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La primogenita

By   /  9 aprile 2013  /  No Comments

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L’avevano chiamata Viola non per amore della lirica, ma perché la madre adorava il colore viola in tutte le sue sfumature: dal più svenevole al più funereo. E se la viola come fiore non è tra i più fortunati, la sventura della scelta s’era manifestata presto: a quattro anni il padre di Viola s’era innamorato della signora seduta di fronte a lui durante un viaggio ferroviario più tribolato e avventuroso del solito, e pochi mesi dopo aveva restituito alla moglie le chiavi di casa e baciato sui capelli la bimba. Riconosciuto nella donna del treno l’incontro sismico con il destino, lui usciva finalmente dal limbo della prima giovinezza per l’esistenza libera e luminosa che lo attendeva lontano di lì. Il presente urgeva con il profumo dell’estate; provvedesse pure la moglie all’avvocato: lui non negava responsabilità né assegni, sebbene non fosse dei due il coniuge più facoltoso. La porta dell’elegante alloggio di piazza Vittorio s’era richiusa alle spalle del fuggitivo, e Viola e la madre erano rimaste a guardarsi, ciascuna a specchiare l’altra, circondate dal mobilio cupo e commisto, tesaurizzato in ricognizioni e battute ai mercatini delle pulci in Italia e fuori. L’orgoglio della madre per le antichità era all’origine della nausea che alla lunga aveva disposto l’animo del padre al congedo. “Che io non possa allungarmi su un divano che non sia intriso di rantoli, sputi e sudori anali di due secoli fa; e per versarmi un whisky debba entrare nel confessionale spagnolo!” era la frase allarmante su cui la signora avrebbe dovuto meditare tanto tempo prima, invece di sorridere dell’umorismo ordinario del marito. Dopo anni di cautele, yoga, tisane, alghe marine e macrobiotica il babbo di Viola era schizzato via da carnivoro, da amante delle cavalcate selvagge e di epiche bevute. I nonni materni erano immediatamente venuti ad abitare nel palazzo per non lasciare l’unica figlia in balia di un destino avverso; avevano comprato il primo alloggio libero e assunto i compiti di bambinai, autisti, domestici e amministratori di tutte le incombenze che la proprietà di una casa comportava e di cui la giovane, in una specie di repulsione, si vantava di non aver mai capito nulla. Viola stava volentieri in compagnia dei nonni: il nonno la faceva ridere, la nonna la portava a spasso, insieme la occupavano durante le ore di lavoro della madre architetto. Secondo un calendario stabilito dal giudice, rivedeva il papà con la sua nuova donna e i nonni paterni. La sua stanza era piena di giocattoli. Maledetti i primi amori. Per lei sarebbe potuto andare avanti così all’infinito: nella stessa casa, con le stesse persone intorno; la vaga e intermittente nostalgia del papà medicata dal nonno, che aveva sempre un mucchio di storie da raccontarle e di giochi da inventare. Invece un giorno la mamma aveva portato a casa un signore coi capelli e la barba arancioni come spaghetti conditi di conserva, che le aveva fatto tanti complimenti e regalato una bambola con il singhiozzo e una canzoncina nello stomaco. Erano stati fidanzatini, aveva detto la mamma, alla scuola media. Persi di vista, ora si erano per caso ritrovati. L’uomo, che si chiamava Norberto, aveva tanta voglia di rendersi simpatico. La mamma si confondeva preparando il té. Viola lo sogguardava dai piedi alla testa come un gatto studia a distanza un intruso. Un mese dopo Norberto viveva lì. Aveva sempre caldo. Spalancava le finestre anche quando fuori si vedeva il fiato. Amava la montagna quanto il papà vero amava il mare. In montagna alla mamma veniva la tosse, ma ad ogni fine settimana ci andavano lo stesso perché a Torino Norberto si sentiva soffocare. Il nonno materno comprò per loro una casa a Bardonecchia. La parentela di Viola era diventata numerosa come una famiglia circense; dai genitori di Norberto arrivavano spesso inviti a cena e, a loro volta, essi erano invitati dalla nuova famiglia del figlio. Anche alla donna del padre era rimasto un bambino dal matrimonio precedente, e in vacanza in Sardegna con Viola, il papà e la compagna, c’era sempre anche lui. La madre di Viola aveva riconquistato la felicità: le era crollato il mondo addosso, aveva creduto di mangiare la polvere del marito e di allevare nell’ansia della solitudine la sua bambina, e ora invece tutto si era ricomposto nell’armonia originaria. L’accordo regnava col suo primo amore, corroborato dalla lezione della disavventura: non la malinconia di un rammendo, ma il completamento di un’opera interrotta e sospesa da un interludio. Norberto aiutava Viola a fare il compito, le insegnava l’inglese, le ritagliava i pupazzetti di cartoncino da colorare, guardava con lei la televisione. Giustificava la sua presenza in casa con il bene immenso che voleva a lei e alla sua mamma, perché, in fondo, davanti ai silenzi magnetici di Viola, sentiva di doversi giustificare. La bambina aveva l’aria di ascoltare tutti e di formarsi un’opinione da sola, libera e indipendente dalle influenze esterne, come se la selva di persone che le si affollavano intorno servisse a