si dipana sapientemente dall’esposizione del biblista“marrano”.

Abbiamo visto che il Creatore non è soddisfatto di quanto ha creato e in un certo senso deve ricominciare daccapo. Dalla sua mente emerge quindi la seguente consapevolezza: certamente presso il suo popolo ne sarebbero accadute di tutti i colori, ciononostante non gli è possibile perderlo di vista e abbandonarlo, dal momento che il suo disegno primordiale prevedeva per l’appunto la creazione di una moltitudine con la quale rapportarsi. Nel cuore di Dio nasce così il bisogno di “immolazione”, ovvero che qualcuno si sacrifichi per la salvezza dell’uomo. Per i cristiani è Gesù, per gli ebrei è la Divina Shekhinah, che in modo approssimativo significa “Presenza di Dio”. Per farla breve, Dio, per il senso di corresponsabilità che ha nei confronti del Creato, ha voluto fare in Gesù l’esperienza della condizione umana: della fragilità, della disperazione e della morte dell’uomo. De Benedetti termina il suo intervento ricordando Cristo moribondo sulla Croce, colto nella sua estrema disperazione (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”).

Gesù, il Figlio, in questo modo testimonia di non sapere che sarebbe risorto e, pur prossimo a diventare preda di una morte onnivora, ha tuttavia una pervicace fiducia nel Padre.  Vorrei anche ricordare Paolo De Benedetti come autore della “Teologia degli animali” (Ed. Morcelliana), dove egli esprime l’amore, il rispetto e la tenerezza per gli animali, che egli definisce nostri fratelli minori. Ricordo del suo libro il commosso commiato alla sua gatta: “Spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia […]; sognerò un cuscino perché vi si possa accomodare, e una foglia di rabarbaro per l’ombra”. Gabriella Caramore, curatrice  di “Uomini e Profeti” (trasmissione radiofonica di Rai Radio 3 fatta di felici intrusioni nel mondo delle fedi umane e del dialogo interreligioso ), nella premessa al libro scrive: “… lo sguardo dell’animale che patisce, – al pari di quello del bambino che soffre, dell’uomo che muore, del perseguitato inerme – ‘mostra’, in maniera inequivocabile, da che parte inclina …  lo sguardo di Dio”. Lo stesso Messia sofferente, secondo De Benedetti, “ … appare negli occhi di un cane che muore”.

Gregorio CODISPOTI

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