circoscriverla e a confermarla nel bozzolo duro della sua individualità. La madre tesseva il dialogo con lei per non perdere mai la sua confidenza. Viola cresceva riservata, serena e vigile nella molteplicità delle esperienze familiari in cui era (suo malgrado) coinvolta. ” Mi vogliono tutti bene. Ma a me bastavate voi” aveva dichiarato una volta al nonno materno, che aveva paura di averlo già capito da solo. Poi accadde qualcosa che Viola non si aspettava, o meglio: un evento presentito con l’intuito e ricacciato con la volontà. La mamma non era più tanto giovane; aveva quarantacinque anni e un affanno la turbava: più aumentava il suo amore per Norberto, più aveva paura di vederlo andar via. Aleggiava nell’aria l’inquietudine di una decisione importante. Viola non avrebbe saputo dire quale, ma ne avvertiva la tensione e non sapeva cosa augurarsi. C’era di nuovo l’atmosfera dei traslochi, delle valigie, delle stazioni. Finché un giorno la gioia della madre non esplose in casa col fragore di un petardo di capodanno. Viola fu presa da parte: le mani che le tenevano le mani, la bocca amorosa della mamma premuta in baci commossi sulle sue guance pallide, e lei che accoglieva le effusioni con dignità quasi regale e un algido sorriso. Le sarebbe nata una sorellina. “Una sorellastra, vuoi dire”, la corresse Viola con irritante precisione. Ma no, respinse con forza la madre: quella parola apparteneva ormai solo alle favole! “E dormirà nella mia camera?”. Fu rassicurata sul nuovo assetto della casa. A dodici anni Viola era una brunetta snella con i lunghi occhi verdi che aveva imparato a sorridere prima di capire se per lei fosse ora di ridere o piangere. Alice venne al mondo quando il padre di Viola si separò dalla compagna. Un acquisto e una perdita coincisero nella vita della ragazzina, anche se le perdite arrivavano sempre prima che gli acquisti si rivelassero tali. Alla donna del papà si era affezionata e abituata; qualche volta era stata così sciocca da confidarsi con lei. Non l’avrebbe più rivista. Nel tombino dei sentimenti degli adulti finivano sempre anche i rivoli di fiducia dei bambini. Per questo era meglio non andare oltre un cinema, un gelato, un grazie del regalo e un bel disegno per Natale. Per affezionarsi alla sorellina Viola avrebbe dovuto prima tollerare feste, trambusto, confronti di vari prodigi, visite e rumori. Quanto a diventare amiche, erano così tanti gli anni che le separavano da non lasciar intravedere complicità o vantaggi per molto tempo ancora. Ma anche il tempo di Viola passava: la sua magrezza cominciava ad arrotondarsi sotto le magliette attillate e a disegnarle addosso i tratti acerbi di una donna. Piaceva alle amichette perché era spigliata e brava a scuola; i maschi erano attratti dalla sua bellezza misteriosa, e sul suo telefonino comparivano i primi messaggi d’amore. La madre coltivava per lei un giro di amicizie selezionate, invitava i figli dei colleghi più distinti, le permetteva di frequentare ambienti in seno ai quali avrebbe potuto compiersi il suo futuro amoroso. Un flirt a quindici anni con un figliolo molto ben visto per nascita ed educazione determinò l’acquisto di un alloggetto ad Alassio, dove la famiglia amica trascorreva l’estate. Ma Viola cresceva libera dai sensi di colpa e dai lacci vischiosi della gratitudine e della lungimiranza, e quando il ragazzo la ferì con un atteggiamento che lei giudicò offensivo, gli voltò le spalle con disinvoltura lasciando le famiglie a interrogarsi inutilmente sulla sua reazione senza ritorno. Dalle punte dei grossi anfibi neri risaliva a controllarsi la figura nello specchio: i jeans erano logori, ma non abbastanza: con le forbici produsse due tagli vistosi alle ginocchia, li sfrangiò e li indossò abbassandoli alla vita in modo da scoprire la fascia dell’ombelico. La maglietta calda pelosa e nera s’incrociava sul seno in due complicate bande unite da un fibbia argentata. Dalle maniche esageratamente lunghe uscivano due fragili polsi bianchi circondati di nastrini coi colori della pace infilati di perline. I capelli scuri erano lisci e luminosi, forse troppo per bene. Viola ne prese un ciocca, se la avvolse su un dito e con una forcina l’appuntò in cima alla testa perché ricadesse di lato come un ciuffo d’erba. La borsetta di cotone lavorata a mano con fiori all’uncinetto le pendeva sulla coscia da una tracolla che con l’uso si allungava sempre di più. Adesso era perfetta e pronta a incontrare il mondo sbrindellato che piaceva a lei. E quel mondo  rispose. Il ragazzo si chiamava Jonathan. Frequentava il liceo classico come lei, ma in un altro istituto. Veniva dalle periferie, da quei borghi raccogliticci che nell’esigenza di armonia architettonica della madre di Viola non trovavano posto né diritto ad esistere. Aveva i capelli neri irti di gel, i pantaloni che spazzavano la strada e non era nemmeno bello. La prima volta la madre li vide a spasso di spalle: cioè, non aspettandosi di vederli notò due vagabondi per mano che andavano precisandosi dolorosamente nell’andatura nota della ragazza. Li raggiunse affrettando il passo, e: “Viola!” chiamò reprimendo l’angoscia e il rimprovero in un accorato rispetto. “Dove andate di bello…?”

“Ciao, ma’. Questo è Jonathan”. La madre allungò la mano verso il topolino scuro che le sorrideva vispo e simpatico. Lui la baciò sulla guancia: “Salve, signora”. Tornata a casa, la madre si sfogò coi genitori: da Nichelino, ma si rendevano conto?! dal suburbio immondo mal costruito e peggio abitato dove tutta l’immigrazione dai quattro punti cardinali si era riversata negli anni; il centro del commercio di caminetti e veneri da giardino, il feudo di mafiosi e muratori con la villetta moresca e i leoni di gesso sui pilastri del cancello! “Ed è più basso di lei, per giunta… Io corro dietro a baldacchini e turiboli del Settecento, e sua madre vende bomboniere”. C’era un particolare, però, che affratellava i due giovani: un dettaglio marginale su cui la signora non ritenne di soffermarsi. Anche Jonathan viveva con un uomo che aveva preso il posto di suo padre dopo la separazione, e adesso la madre gli aveva partorito due gemelli. I ragazzi si capivano a meraviglia, avevano un loro linguaggio: “il Putativo” designava il patrigno; “Papillon” il padre che aveva tagliato la corda; “gli Scassamarroni” i fratelli aggiunti. La madre di Viola aveva sognato per la sua primogenita un principe, e ora doveva accontentarsi di un giovane insignificante, perso nella marea uguale dei ragazzi sciatti e stanchi che ciondolavano davanti alle scuole e ruttavano sui tram; e ringraziare che questo almeno non si drogava. Non ancora.

– Non vedi che tu sei meglio di lui…?- azzardò un giorno la madre.

-Meglio in cosa?

-Intanto sei più bella. A scuola hai sempre avuto ottimi voti, e lui è un ripetente. Poi provieni da un ambiente più colto; le nostre condizioni economiche ti hanno permesso agi che lui forse non ha mai conosciuto. Devi fare scelte che ti consentano di conservare le tue abitudini e non ti facciano perdere la stima delle tue amiche e delle persone che frequentiamo da sempre. Non è bello alla fine ritrovarsi soli per un uomo…

Viola la guardò beffarda: -Mamma, in fondo io sono cresciuta da sola come lui… Vuoi negarlo? Ho smesso presto di essere il tuo futuro: sono la zavorra scomoda del tuo primo matrimonio. Non sai più cosa mettere su per farmi sentire al mio posto, ma io qui con voi mi sento ospite. Preferirei abitare dai nonni.

E così i due ragazzi insieme raddrizzavano le cose storte delle loro vite simili. Erano come due stranieri passati attraverso lo stesso collegio, lo stesso carcere: due naufraghi strappati allo stesso naufragio. Nel retro del negozio di bomboniere a Nichelino, nell’odore dolce e amaro dei confetti alla mandorla, la domenica pomeriggio, a poco a poco, senz’altri maestri che se stessi, la propria curiosità, la tenerezza e il desiderio di possedere qualcosa di proprio, scoprivano il sesso. Quel caldo bagnato che prendeva alle viscere e aveva un suo ritmo, un suo odore, una sua voce. E scoprendolo erano certi d’inventare, essi soli e meglio di tutti gli altri, l’amore.

Valeria Amerano

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